KIM STANLEY ROBINSON.
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LA COSTA DEI BARBARI.
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Parte 2.
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Titolo originale: The Wild Shore. 1984.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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12.
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In genere le riunioni si tenevano nella chiesa di Carmen, ma questa volta
lei e Tom avevano infastidito tutte le persone della valle, spingendole a
partecipare (Tom era perfino andato nell'interno, a sollecitare Roger lo
Strambo), per cui la chiesa, uno stretto edificio simile a un fienile, nel pa-
scolo degli Eggloff, non bastava a contenerci; ci saremmo riuniti nello sta-
bilimento per i bagni. Pa' e io ci andammo per tempo e aiutammo Tom ad
accendere il fuoco. Mentre portavo dentro la legna, dovetti scansare Roger
lo Strambo, che ispezionava il pavimento e le pareti in cerca di bruchi, uno
dei suoi cibi preferiti. Guardando Roger, Tom scosse la testa. Non so se
valeva la pena trascinarlo fin qui disse. Sembrava meno entusiasta di
quanto m'aspettassi e insolitamente silenzioso. Da parte mia, non stavo
nella pelle: quella sera ci saremmo uniti alla resistenza, finalmente sarem-
mo tornati a far parte dell'America.
Fuori il cielo della sera era striato di nubi sfilacciate che riflettevano an-
cora un po' di luce; un vento sostenuto soffiava dal mare. La gente chiac-
chierava e rideva, mentre si avvicinava allo stabilimento; qua e l delle
lanterne brillavano fra gli alberi. In fondo al campo di patate dei Simpson,
i cani imploravano con ululati patetici di unirsi a noi. Giunse Steve, con
fratelli e sorelle. Ci sedemmo sui teloni impermeabili. Cos vidi che il pe-
scecane aveva spalancato la bocca enorme ed era sul punto di ingoiarmi
diceva Steve ai fratelli. Gli infilai il remo fra le fauci per impedirgli di
mordermi. Ma dovevo mantenere la presa sul remo, per non farmi risuc-
chiare sotto, e non avevo pi aria nei polmoni. Dovevo escogitare subito
qualcosa.
Poi, dalla curva del sentiero del fiume, spuntarono John e la signora Ni-
colin e i loro figli s'affrettarono a entrare. Marvin e Jo Hamish attraversa-
rono il ponte; per nascondere il ventre sempre pi grosso, Jo indossava un
camicione bianco che si gonfiava al vento. Ricordando la conversazione ai
forni, mi domandai che cosa le crescesse dentro, questa volta. E poi veniva
gente da ogni parte, scendeva allo stabilimento da tutte le direzioni. Un
branco di bambini dei Simpson e dei Mendez comparve da dietro l'angolo
delle alture a grano, precedendo i padri che si consultavano sottovoce. Ra-
fael, Mando e Doc scesero dalla montagna al di l del fiume; dietro di loro
c'erano Add e Melissa Shanks. Agitai il braccio per salutare Melissa e lei
mi rispose: i suoi capelli neri fluttuavano nel vento. Poco dopo Carmen e
Nat Eggloff uscirono dai boschi, portando insieme una grossa lanterna e
discutendo, mentre Manuel Reyes e famiglia si affrettavano dietro di loro
per approfittare della luce. Sembrava un raduno di scambio infilato a forza
nello stabilimento: quando vennero i Mariani, pensai che la capienza mas-
sima fosse ormai superata. Ma fuori faceva freddo. Rafael prese il coman-
do e disse a tutti di sedersi: gli uomini contro le pareti; i bambini piccoli in
braccio alle madri; la nostra banda in una delle vasche vuote. Alla fine tut-
ta la popolazione della valle era stipata come pesce in una cassetta pronta
per il mercato. Lanterne furono appese alle pareti e grossi ceppi furono ac-
cesi nel focolare: la stanza risplendeva come mai durante i bagni. Il chiac-
chiericcio era cos forte che i bambini pi piccoli cominciarono a strillare e
a piangere; il resto di noi era quasi altrettanto emozionato, perch non ci
riunivamo mai a quel modo, tranne a Natale e nelle rare riunioni della val-
le.
Tom gironzol un poco, parlando con gente che non vedeva da parec-
chio. Intanto richiam tutti all'ordine, ma lo scambio di convenevoli conti-
nu nonostante i suoi annunci e anche altri si misero a girare e a discutere,
imitandolo. Tuttavia la maggior parte aveva solo domande; e quando Mar-
vin chiese a Tom: Allora, qual  lo scopo di questa riunione?, la doman-
da fu ripresa da molti e il locale divenne pi silenzioso.
Benissimo disse Tom, rauco. Inizi a parlare del nostro viaggio a San
Diego. Seduto sul bordo della vasca, guardai gli altri. Avevo l'impressione
che fosse trascorso un mucchio di tempo da quando Lee e Jennings erano
entrati in quella stanza dicendo che avevano rimesso in funzione la ferro-
via. E mi pareva impossibile che solo alcune settimane racchiudessero tutti
gli avvenimenti accaduti da allora... e mi avessero cambiato a quel modo.
Mi sentivo una persona diversa, ma non sapevo esattamente fino a che
punto, n che cosa significava per me il cambiamento. Era solo una sensa-
zione, un disagio, un'incertezza, un'ignoranza... come se dovessi imparare
tutto da capo. Non mi piaceva.
Da come la raccont Tom, quelli di San Diego sembravano sciocchi o
buoni a nulla, allo stesso livello degli sciacalli. Per cui di tanto in tanto mi
sentii in dovere d'intervenire per esprimere anche la mia opinione... per
parlare a tutti delle batterie e dei generatori elettrici, della radio guasta, del
fabbricante di libri, del sindaco Danforth. Non era bello discutere davanti a
tutti, ma secondo me era giusto che gli altri conoscessero anche il mio pun-
to di vista, perch Tom era contro quelli del sud. Dissent con forza, quan-
do continuai a parlare del Sindaco.
Henry disse lui vive in grande stile perch ha un gruppo di uomini
che pensano solo ad aiutarlo a mandare avanti le cose, tutto qui. Solo que-
sto gli d il potere di mandare emissari a est, per contattare le altre citt.
Pu darsi replicai. Ma tu racconta a tutti quel che hanno trovato a
est.
Tom annu e si rivolse agli altri. Secondo lui, i suoi uomini sono arriva-
ti fino all'Utah e tutti i villaggi dell'interno si sono uniti in un movimento
chiamato resistenza americana. La resistenza, dicono, vuole unificare di
nuovo l'America.
Quelle parole zittirono tutti. Dalla parete accanto alla porta, John Nicolin
ruppe il silenzio. E allora?
Allora continu Tom vuole che ci uniamo anche noi a questo gran-
dioso progetto, aiutando quelli di San Diego a combattere i giapponesi a
Catalina. Rifer la lunga discussione con il Sindaco. Ora sappiamo per-
ch il mare getta sulla nostra spiaggia cadaveri di orientali. Ma  chiaro
che non hanno smesso di scendere a terra; e ora quelli di San Diego vo-
gliono il nostro aiuto per liberarsene per sempre.
Cosa intendono esattamente per aiuto? chiese la signora Mariani.
Be'... Tom esit. Intervenne Doc.
Il permesso di usare la foce del nostro fiume come base per i loro attac-
chi.
Nello stesso momento Recovery Simpson, padre di Del e di Rebel, dis-
se: Significa che finalmente avremmo fucili e potenziale umano per fare
qualcosa contro la sorveglianza continua a cui siamo sottoposti.
Entrambe le opinioni suscitarono reazioni e la discussione si framment
in un mucchio di piccoli battibecchi. Non intervenni, ma ascoltai e cercai
di scoprire come ciascuno la pensava. Anche un gruppo piccolo come il
nostro poteva essere diviso in gruppi ancora pi piccoli. Recovery Sim-
pson e il vecchio Mendez erano a capo delle famiglie che svolgevano gran
parte del lavoro nell'entroterra, ossia andavano a caccia, piazzavano le
trappole e curavano le greggi; Nat, Manuel e i pastori erano pronti a segui-
re in genere l'imbeccata di Simpson. Poi c'erano i contadini. Ognuno colti-
vava un pezzo di terra, ma Kathryn dirigeva tutte le donne che curavano i
raccolti importanti. I pescatori di Nicolin erano il terzo gruppo principale,
che comprendeva tutti i Nicolin, gli Hamish, Rafael e me; infine c'erano
coloro che non rientravano in alcun gruppo, come Tom, Doc, mio padre,
Addison, Roger lo Strambo. In un certo senso si trattava di falsi raggrup-
pamenti, perch ciascuno faceva un po' di tutto. Ma per un po' credetti d'a-
vere notato qualcosa; i cacciatori, il cui lavoro somigliava gi al combatti-
mento, sembravano a favore della resistenza, mentre i contadini, per i quali
era necessario che le cose fossero sempre le stesse anno dopo anno (e che
comunque erano per la maggior parte donne) si sarebbero dichiarati contro.
Aveva senso, per me: ed ero sicuro che la presa di posizione dei Nicolin
avrebbe determinato l'esito. Ma poi notai che c'erano tante eccezioni quanti
erano gli esempi a conferma; non fui pi sicuro di capire che cosa succe-
deva.
Doc fu uno dei primi a darmi una delusione. Era vecchio quasi quanto
Tom; durante i raduni di scambio, al tavolo degli anziani, sosteneva sem-
pre che l'America era stata tradita da coloro che non volevano combattere.
Mi era sembrato ovvio che continuasse a dissentire da Tom e sostenesse la
necessit di unirci a quelli di San Diego nella lotta. Ma lui si alz a dire:
Mi ricordo di un tempo, quando alla gente di Gabino Canyon fu chiesto
di unirsi a quella di Cristianitos, che combatteva contro Talega per i pozzi
di Four Canyon Flat. Quelli di Gabino accettarono; ma alla fine, ai raduni
non c'era pi gente di Gabino: solo di Cristianitos. In altre parole, i villaggi
grossi tendono a inghiottire quelli pi piccoli. Henry pu dirvi che a San
Diego ci sono centinaia di persone...
Ma noi non siamo solo gli abitanti del canyon accanto obiett Steve.
Fra noi e loro ci sono chilometri e chilometri. E poi, dovremmo combat-
tere davvero i giapponesi. Ogni villaggio dovrebbe far parte della resisten-
za, altrimenti non ci sono speranze. Aveva parlato con veemenza; parec-
chi annuirono, ignorando i discorsi intorno a loro. Steve aveva presenza,
d'accordo. La sua voce colpiva l'orecchio.
I chilometri non significheranno niente, se la ferrovia torner in funzio-
ne rispose Doc. Quindi era contrario all'unione. Stupito, stavo per chie-
dergli come mai si rimangiava tutti i discorsi fatti ai raduni, proprio quan-
do aveva la possibilit di passare ai fatti; ma Tom, a voce alta, dichiar:
Ehi! Parliamo uno per volta.
Rafael approfitt del momento di silenzio. Dovremmo combattere i
giapponesi ogni volta che l'occasione si presenta sostenne. Affrontiamo
la realt: ci circondano. Siamo come pesci in una rete a sacco. E non solo
ci tengono lontano dal resto del mondo, ma anche separati gli uni dagli al-
tri, bombardando ferrovie e ponti.
Abbiamo solo la parola di quelli di San Diego obiett Doc. Siamo
sicuri che dicano la verit?
Certo che la dicono! replic Mando, indignatissimo. Agit il pugno in
direzione di suo padre. Henry e Tom hanno visto le bombe colpire la fer-
rovia.
Pu darsi concesse Doc. Ma non significa che tutto il resto sia vero.
Forse volevano solo spaventarci, spingerci a chiedere aiuto. Il sindaco di
San Diego penser di essere anche sindaco di Onofre, non appena ci uni-
remo a loro.
Ma cosa pu farci? disse Recovery. Gli altri cacciatori annuirono. Re-
covery avanz di un passo per intervenire nella discussione fra Doc e
Mando. Significa solo che tratteremo con un altro villaggio, proprio come
trattiamo con tutti i villaggi che vengono ai raduni.
Doc piomb sulla tesi di Cov come un pellicano su un pesce. Tutto il
contrario! San Diego  molto pi grande di noi: loro non si limiteranno a
fare scambi. Come hai detto tu, Cov, hanno un mucchio di fucili.
Ma non spareranno a noi disse Cov. Inoltre, stanno a ottanta chilo-
metri da qui.
Sono d'accordo con Simpson disse il vecchio Mendez. Un'alleanza
come questa contribuir a riannodare le fila. Loro non vogliono ci che
abbiamo noi e non possono farci niente, anche se lo volessero. Vogliono
solo aiuto in una lotta che  anche la nostra, che partecipiamo o no.
Proprio quel dico! aggiunse con decisione Rafael. Ci tengono sotto,
questi giapponesi! Dobbiamo combatterli solo per rialzarci.
Steve e io annuimmo, muovendo la testa come burattini allo spettacolo
dei raduni. Gabby, fra noi, alz i pugni e li agit con aria di trionfo. Non
sapevo che Rafe patisse tanto per la nostra situazione, perch non ne parla-
va molto. La nostra banda ne rimase impressionata. Steve cambi posizio-
ne nella vasca, dimenandosi come un gatto, mentre cercava il coraggio di
alzarsi e schierarsi con quelli che volevano combattere. Ma prima che po-
tesse farlo, suo padre si stacc dalla parete e prese la parola.
Lavorare, ecco cosa dovremmo fare. Dovremmo raccogliere cibo e
conservarlo, costruire altri ricoveri e migliorare quelli che gi abbiamo,
procurarci pi indumenti e medicine ai raduni. Procurarci pi barche e at-
trezzature, pi legna da ardere, tutto. Far funzionare la comunit. Questo 
il tuo compito, Rafe. Non combattere contro gente mille volte pi potente
di noi.  un sogno. Se mai combatteremo, lo faremo solo in questa valle e
per la valle. Non per altri. Non per quei pagliacci del sud, e di sicuro non
per un ideale come l'America. Pronunci la parola come se fosse la pi
brutta delle bestemmie e intanto lanci un'occhiata di fuoco a Tom. L'A-
merica non esiste pi.  morta. Ci siamo noi, nella valle, e altri, a San Die-
go, nell'Orange, oltre i Pendleton, sull'isola di Catalina. Ma loro non sono
noi. Questa valle  la patria pi grande che avremo in vita nostra; per essa
dovremmo lavorare, mantenendo in vita e in buona salute chiunque ci abi-
ti. Ecco cosa dovremmo fare, secondo me.
Lo stabilimento divenne silenzioso, dopo quelle parole. Cos, John era
contrario. E Tom e Doc... Mi sentivo come se alle nostre vele fosse venuto
a mancare il vento per colpa di John. Ma Rafael si alz a parlare.
La nostra valle non  abbastanza grande per pensarla alla tua maniera,
John. La gente con cui facciamo scambi dipende da noi, ma anche noi di-
pendiamo da loro. Siamo tutti compatrioti. E siamo tenuti divisi dalle
guardie a Catalina. Non puoi negarlo e devi convenire che lavorare solo
per noi nella valle significa essere liberi di progredire quando possiamo. Al
momento attuale, non abbiamo questa libert.
John si limit a scuotere la testa. Accanto a me, Steve mand un fischio
sommesso. Ribolliva... teneva le mani strette a pugno, cercava di dominar-
si. Non era una novit. Nelle riunioni Steve non andava mai d'accordo con
suo padre. Ma John non sopportava che suo figlio gli si opponesse in pub-
blico, per cui Steve doveva sempre starsene zitto. Al termine di ogni riu-
nione, Steve scoppiava sempre d'indignazione e di collera. E forse anche
questa sarebbe stata uguale alle altre, se poco prima Mando non si fosse
messo a discutere con Doc. Steve l'aveva notato: come poteva starsene zit-
to, mostrarsi meno coraggioso del piccolo Armando Costa? Figuriamoci! E
io avevo discusso con Tom per tutta la notte. Le pressioni erano troppe e si
verificavano tutte nello stesso istante. D'un tratto Steve salt su, rosso in
viso, mani strette a pugno lungo i fianchi. Guardava da tutte le parti, tranne
che in direzione di suo padre.
Siamo tutti americani, a prescindere dalla valle di provenienza disse in
fretta. Non possiamo farci niente, ma non possiamo negarlo. Abbiamo
perso la guerra e ne paghiamo ancora le conseguenze in tutti i modi, ma un
giorno saremo di nuovo liberi. John lo fiss ferocemente, ma Steve si ri-
fiut di fare marcia indietro. Quando ci riusciremo, sar perch la gente
ha combattuto sfruttando ogni occasione.
Ricadde sul bordo della vasca e solo allora guard dalla parte di John,
sfidandolo a replicare. Ma John non ne aveva l'intenzione, non si degnava
di discutere in pubblico con suo figlio. Si limit, a fissare Steve, rosso in
viso. Ci fu un silenzio imbarazzato, durante il quale ciascuno cap che cosa
succedeva: John negava a suo figlio il diritto di partecipare alla discussio-
ne.
Tom, che si scaldava le mani al fuoco, sollev lo sguardo e si rese conto
della situazione. Tu cosa ne pensi, Addison? disse.
Add era appoggiato alla parete, con Melissa seduta ai suoi piedi; di tanto
in tanto le accarezzava i capelli lucidi e guardava attentamente gli altri di-
scutere. Ora Melissa teneva gli occhi bassi e si mordeva il labbro inferiore.
Se era vero che Add trafficava con gli sciacalli, avrebbe avuto difficolt a
unirsi alle nostre spedizioni nell'Orange County. Ma lui si strinse nelle
spalle e incroci sfrontatamente lo sguardo con noi, come se non gliene
fregasse un fico. La faccenda rispose non m'interessa molto, in un sen-
so e nell'altro.
Pinch! disse il vecchio Mendez. Avrai pure un'opinione.
No, non ce l'ho replic Add, strascicando le parole.
Sei di grande aiuto disse Mendez. Gabby parve sorpreso nell'udire che
suo padre interveniva. Il vecchio Mendez era un uomo taciturno.
Gi, Add, cosa sei venuto a fare, allora? disse Marvin.
Un momento. Pa' si tir in piedi. Non  un delitto venire qui senza
avere un'opinione precisa. Proprio per questo discutiamo.
Add rivolse a Pa' un cenno di ringraziamento. Tipico di Pa': l'unica volta
che parlava, giustificava il silenzio.
Doc e Rafael non badarono a Pa'; ripresero la discussione, scaldandosi.
Ma c'erano battibecchi dovunque, quindi ciascuno dei due poteva parlare
rabbiosamente senza mettere l'altro in imbarazzo.
Tu hai sempre voglia d giocare con i fucili disse Doc, in tono di
scherno.
Con occhi che mandavano lampi da sotto le sopracciglia nere e marcate,
Rafael replic: Se tu sei l'unico medico della valle, ammetterai che vuol
dire che non ce la passiamo bene quanto credi.
Un discorso del genere non piacque a nessuno; m'intromisi dicendo:
Niente attacchi personali, va bene?
Oh, in fin dei conti parliamo solo della nostra vita! replic Rafe, sar-
castico. Non vogliamo metterla sul piano personale! Ma dammi retta, il
medico qui presente pu baciare il culo ai serpenti, se pensa che m'impic-
cio di fucili solo per divertimento.
Ma voi due siete amici...
Ehi! grid Tom, con aria stanca. Ancora non abbiamo ascoltato tut-
ti.
Henry, per esempio disse Kathryn. Anche lui  stato a San Diego e li
ha visti. Secondo te cosa dovremmo fare? Mi lanci un'occhiata che chie-
deva qualcosa, ma non sapevo cosa. Dissi quel che pensavo e mi augurai
che andasse bene.
Dovremmo unirci a quelli di San Diego dichiarai. Se ci venisse il so-
spetto che vogliono assorbirci, possiamo sempre distruggere i binari e libe-
rarci di loro. In caso contrario, faremo di nuovo parte della nazione e ver-
remo a sapere un mucchio di cose su quel che succede all'interno.
Nei raduni vengo a sapere tutto quel che voglio replic Doc.
E distruggere i binari non impedirebbe loro di venire per mare. Se sono
mille, come dicono, e noi... quanti? Sessanta?... e in gran parte ragazzi,
possono fare tranquillamente quel che vogliono, nella valle.
Possono farlo comunque, che siamo o no d'accordo disse Cov. E se
ci uniamo a loro adesso, forse otterremo quel che vogliamo.
John Nicolin parve particolarmente disgustato a quest'idea, ma prima
che aprisse bocca intervenni: Doc, non ti capisco. Ai raduni protesti sem-
pre perch non abbiamo avuto la possibilit di rivalerci bombardandoli.
Adesso che si presenta l'occasione, tu...
L'occasione non l'abbiamo! insist Doc. Non  cambiato un bel nien-
te...
Basta! disse Tom. Questi discorsi li abbiamo gi sentiti prima. Car-
men, tocca a te.
Con il suo tono da predicatore, Carmen disse: Nat e io ne abbiamo par-
lato parecchio e non ci siamo trovati d'accordo; ma la mia idea  chiara. La
lotta in cui quelli di San Diego vogliono coinvolgerci  inutile. Uccidere i
visitatori che vengono da Catalina non ci restituisce la libert. Non sono
contro la lotta, se fosse a fin di bene; ma questo  solo omicidio. L'omici-
dio non  mai il mezzo per raggiungere un buon fine, quindi sono contraria
a unirci alla resistenza. Annu con enfasi e guard il vecchio. Tom? Non
hai ancora espresso la tua opinione.
Diavolo, se l'ha espressa! dissi, seccato con Carmen per il tono da
predicatore e per le parole piene di luoghi comuni: in fin dei conti era solo
la sua opinione. Ma lei mi diede un'occhiataccia e restai zitto.
Tom si strapp al torpore per la vicinanza al fuoco. Una cosa non mi 
piaciuta, di questo Danforth. Ha cercato di indurci a unirci a lui, che lo vo-
lessimo o no.
Come? replic Rafael.
Ha detto: o siamo con lui, o siamo contro di lui. Per me  una minac-
cia.
Ma cosa potrebbero farci, se non ci uniamo a loro? disse Rafe. Porta-
re un esercito fin qui e puntarci il fucile alla testa?
Non so. Ma hanno davvero un mucchio di fucili. E uomini per puntar-
li.
Rafael sbuff. Allora sei contrario ad aiutarli.
Be', s disse lentamente Tom, come se anche lui fosse incerto. Mi pia-
cerebbe scegliere se collaborare o no, a seconda di quel che hanno in men-
te. Caso per caso, per cos dire. Allora non saremmo solo una sezione stac-
cata di San Diego che ubbidisce agli ordini.
Il punto  che possono costringerci a ubbidire protest Recovery.
Cos invece  solo un'alleanza, un accordo su scopi comuni.
Vuoi dire che  quel che speri disse John Nicolin.
Cov cominci a discutere con John; Rafael ce l'aveva ancora con Tom; il
dibattito si framment di nuovo e ben presto ogni adulto nel locale vi par-
tecipava, e anche gran parte dei giovani. Vuoi che vengano nel nostro
fiume? Chi, i giapponesi o quelli di San Diego? Rischierai la pelle per
nulla. Mi venga un colpo se voglio che le motovedette stabiliscano i
confini di tutta la mia vita. Continu di questo passo, con intromissioni
nelle controversie dei vicini, quando uno udiva qualcosa che gli andava o
che non gli andava. Volarono imprecazioni, anche intorno a Carmen; ci fu-
rono dita agitate sotto il naso; Kathryn afferr Steve per il davanti della
camicia, per dimostrare le sue ragioni... a giudicare dal volume delle voci,
sembravamo divisi m due fazioni uguali, tanto che nessuna prevaleva. Ma
noi favorevoli all'unione eravamo in difficolt. Il vecchio, John Nicolin,
Doc Costa e Carmen Eggloff... tutt'e quattro erano contrari, e loro conta-
vano molto nella valle. Rafael, Recovery e il vecchio Mendez erano impor-
tanti per la comunit, avevano voce in capitolo nelle discussioni, ma non
godevano del tipo d'influenza degli altri. John e Doc circolavano per la
stanza e discutevano alla chetichella con Pa' e Manuel, Kathryn e la signo-
ra Mariani; sapevo da che parte si sarebbero messe le cose al momento del-
la votazione.
All'apice della discussione, Roger lo Strambo si alz e gesticol, con
un'assurda luce di comprensione negli occhi. Schiamazzava rumorosamen-
te e Kathryn si accigli. Ha la fortuna di non essere nato nella valle
brontol. Altrimenti non sarebbe mai arrivato al giorno dell'imposizione
del nome. Un mucchio di gente la pensava come lei, era sconvolta che
Tom avesse condotto l Roger. Ma all'improvviso lo Strambo parl con
chiarezza, a voce acuta e rauca.
Uccidete ogni sciacallo della terra, uccideteli tutti! Gli sciacalli avvele-
nano l'acqua, strappano i lacci, mangiano i morti. Se non si elimina l'arto
cancrenoso, il corpo muore! Dico: uccideteli tutti, uccideteli tutti, uccidete-
li tutti!
D'accordo, Roger. Tom lo prese per il braccio e l'accompagn in un
angolo. Poi torn al focolare e, finalmente stufo, chiuse le discussioni. Si-
lenzio! Nessuno dice qualcosa di nuovo. Propongo di mettere ai voti la
questione. Ci sono obiezioni?
Ce n'erano in quantit, ma dopo altre discussioni sul modo di formulare
la proposta, fummo pronti.
Chi  favorevole a San Diego e alla resistenza americana alzi la mano.
Rafael, i Simpson, i Mendez, Marvin e Jo Hamish, Steve, Mando, Nat
Eggloff, Pa' e io alzammo la mano e aiutammo i fratellini e le sorelline di
Gabby ad alzare la loro. Sedici in tutto.
Adesso, chi  contro.
Tom, Doc Costa, Carmen; i Mariani, gli Shanks, i Reyes; e John pass
in rassegna la fila della sua famiglia, sollevando la mano di Teddy e di
Emilia, di Virginia e di Joe, di Carol e di Judith, perfino quella di Marie,
quasi fosse una dei bambini, il che dal punto di vista mentale era vero. Lit-
tle Joe, sull'attenti, alz la mano; i capelli neri gli ricadevano sul viso, pan-
cino e pisello gli sporgevano da sotto la camiciola sporca di moccio. La si-
gnora Nicolin mand un sospiro, nel vedere la camiciola. Oh, Cristo si
lament Rafael. Ma la regola era quella: tutti votavano. Quindi, 23 voti
contrari. Ma, fra gli adulti, lo scarto era assai minore. Carmen esegu il
conteggio; nel silenzio carico di tensione che segu, ci fu uno scambio di
occhiate dure. Non avevo mai visto niente del genere nella valle. La pro-
spettiva di una zuffa pu sembrare divertente, per esempio quando ai radu-
ni ci si trova a fronteggiare una banda di sciacalli; ma nella valle, fra amici
e vicini di casa, sembrava solo un guaio. Tutti erano colpiti nella stessa
maniera, credo; e nessuno pens al modo di metterci una pezza.
Bene disse Tom. Quando torneranno, dir a Lee e a Jennings che
non li aiuteremo.
Ogni singolo individuo  libero di fare come meglio crede dichiar
all'improvviso Addison Shanks, come se esponesse un principio generale.
Certo rispose Tom. Lanci a Shanks un'occhiata penetrante. Come
sempre. Non facciamo un'alleanza con loro, tutto qui.
Benissimo disse Add. Spinse fuori Melissa e se ne and.
Per me non va affatto bene dichiar Rafael, guardando un po' tutti, ma
John in particolare.  sbagliato. Ci tengono sotto, capite? Il resto del
mondo va avanti, con l'aiuto delle macchine progredisce, cura le malattie
eccetera. Con le bombe ci hanno tolto tutto questo e adesso ci tengono lon-
tano da tutto questo. Non  giusto per niente. Non l'avevo mai udito usare
un tono cos amaro: quella non era la voce di Rafael. Dovremmo combat-
terli.
Vuoi dire che non seguirai le decisioni generali? chiese John.
Rafael gli scocc un'occhiata astiosa. Mi conosci, John. Accetto il ri-
sultato della votazione. Tanto, da solo non potrei fare molto. Per penso
che  sbagliato. Non possiamo nasconderci per sempre in questa valle co-
me donnole: no, visto che siamo proprio di fronte a Catalina. Inspir a
fondo, lasci uscire il fiato. Be', merda. Tanto, non possiamo cambiare il
voto. A passo deciso si apr la strada fra la gente ancora seduta e lasci lo
stabilimento dei bagni.
La riunione era terminata. Attraversai il locale, con Steve e Gabby. Ste-
ve faceva del suo meglio per evitare suo padre. Nella confusione, Del ci ri-
volse un gesto; con un cenno a Mando e a Kathryn, li seguimmo fuori.
Senza una parola ci avviammo per il sentiero del fiume, dietro la luce
della lanterna di qualcuno. Attraversammo il ponte, andammo fino ai gros-
si massi in fondo al campo d'orzo. I massi erano bagnati, per cui non po-
temmo sederci. Il vento piegava gli alberi. Faceva abbastanza freddo da
farmi venire la pelle d'oca. Nel buio burrascoso, i miei amici erano sempli-
ci sagome, simili a protuberanze dei massi. Dall'altra parte del fiume, le
lanterne ammiccavano fra gli alberi, punteggiando i sentieri che gli altri
seguivano per tornare a casa.
Ci credete, a tutte quelle chiacchiere? disse Gabby sprezzante.
Rafael ha ragione disse Steve, amaro. Cosa penseranno di noi, a San
Diego e altrove, quando lo sapranno?
Ormai  fatta disse Kathryn, nel tentativo di consolarlo.
Per te replic Steve.  andata come volevi. Ma per noi...
Per tutti insist Kathryn.  fatta per tutti.
Ma Steve non l'avrebbe mai ammesso. Ti piacerebbe che fosse vero,
ma non lo . Non lo sar mai.
Cosa vuoi dire? chiese Kathryn. Abbiamo votato.
E tu sei stata contentissima del risultato, vero? l'accus Steve.
Ne ho abbastanza di questa storia, per una sera sola replic Kathryn.
Vado a casa.
Forza, vattene disse Steve, con rabbia. Nello scendere dal masso,
Kathryn si ferm per lanciargli un'occhiataccia. Ero felice di non essere nei
panni di Steve in quel momento. Senza una parola, Kathryn si diresse al
ponte. Non comandi tu, nella valle! le grid dietro Steve, con la voce
rauca per la tensione. E non comandi neanche me! Non mi comanderai
mai! Scese dal masso, and avanti e indietro nel campo d'orzo. Distin-
guevo appena Kathryn che attraversava il ponte.
Non so perch si  comportata cos stasera si lament Steve.
Dopo un lungo silenzio, Mando disse: Avremmo dovuto votare s.
Ah-ha disse Del. L'abbiamo fatto. Ma non eravamo in numero suffi-
ciente.
Tutti, volevo dire.
Dovevamo unirci grid Steve dal campo d'orzo.
E allora? disse Gabby, pronto come sempre a istigare Steve. Cosa
conti di fare?
Dall'altra parte del fiume dei cani abbaiarono. Per un istante vidi la luna,
sopra le nubi in corsa. Dietro di me l'orzo frusciava; rabbrividivo nel vento
freddo. Qualcosa, nel movimento delle ombre, mi ricord la disperata risa-
lita del canalone alla ricerca d Tom e degli altri; fui di nuovo assalito dalla
paura, che mi frusci dentro come il vento.  cos facile dimenticare la pa-
ura! Steve girava intorno ai massi come un lupo preso al laccio.
Noi potremmo unirci disse.
Come? chiese Gab, ansioso.
Solo noi. Hai sentito cos'ha detto Add alla fine. I singoli individui sono
liberi di fare come meglio credono. E Tom non l'ha proibito. Potremmo
avvicinarli, dopo che Tom avr risposto no; diremo che vogliamo aiutarli.
Solo noi.
Ma come? chiese Mando.
Che tipo d'aiuto vogliono? Nessuno lo sa, ma io s! Vogliono gente che
faccia loro da guida nell'Orange County, ecco. E noi siamo le guide mi-
gliori, a Onofre.
Non ne sono tanto sicuro disse Del.
Possiamo guidarli come chiunque altro! si corresse Steve, perch era
vero che negli anni passati suo padre e alcuni altri avevano trascorso un bel
po' di tempo su a nord. Quindi, perch non dobbiamo farlo, visto che ne
abbiamo voglia?
Intimorito, dissi: Forse sarebbe meglio attenerci alla votazione.
In culo la votazione! grid Steve, furibondo. Cosa ti prende, Henry?
Hai paura di combattere i giapponesi, adesso? Merda, sei andato a San
Diego e ora vieni a dirci cosa dobbiamo fare,  cos?
No! protestai.
Sei spaventato, ora che hai fatto il grande viaggio e li hai visti da vici-
no?
No. Ero sconvolto dalla furia di Steve e troppo confuso per pensare a
come difendermi. Voglio combattere dissi debolmente. L'ho detto, nel-
la riunione.
La riunione era una cazzata. Sei con noi o no?
Sono con voi. Non ho mai detto il contrario.
E allora?
Allora... dovremmo chiedere a Jennings se vuole delle guide, credo.
Non ci ho mai pensato.
Io s che ci ho pensato! disse Steve. Ed  quel che faremo.
Dopo che avranno parlato con Tom disse Gabby, riassumendo la si-
tuazione.
Giusto. Dopo. Ci penseremo io e Henry. Giusto, Henry?
Certo dissi, sobbalzando al tono di voce. Certo.
Io ci sto disse Del.
Anch'io esclam Mando. Voglio fare da guida anch'io. Ho girato l'O-
range County quanto voi.
Nessuno vuole lasciarti da parte lo rassicur Steve.
E io pure disse Gabby.
E tu, Henry? insist Steve. Sei dei nostri?
Intorno c'erano solo ombre, soffiate dal vento nel buio. La luna scivol
in uno squarcio delle nuvole e mi permise di vedere le chiazze chiare del
viso dei miei amici, simili a grumi di farina, puntate su di me. Posammo
insieme la destra sopra il masso centrale; le loro dita callose si intrecciaro-
no alle mie.
Sono con voi dissi.
13
Quando rividi il vecchio me la presi con lui, perch se si fosse schierato
a favore della resistenza era probabile che la votazione avrebbe avuto un
risultato diverso. E se la valle avesse votato a favore, Steve non avrebbe
escogitato il piano di unirci in segreto a quelli di San Diego e io non avrei
ceduto, approvandolo. Per non ammettere con me stesso d'avere ceduto a
Steve, decisi che il suo piano era buono. Quindi, in un certo senso, era tutta
colpa del vecchio. Non era bello agire di nascosto per aiutare quelli di San
Diego, ma dovevamo fare parte della resistenza. Ricordavo fin troppo bene
come mi ero sentito nel guardare il ponte metallico della nave giapponese,
piangendo perch credevo che Tom e gli altri fossero morti e giurando di
combattere per sempre i giapponesi. E non dovevo nemmeno ringraziare
loro, se Tom era sopravvissuto. Sarebbe potuto morire ugualmente, e io
pure. Gliele cantai, a Tom, rimproverandolo di avere votato contro, alla ri-
unione. E ogni volta che andiamo fuori, pu capitare la stessa cosa con-
clusi, agitandogli il dito sotto il naso.
Ogni volta che andiamo al largo in una notte di nebbia e spariamo con-
tro di loro, vuoi dire ribatt Tom, masticando un pezzo di favo. Eravamo
nel suo cortile e soffocavamo sotto nubi alte e rade; lui bruciava le assicel-
le di alcuni coperchi quadrati di un alveare non riuscito. Cavalletti, affumi-
catori e coperchi d'alveare erano disseminati intorno a noi fra le erbacce.
Pu darsi che le ghiandaie abbiano mangiato tutte le api di questo alvea-
re brontol. Quella ghiandaia rachitica da sola ne ingoiava dieci a pasto.
Ho piazzato una trappola per topi di Rafael in cima al palo su cui si posa-
va; quando  scesa, la trappola l'ha sbattuta almeno a cinque metri. Com'e-
ra infuriata! Mi ha maledetto in tutte le lingue conosciute dalle ghiandaie.
Ah, stronzate dissi, tirandogli via dall'angolo della bocca un ciuffo dei
lunghi capelli bianchi, prima che l'ingoiasse. Da quando siamo nati non
hai fatto che parlarci dell'America. Di quant'era grande. Ora abbiamo l'oc-
casione di combattere per la patria, e tu voti contro. Non capisco. Fa a pu-
gni con tutto ci che ci hai insegnato.
No. L'America era grande come sono grandi le balene, capisci cosa in-
tendo?
No.
Ultimamente ti sei rincitrullito parecchio, sai? Voglio dire, l'America
era grande, un gigante. Nuotava nel mare e mangiava le nazioni pi picco-
le... assorbendole man mano che progrediva. Mangiavamo il mondo, ra-
gazzo; per questo il mondo si  sollevato e ci ha fatto smettere. Quindi non
mi contraddico affatto. L'America era grande come una balena... era gigan-
tesca e maestosa, ma puzzava e assassinava. Un mucchio di pesci  morto
per renderla cos grande. Non vi ho sempre insegnato questo?
No.
Diavolo se non ve l'ho insegnato! E tutte le discussioni, ai raduni di
scambio, con Doc, con Leonard, con George?
L parli diversamente, ma solo per dare in testa a Doc e a Leonard. Qui
a casa hai sempre fatto sembrare l'America il paese di Dio. Inoltre, non c'
alcun dubbio che in questo momento ci tengono sotto, proprio come ha
detto Rafe. Dobbiamo combatterli, Tom. E tu lo sai.
Scosse la testa e si succhi l'interno delle guance, cos che dalla mia po-
sizione sembrava che avesse solo mezza faccia. Carmen ha battuto sul
chiodo con maggiore durezza, come al solito. L'hai ascoltata? Non direi.
Sosteneva che assassinare quegli scemi di turisti non serve affatto a cam-
biare la situazione. Catalina sarebbe sempre giapponese, i satelliti conti-
nuerebbero a sorvegliarci, saremmo sempre tenuti in quarantena. E i turisti
non la smetteranno di venire. Saranno solo armati meglio e pi pronti a di-
fendersi.
Se i giapponesi cercano davvero di tenere lontano la gente, possiamo
uccidere tutti i visitatori che vengono di nascosto.
Pu darsi, per la situazione rimane la stessa.
Ma  un punto di partenza. Un'azione cos semplice pu essere fatta
subito, e l'inizio sembra sempre poco importante. Se tu fossi vissuto al
tempo della Rivoluzione, non l'avresti nemmeno iniziata. L'assassinio di
qualche giubba rossa non cambier la struttura avresti detto.
E invece non l'avrei detto, perch la struttura non era la stessa. Non
siamo un territorio occupato, siamo un territorio in quarantena. Se ci unis-
simo a San Diego nella lotta, l'unico risultato sarebbe quello di diventare
parte di San Diego. Doc aveva ragione, proprio come Carmen.
Pensai di averlo colto in fallo. La stessa obiezione valeva anche allora.
La gente della Pennsylvania poteva dire: Se ci uniamo alla lotta, divente-
remo parte di New York. Ma dal momento che facevano parte dello stes-
so paese, hanno lavorato insieme.
Ragazzo,  una falsa analogia, come lo sono sempre le analogie stori-
che. Tu credi di capire la storia solo perch te l'ho insegnata. Durante la
Rivoluzione, gli inglesi avevano uomini e fucili, e noi avevamo uomini e
fucili. Adesso abbiamo ancora uomini e fucili, come nel 1776, ma il nemi-
co ha satelliti, missili intercontinentali, navi che possono prenderci a can-
nonate dalle Hawaii, raggi laser e bombe atomiche e chiss cos'altro. Ra-
giona un momento. Uno scontro fra tigre e topolino sarebbe pi equilibra-
to.
Be', non so brontolai, sotto il peso delle sue argomentazioni. Mi aggi-
rai fra gli alveari smantellati, le meridiane, i barili per la pioggia e la pac-
cottiglia, per riordinare le idee. Sotto di noi la valle era una trapunta colo-
rata, i campi sembravano fazzoletti d'oro gettati sulla foresta, dove i raggi
del sole disegnavano campi di verde brillante ancora pi estesi. Sostengo
ancora che ogni rivoluzione ha un piccolo inizio. Se tu avessi votato a fa-
vore della resistenza, avremmo pensato qualcosa. Cos invece mi hai cac-
ciato in una situazione poco bella.
Cosa vorresti dire? chiese, guardandomi negli occhi.
Avevo parlato troppo. Cercai di aggiustarla. Oh, nelle discussioni, ca-
pisci. Poi trovai lo spunto giusto. Dal momento che non aiuteremo la re-
sistenza, sar l'unico della banda che  stato a San Diego. A Steve, a Del, a
Gabby, la cosa non piace.
Ci andranno anche loro, prima o poi disse. Respirai di sollievo per a-
verlo messo fuori pista. Ma mi dispiaceva tenerlo all'oscuro; significava
mentirgli regolarmente, da quel momento in avanti. Tornai vicino a lui;
mentre lo guardavo lavorare, strofinai con un certo impaccio i tacchi a ter-
ra per liberarli dal fango. Le sue argomentazioni erano sensate, non potevo
negarlo, anche se ero sicuro che le conclusioni fossero errate. Volevo che
lo fossero.
Hai studiato la lezione? chiese Tom. A parte la storia degli Stati Uni-
ti.
Un pezzo.
Diventi peggio di Steve.
Non  vero.
Sentiamo, allora. "Ti conosco. Dov' il re?"
Richiamai alla mente la pagina; mi comparve su uno sfondo grigio e
confuso, ingiallita e friabile, con gli arrotondati segni neri cos pieni di si-
gnificato. Lessi i versi come li vedevo.
In lotta con gl'irritabili elementi;
ordina che il vento soffi la terra in mare,
o gonfi le acque increspate sull'oceano,
che le cose cambino o cessino; strappa i suoi capelli bianchi,
che le raffiche impetuose, con rabbia cieca,
afferrano nella loro furia e non capiscono;
si batte nel suo piccolo mondo d'uomo per superare in spregio
l'andirivieni di pioggia e vento in lotta.
Stanotte, in cui l'orsa attirata dai cuccioli s'acquatta,
il leone e il lupo dal ventre tormentato e vuoto
tengono asciutto il loro pelo, a capo scoperto corre,
e ordina quel che tutto prender.
Benissimo! esclam Tom. Era la nostra notte, d'accordo. "Tuono che
tutto scuoti, appiattisci la spessa rotondit del mondo, spacca gli stampi
della natura, spargi subito tutti i germi che rendono ingrato l'uomo."
Ehi, hai tenuto a mente due versi interi dissi.
Oh, sta' zitto. Ti dar dei versi da Re Lear. Ascolta.
Il peso di questo triste tempo dobbiamo ubbidire;
dire quel che sentiamo, non quel che dovremmo.
Il vecchio ha sopportato il massimo; noi che siam giovani,
non vedremo mai cos tanto, n vivremo cos a lungo.
Noi che siam giovani? domandai.
Silenzio! Acuminato invero pi di dente di serpe. Il vecchio ha soppor-
tato il massimo, nessuna menzogna. Scosse la testa. Ma stammi a senti-
re, marmocchio ingrato, ti ho dato quei versi per aiutarti a ricordare il tuo
viaggio fin qui nella tempesta. Da come ti comporti, sembra che tu l'abbia
gi dimenticato...
Nient'affatto.
Oppure non ci hai creduto, o non gli hai trovato posto nella tua vita. Ma
ti  capitato, ti  capitato davvero.
Lo so.
I liquidi occhi neri mi fissarono con durezza. A bassa voce, Tom disse:
Sai che  accaduto. Ora devi procedere da l. Devi trarne insegnamento,
altrimenti sarebbe un'esperienza sprecata.
Non lo seguivo. Ma all'improvviso Tom si era messo a grattare il coper-
chio che teneva sulle ginocchia. E diceva: Ho sentito che leggono quel li-
bro, gi dai Mariani... come mai non sei l anche tu?
Cosa? esclamai. Perch non me l'hai detto?
Non cominceranno prima di avere sfornato il pane. Inoltre, per te era
l'ora della lezione.
Ma a met pomeriggio avranno gi finito di cuocere il pane! protestai.
Non  questa, l'ora? chiese, con un'occhiata al cielo.
Vado dissi, afferrando un pezzo di favo gocciolante dal vassoio alle
sue spalle.
Ehi!
Arrivederci.
Di corsa scesi il sentiero del costone, tra i boschi (sfruttai una mia scor-
ciatoia) e tra i campi di patate, fino all'orto delle erbe aromatiche dei Ma-
riani. Erano tutti seduti sull'erba, tra i forni e il fiume: Steve, Kathryn, Kri-
sten, la signora Mariani, Rebel, Mando, Rafael e Carmen. Steve leggeva e
gli altri mi diedero appena un'occhiata, quando mi sedetti, ansando come
un cane.
 in Russia m'inform Mando, sottovoce.
Oh, merda, come c' arrivato? chiesi.
Steve non sollev lo sguardo dalla pagina, ma continu a leggere.
Il primo anno dopo la guerra, furono molto franchi con le Na-
zioni Unite, per dimostrare che non avevano avuto niente a che
fare con l'attacco. Diedero alle Nazioni Unite l'elenco di tutti gli
americani che si trovavano in Russia; dopodich, le Nazioni Unite
furono irremovibili nella pretesa di sapere dove ci trovavamo e
cosa ci succedeva. Se non fosse per questo, ora non parlerei ingle-
se. I russi ci avrebbero assimilati. Oppure uccisi.
Il tono di Johnson mi spinse a esaminare con maggiore atten-
zione i sovietici, pesantemente vestiti, dall'aria inoffensiva, che
affollavano con noi lo scompartimento. Alcuni di loro ci lanciaro-
no occhiate furtive, quando ci udirono parlare in una lingua stra-
niera; la maggior parte se ne stava stravaccata al proprio posto e
dormiva, oppure guardava senza interesse dal finestrino. L'odore
di fumo era soffocante e copriva solo fino a un certo punto altri
odori: sudore, formaggio, alcol non raffinato di quel loro liquore
detto vodka. All'esterno, l'enorme e grigia citt di Vladivostok a-
veva lasciato posto alle foreste dei territori ondulati, un chilome-
tro dopo l'altro. Il treno correva a velocit tremenda, percorreva
decine e decine di chilometri all'ora; eppure Johnson mi assicur
che il nostro viaggio avrebbe richiesto vari giorni.
Ci eravamo limitati a stringerci la mano, prima di camminare
sotto gli occhi delle guardie del treno e di sostenere la nostra par-
te. Ora gli chiesi notizie di s, dove abitava, qual era la sua storia,
quale attivit svolgeva.
Sono meteorologo rispose. Notando la mia reazione, spieg:
Studio il clima. O meglio, lo studiavo. Ora guardo uno schermo
Doppler usato per le previsioni del tempo e per l'anticipazione
delle tempeste pi intense. In realt il sistema Doppler  uno degli
ultimi frutti della scienza americana. Ma ormai  sorpassato e la
mia posizione  d'importanza secondaria.
Naturalmente ero assai interessato. Gli chiesi se sapeva spie-
garmi come mai, dopo la guerra, la temperatura fosse diventata
cos fredda, sulla costa della California. Viaggiavamo gi da di-
verse ore; i sovietici intorno a noi riempivano lo scompartimento
e mostravano un'aria di noia assoluta; all'idea di parlare della sua
specializzazione, il viso di Johnson s'illumin un poco.
La domanda  complicata rispose. In genere si concorda nel
ritenere che la guerra abbia alterato il clima del mondo, ma si di-
scute ancora su come siano avvenuti i cambiamenti. Si calcola che
tremila bombe ai neutroni siano esplose sul continente degli Stati
Uniti, quel giorno del 1984; non hanno liberato un grande quanti-
tativo di radiazioni a lungo termine, per vostra fortuna; ma nella
stratosfera, ossia lo strato superiore dell'aria, si  generato un
mucchio di turbolenza e a quanto pare la corrente a getto ha alte-
rato per sempre il suo corso. Sa cos' la corrente a getto?
Con un cenno della testa indicai di no. Ma ho volato su un a-
viogetto aggiunsi.
Scosse la testa. Nei livelli superiori dell'atmosfera, il vento 
costante e intenso. Ci sono enormi fiumi di vento. Nell'emisfero
nord la corrente a getto descrive un cerchio da ovest a est e si spo-
sta a zigzag su e gi mentre compie il giro del mondo: circa cin-
que zig e cinque zag ogni giro completo. Strinse la mano a pu-
gno e con l'altro indice tracci il percorso della corrente a getto.
Ogni volta varia un poco, ovviamente; ma prima della guerra
c'era un punto fermo, al di sopra delle vostre Montagne Rocciose.
La corrente a getto invariabilmente curvava verso nord, girando
intorno alle Rockies, e poi di nuovo a sud, attraverso gli Stati Uni-
ti, cos. Indic le nocche del pugno, che rappresentavano le Ro-
ckies. Da dopo la guerra, il punto fermo  scomparso. La corren-
te  libera e ora si muove a casaccio: a volte soffia direttamente
dall'Alaska al Messico, ed  per questo che di tanto in tanto la Ca-
lifornia ha un clima artico.
Proprio cos confermai.
In parte mi corresse. Il clima  un organismo complesso, di
cui non si pu mai indicare un singolo aspetto e darlo per certo.
La corrente a getto  libera, ma anche i sistemi tropicali sono
cambiati... e non si sa quale abbia causato il mutamento dell'altro,
n se ci siano correlazioni. Nessuno pu dirlo. Il sistema del Paci-
fico, per esempio, che interessa anche voi della California meri-
dionale, era un'area d'alta pressione, molto stabile, al largo della
costa occidentale del nord America. D'estate si spostava a nord e
si stabiliva al largo della California, respingendo a nord la corren-
te a getto; d'inverno scendeva nella zona sotto Baja California.
Ora d'estate non si sposta pi a nord, quindi non vi protegge. An-
che questo  un fattore importante: ma, di nuovo, si tratta della
causa o dell'effetto? E poi c' la polvere scagliata nella stratosfera
dalle bombe e dagli incendi, che abbassa di un paio di gradi la
temperatura del mondo... e le nevi perenni che ne derivano, sulla
Sierra Nevada e sulle Rockies, e che generano ghiacciai che riflet-
tono la luce del sole e raffreddano ancora di pi l'ambiente... e lo
spostamento delle correnti del Pacifico... un mucchio di cambia-
menti. L'espressione di Johnson era una bizzarra mescolanza di
tetraggine e d'interesse affascinato.
Pare che il clima della California sia cambiato pi di tutti dis-
si.
Oh, no rispose Johnson. Nient'affatto. La California  stata
intensamente colpita, non c' dubbio: come se l'avessero spostata
a nord di quindici gradi di latitudine. Ma altre parti del mondo
hanno subito conseguenze altrettanto gravi, o perfino peggiori.
Per esempio, le eccezionali precipitazioni sul Cile settentrionale,
con conseguente dilavamento delle sabbie andine. Caldo tropicale
estivo in Europa, siccit durante il monsone... potrei continuare
per un pezzo. Il cambiamento del clima ha provocato pi soffe-
renze umane di quanto lei non immagini.
Non ne sia tanto convinto.
Ah. S. Bene, non  solo il grigio impero sovietico ad avere re-
so il mondo un luogo cos tetro, da dopo la guerra: il clima ha a-
vuto la sua grossa parte. Per fortuna neanche la Russia  rimasta
indenne.
Come mai?
Johnson scosse la testa e non volle dare spiegazioni.
Due giorni dopo, sempre in Siberia, nonostante la velocit del
treno, capii cosa intendesse.
Avevamo trascorso la mattinata nel corridoio della carrozza, e-
sibendo i documenti di viaggio a un trio di controllori sospettosi.
Il fatto che non sapessi una parola di russo non aiutava certo a
farci accettare da loro; chiacchierai in giapponese e pseudo-
giapponese, nel tentativo di rassicurarli che venivo da Tokyo, co-
me i documenti dichiaravano, augurandomi che non si rendessero
conto di quanto fosse poco probabile. Per fortuna i nostri docu-
menti erano autentici e i controllori se ne andarono soddisfatti.
A quel punto Johnson era troppo sconvolto per tornare nello
scompartimento. Sono stati quegli stupidi ficcanaso l dentro a
provocare il controllo disse. Ci hanno sentiti parlare in una lin-
gua straniera ed  bastato. I sovietici sono uguali dappertutto. Re-
stiamo un poco qui fuori. Tanto, non sopporto pi la loro puzza.
Eravamo ancora nel corridoio, appoggiati ai finestrini, quando
il treno si ferm nel bel mezzo della sconfinata foresta siberiana,
senza il minimo segno di civilt in vista. Montagne coperte d'al-
beri si estendevano a perdita d'occhio in ogni direzione; attraver-
savamo un'ondulata pianura verde, sotto un basso cielo azzurro
pieno di nubi ancora pi basse. Smisi di descrivere la California,
di cui Johnson non si stufava mai; ci sporgemmo dal finestrino a
guardare verso la parte anteriore del treno. A ovest le nubi, basse
e scure, formavano ora una linea nera e continua. Nel vederla, Jo-
hnson si sporse maggiormente dal finestrino. Mi regga per le
gambe disse. Mi regga per le gambe.
Quando scivol di nuovo dentro la vettura, aveva un sogghigno
feroce sul viso solitamente tetro. Si chin verso di me e mormor:
Un tornado.
Nel giro di alcuni minuti, arrivarono i controllori e diedero or-
dine a tutti di scendere.
Non servir a niente dichiar Johnson. Anzi, preferirei re-
stare sul treno. Ci unimmo comunque alla folla davanti alla por-
ta.
Allora perch ci fanno scendere? chiesi, cercando di tenere
d'occhio le nubi.
Oh, una volta un treno intero  stato sollevato in aria e scaglia-
to per tutta la campagna. Sono morti tutti i passeggeri. Ma chi si
fosse trovato accanto al treno sarebbe morto ugualmente.
L'idea non mi parve molto rassicurante. Quste trombe d'aria
sono frequenti, allora?
Johnson annu, con sinistra soddisfazione.  il cambiamento
del clima russo, cui avevo solo accennato. La parte centrale del
continente  pi calda, ma adesso ci sono trombe d'aria. Prima
della guerra, il 95 per cento di queste perturbazioni si verificava
negli Stati Uniti.
Non lo sapevo.
 vero. Erano il risultato della combinazione delle locali con-
dizioni atmosferiche e della geografia specifica delle Rockies,
delle grandi pianure e del golfo del Messico: almeno cos si cre-
deva, visto che i tornado sono un altro mistero meteorologico. Ma
ora sono frequenti in Siberia. I nostri compagni di viaggio ci fis-
savano; per continuare, Johnson attese di scendere dal treno. E
sono enormi. Enormi come la Siberia stessa. Hanno cancellato
dalla carta geografica diverse citt.
I controllori ci riunirono in una radura nei presi della ferrovia,
in fondo al treno. Nubi nere coprivano il cielo, un vento gelido si-
bilava fra gli alberi. Nel giro di alcuni minuti, il vento aument
d'intensit; foglie e ramoscelli volavano a mezz'aria sopra di noi;
tenendoci a qualche passo di distanza dagli altri passeggeri, pote-
vamo parlare senza essere ascoltati da alcuno; anzi, riuscivamo
appena a sentirci.
Karymskoye  poco pi avanti, credo disse Johnson. Mi au-
guro che il tornado la colpisca.
Si augura? esclamai, stupito. Credevo di avere udito male,
dato che, a dire il vero, l'inglese di Johnson non era privo d'infles-
sioni.
S disse lui in un sibilo, tenendo il viso molto vicino al mio.
Nella soffusa luce verdastra mi parve d'un tratto selvaggio, fanati-
co. La giusta punizione, capisce? La terra stessa si vendica della
Russia.
Ma credevo che le bombe le avesse piazzate il Sud Africa.
Il Sud Africa replic, con rabbia. Mi afferr per il braccio.
Come fa a essere cos ingenuo? Dove si sarebbe procurato le
bombe, il Sud Africa? Tremila bombe ai neutroni. Sud Africa,
Argentina, Vietnam, Iran... non importa chi le abbia realmente
piazzate negli Stati Uniti e le abbia fatte esplodere; e poi, non cre-
do che lo sapremo mai con certezza: forse tutti insieme... ma 
stata la Russia a fabbricarle, la Russia a fornirle, la Russia a trarne
i maggiori vantaggi. Il mondo intero lo sa; e nota come mostruose
trombe d'aria la tormentino.  la giusta punizione, glielo dico io!
Guardi la loro faccia! Lo sanno tutti, dal primo all'ultimo.  il ca-
stigo della Terra. Guardi! Ecco che arriva!
Guardai nella direzione da lui indicata. A ovest ora la nube nera
a un certo punto arrivava fino a terra, formava un imbuto nero e
turbinante. Il vento ululava intorno a noi, mi strappava i capelli;
eppure udivo ancora un basso digrignare, una vibrazione nel ter-
reno, come se un treno varie volte pi grande del nostro corresse
su lontane rotaie.
Viene da questa parte mi grid Johnson all'orecchio. Guardi
quant' grosso! Sul viso spigoloso e barbuto c'era un'espressione
d'estasi religiosa.
Il tornado si assottigli, divenne una colonna nera che turbinava
furiosamente su se stessa. Alla base alberi interi volavano via a
decine. Il ruggito profondo crebbe d'intensit; alcuni russi, nella
radura, si gettarono a terra; altri s'inginocchiarono a pregare e ri-
volsero al cielo nero il viso stravolto. Johnson agit il pugno con-
tro di loro, grid parole subito soffocate dal frastuono. La tromba
d'aria aveva certo colpito Karymskoye, perch gli alberi volanti
avevano lasciato posto a detriti, pezzi di citt ridotta in macerie in
un istante. Johnson ball una giga sbilenca, lasciandosi spingere
dal vento.
Anch'io tenni d'occhio quella tempesta soprannaturale. Si muo-
veva da sinistra a destra davanti a noi e si avvicinava di sbieco. La
colonna turbinante era d'un nero cos intenso che avrebbe potuto
essere una torre di carbone. Di tanto in tanto la base della torre si
sollevava da terra, toccava un'altura al di l della citt colpita, ne
strappava gli alberi, rimbalzava in aria fin quasi alla nube nera
sovrastante, si allungava e toccava terra di nuovo, continuava ad
avanzare. Con mio considerevole sollievo, sembrava che sarebbe
passata circa cinque chilometri a nord da noi. Quando ne fui sicu-
ro, mi sentii pervaso in parte dalla stessa esaltazione di Johnson.
Avevo appena assistito alla distruzione di una citt. Ma l'Unione
Sovietica, aveva detto Johnson, era responsabile della distruzione
del mio paese, di migliaia di citt: e gli credevo. Il tornado era
davvero una giusta punizione... la vendetta, addirittura. Gridai con
quanto fiato avevo nei polmoni, sentii che il vento mi strappava il
grido e lo portava lontano. Gridai di nuovo. Ero sorpreso della
gioia con cui accoglievo un colpo vibrato contro gli assassini del-
la mia patria... di quanto avessi bisogno di vederlo. Johnson mi
batt la mano sulla spalla e mi asciug gli occhi bagnati di lacri-
me; barcollammo nel vento, attraversammo la radura, ci rifu-
giammo fra alcuni alberi, dove potevamo gridare e segnare a dito
il tornado e prendere a calci i tronchi; lanciare maledizioni troppo
terribili perch altri le udissero, lamenti troppo terrificanti anche
solo da immaginare. La nostra patria era morta; quello sventurato
in esilio, la mia guida, ne soffriva intensamente quanto me. Gli
circondai le spalle, abbracciai un compatriota, un fratello. S
disse lui, in un sibilo. S, s, s ripet.
Nel giro di venti minuti il tornado rimbalz per sempre su fra le
nubi; e noi restammo l, nel vento intenso e gelido, a riprenderci.
Johnson si asciug gli occhi. Mi auguro che non abbia divelto
tratti troppo lunghi di rotaia disse, con la sua pronuncia lieve-
mente gutturale. Altrimenti resteremo qui una settimana.
Un'ombra cadde sulla pagina. Steve smise di leggere. Alzammo gli oc-
chi. John Nicolin era l fermo, mani sui fianchi.
Mi serve il tuo aiuto per sostituire la chiglia danneggiata disse a Ste-
ve.
Steve era ancora nelle foreste della Siberia, lo capivo dallo sguardo sfo-
cato. Disse: Non posso, devo leggere...
John gli strapp il libro, lo chiuse con un colpo secco, tum. Steve sob-
balz, riusc a dominarsi. I due si squadrarono con odio. Il viso di Steve
divenne sempre pi rosso. Trattenni il respiro, disorientato dal brusco di-
stacco dal racconto.
John lasci cadere sull'erba il libro. Puoi sprecare il tempo come pi ti
piace, quando il tuo aiuto non mi serve. Ma quando mi serve, me lo dai,
chiaro?
S disse Steve. Ora guardava il libro per terra. Si allung a raccoglier-
lo, mentre John si allontanava. Steve continu a esaminare il libro, per ve-
dere se si era macchiato d'erba, evitando il nostro sguardo. Mi dispiaceva
essere presente. Sapevo come si sentiva, protagonista di una simile scenata
sotto gli occhi di tutti. E c'erano Kathryn, Mando, la madre e la sorella di
Kathryn, gli altri... Guardai l'ampia schiena di John scomparire gi lungo il
sentiero del fiume; fra me, gli lanciai un paio di maledizioni. Non c'era bi-
sogno di fare a Steve una scenata del genere. Era semplice malvagit, che
nessun precedente poteva scusare. Ero felice che John non fosse mio pa-
dre.
Bene, la lettura  sistemata disse Steve, nel suo solito tono scherzoso,
o almeno in una imitazione. Ma pensate al tornado, eh?
Tanto devo andare a casa per la cena disse Mando. Ma non vedo l'o-
ra di sapere cosa succede dopo.
Non ti preoccupare, ti avvisiamo disse Kathryn, quando fu evidente
che Steve non avrebbe risposto. Mando salut Kristen e si allontan verso
il ponte. Kathryn si alz. Meglio che vada a controllare le tortillas disse.
Si chin a baciare Steve sulla testa. Non prendertela, tutti devono lavora-
re, una volta o l'altra.
Steve le lanci un'occhiata acida e non rispose. Gli altri andarono via
con Kathryn. Mi alzai. Vado via anch'io, mi sa.
Gi. Senti, Hank, vedi sempre Melissa, no?
Di tanto in tanto.
Mi fiss negli occhi. Ma sfrutti bene il tempo, scommetto.
Mi strinsi nelle spalle, con un cenno d'assenso.
Il punto  questo continu lui. Se proponiamo a quelli di San Diego
di fare loro da guida nell'Orange County, non ci baster solo saper seguire
l'autostrada verso nord. Lo sa fare chiunque. Forse non vorranno avere
niente a che fare con noi, se gli offriamo solo questo. Ma se sapessimo do-
ve i giapponesi sbarcheranno, e quando, allora ci porterebbero con loro,
capisci.
Pu darsi.
No,  sicuro! Cosa vuoi dire, con "Pu darsi"?
Niente, d'accordo. E allora?
Dal momento che sei amico di Melissa, perch non chiedi ad Addison
se pu darci una mano?
Cosa? Ehi... Add lo conosco appena. E i suoi traffici nell'Orange
County riguardano solo lui, nessuno gli chiede mai niente.
Be' disse Steve, guardando per terra con aria avvilita certo che ci fa-
rebbe comodo.
Sussultai, nel vederlo cos abbattuto. Per un pezzo restammo tutt'e due
con gli occhi bassi. Steve si batt il libro contro la coscia.
Non farebbe male, no? supplic. Se non vuole parlarne, dir di no e
basta.
Gi ammisi, incerto.
Prova, d'accordo? Ancora non mi guardava negli occhi. Voglio dav-
vero fare qualcosa, su a nord... combatterli, capisci? Mi domandai chi vo-
lesse combattere in realt, i giapponesi o suo padre. Era l, a occhi bassi,
accigliato, abbattuto, ancora sofferente perch suo padre lo tiranneggiava.
Mi dispiaceva molto vederlo in quello stato.
Parler con Add e vedremo cosa risponde dissi, con chiara riluttanza.
Steve non bad al tono. Benissimo! Mi rivolse un breve sorriso. Se
ci dice qualcosa,  garantito che faremo da guida a quelli di San Diego.
Faceva un certo effetto, la gratitudine di Steve. L'avevo vista di rado.
Prima, ci scambiavamo favori da amici, da fratelli, ed era normale, niente
di notevole. Prima... oh, adesso la situazione era cambiata, n poteva tor-
nare all'antico. Prima, se non ero d'accordo con lui, era roba da ridere; di-
scutevamo e, quale che fosse il risultato, non si trattava di una sfida alla
sua supremazia nella banda. Ma adesso, se discutevo con lui di fronte al
gruppo, Steve non ci stava, s'arrabbiava. Adesso, chiedergli spiegazioni
equivaleva a mettere in discussione la sua autorit: solo perch io ero stato
a San Diego e lui no. Cominciavo a pentirmi di quello stupido viaggio.
E ora, a peggiorare le cose, ero l'amico di Melissa e di Addison Shanks;
cos, proprio quando meno lo voleva, Steve era costretto a chiedere a me di
agire, mentre lui rimaneva di nuovo in margine, a fare da spettatore; e do-
veva essermene grato! E io... io non potevo discutere con lui senza rischia-
re di rovinare la nostra amicizia; dovevo approvare qualsiasi piano lui fa-
cesse, anche quelli che non mi piacevano; e ora dovevo andare, dietro sua
richiesta, a fare una cosa che gli sarebbe piaciuto fare di persona, per la
quale io non ero portato. La situazione mi sfuggiva di mano. (Almeno, me
n'ero fatto l'idea: a noi stessi, in simili circostanze, diciamo un mucchio di
menzogne.)
Tutto questo lo capii in un attimo: uno di quei momenti di comprensio-
ne, quando un mucchio di cose viste ma non capite si uniscono, come
frammenti di disegno nel comportamento d un altro, che ora assume signi-
ficato. Era una cosa che mi era capitata sempre pi spesso, quell'estate, ma
che continuava a cogliermi di sorpresa. Sbattei le palpebre e guardai di
nuovo Steve, valutandolo rapidamente. Farai meglio a scendere ad aiutare
tuo padre dissi.
Ma s, ma s disse, di nuovo arrabbiato. Ancora alla catena. D'accor-
do, ci vediamo presto, va bene, amico?
Ci vediamo risposi; e mi avviai su per il sentiero del fiume. Arrivato a
casa, mi resi conto di non avere visto niente, per tutto il percorso.
14
Una sera ero fuori nell'orto di Pa' a godermi il cielo sereno con la sua se-
rie di sfumature d'azzurro, quando scorsi il fuoco sul costone. Un fal nel
terreno di Tom, un ammiccare giallo vivo nel crepuscolo. Infilai la testa in
casa. Vado da Tom dissi a Pa'. Nella foresta gli uccelli cinguettavano,
mentre percorrevo la scorciatoia. A dire il vero, di notte non era visibile,
ma la seguivo basandomi sul terreno e sulla sagoma delle ombre, e quasi
correvo, anche senza la voce degli alberi a farmi da guida. Fra i varchi nei
cespugli, il fal mi strizzava l'occhio, m'incitava ad affrettarmi.
Sul costone m'imbattei in Rafael, Addison e Melissa, i vicini di monte
Basilone, fermi sul sentiero a bere una caraffa di vino. I fal di Tom attira-
vano la gente. Steve, Emilia e Teddy Nicolin erano gi nel cortile e getta-
vano nel fuoco legna resinosa. Tom precedette fuori di casa Mando e Re-
covery, tossendo e ridendo. I piccoli Simpson saltellavano fra il ciarpame
del cortile, cercando di spaventarsi a vicenda.
Rebel! Deliverance! Charity! Spostate le chiappe da l! grid Reco-
very.
Sogghignai. Era una vista piacevole, la sera, il fal di Tom sulla monta-
gna. Ci salutammo e sistemammo alla giusta distanza dal fuoco i ceppi e le
sedie; mandammo qualche grido d'entusiasmo quando comparvero John e
la signora Nicolin, portando una bottiglia di rum e un grosso pezzo di bur-
ro incartato. All'arrivo di Carmen, di Nat e dei Mariani, la festa era gi av-
viata. Nessuno parl della riunione, naturalmente; ma, guardandomi in gi-
ro, non riuscivo a non pensarci. La festa era l'antidoto, per cos dire. L'idea
che la nostra banda andasse contro il voto mi metteva a disagio; provai a
non pensarci, ma Steve continuava a muovere la testa in direzione di Me-
lissa: gi non vedeva l'ora che mi dessi da fare con gli Shanks.
Melissa scherzava con le ragazze dei Mariani; presi la mia tazza di rum
al burro e cautamente bevvi un sorso, davanti al fuoco. Guardai le fiamme
schizzare dalle gocce di resina. Mando cercava di fare dei treppiedi di rami
sopra il punto pi caldo del fuoco e di giocarci (aveva imparato il trucco da
me). Il fuoco intorpidisce la mente in una sorta di pace bizzarra. Esige l'at-
tenzione dell'occhio, come nessun'altra cosa. Trasparenti pennoni gialli si
alzano tremolando dalla legna e scompaiono: che roba , poi? Lo chiesi a
Tom, ma la sua spiegazione era la pi zoppicante che avessi mai ascoltato,
ed  tutto dire. Si riduceva al fatto che, se le cose diventano abbastanza
calde, bruciano; e la combustione  il cambiamento del legno in fumo e in
cenere, per mezzo della fiamma. Dal gran ridere, Rafael a momenti si sof-
focava con il rum, quando Tom termin.
Davvero illuminante sghignazzai, scansando le sberle di Tom. La
spiegazione pi zoppa... Ah, ah... che ci hai mai rifilato.
E allora... i fulmini? schiamazz Rafael.
E il motivo per cui i delfini sono animali a sangue caldo? aggiunse
Steve. Tom ci scacci con un gesto, come se fossimo zanzare, e si vers
altro rum; noi continuammo a ridacchiare.
Ma Tom sapeva perch il fuoco cattura a quel modo l'occhio e la mente,
o almeno cos mi pareva. Una volta avevo azzardato che il fuoco era una
buona immagine della mente... i pensieri tremolano come le fiamme, alla
fine esauriscono la legna della carne. Tom aveva annuito, ma aveva rispo-
sto che no, era al contrario. La mente, diceva, era una buona immagine del
fuoco, almeno sotto questo aspetto: per milioni di anni gli esseri umani so-
no vissuti in modo pi miserevole di noi. Proprio ai margini dell'esistenza,
per milioni di anni letteralmente. Giurava che il tempo era quello e mi ob-
bligava a immaginare tutte le generazioni, cosa ovviamente per me impos-
sibile. Immaginarle, voglio dire. Comunque, tornando all'inizio, il fuoco si
manifest agli esseri umani solo come fulmine e incendi delle foreste, che
bruciarono un sentiero dall'occhio al cervello.
Poi, quando Prometeo ci diede il controllo del fuoco... disse Tom.
Chi  Prometeo?
Prometeo  il nome di quella parte del nostro cervello che contiene la
conoscenza del fuoco. Il cervello possiede escrescenze come i tuberi, o i
nodi d'albero, dove s'accumula la conoscenza di certi argomenti. Mentre la
vista del fuoco provocava l'evoluzione di questo nodo particolare, esso
crebbe finch non fu chiamato Prometeo; e allora l'animale uomo ebbe il
dominio del fuoco.
Cos, continu Tom, generazione dopo generazione, un numero incalco-
labile di esseri umani si  seduto intorno al fuoco a guardare le fiamme.
Per questi antenati morsi dal gelo, il fuoco significava calore; per loro, che
divoravano s e no un giorno su quattro la carne di creature pi piccole, si-
gnificava cibo. Fra l'occhio e Prometeo crebbe un sentiero di nervi simile a
un'autostrada e il fuoco divenne uno spettacolo da far girare la testa e da
estasiare lo spettatore. Nell'ultimo secolo dei vecchi tempi, l'umanit civi-
lizzata perdette la dipendenza dai semplici fuochi; ma un secolo  solo un
battito di ciglia nell'estensione del tempo umano; ormai il battito era passa-
to e noi fissavamo di nuovo il fuoco, come ipnotizzati. Perch il battito di
ciglia del tempo non aveva toccato la strada di nervi: ogni cervello l'aveva
ancora, ed essa portava ardenti sensazioni al Prometeo dormiente, con la
rapidit di sempre, risvegliando quel vecchio nodo dai sogni, dai simboli,
dai vividi pensieri perduti.
Raccontaci una storia disse Rebel Simpson.
S, Tom, racconta disse Mando.
Gli altri si unirono a me intorno al fuoco; restammo in semicerchio a
sorseggiare rum e a contemplare le fiamme. Tutti erano d'accordo, voleva-
no una storia. Tom si agit sulla sedia a dondolo, si schiar la voce, bronto-
l che sarebbe stata una fatica. Con il viso arrossato dalle fiamme, aspet-
tammo pazientemente che la smettesse.
Raccontaci di John Pigna supplic Rebel. Voglio la storia di John
Pigna.
Era una delle mie preferite, la storia di come, negli ultimi secondi del
vecchio tempo, Johnny fosse inciampato in una delle bombe atomiche na-
scoste nel retro di un vecchio furgoncino Chevvy e vi si fosse buttato so-
pra, come un marine su una granata, per usare l'espressione d Tom, nella
speranza di proteggere dall'esplosione i concittadini... e di come fosse so-
pravvissuto nella bolla d'aria immota a livello zero, e poi soffiato a chilo-
metri d'altezza e ricreato dai raggi cosmici, cosicch, quando era ricaduto
fluttuando come una foglia d'eucalipto, era matto quanto Roger, e anche
immortale. E di come fosse salito sulle montagne di San Bernardino e su a
San Gorgonio, avesse raccolto pigne e le avesse portate sulla piana costie-
ra, piantandole in riva a ogni fiume nuovo, "per mettere un mantello di
verde sull'arida nudit della nostra povera terra"... avanti e indietro, avanti
e indietro, anno dopo anno dopo anno, finch gli alberi non erano spuntati
e non avevano ricoperto il territorio; e Johnny si era seduto sotto una se-
quoia che cresceva come il fagiolo di Jack e si era addormentato, e l dor-
me ancora oggi, aspettando il momento in cui ci sar di nuovo bisogno di
lui.
Era una bella storia. Ma altri obiettarono che Tom l'aveva gi raccontata
la stagione prima.
Sai solo tre storie, Tom? lo rimbrott Steve. Perch non ce ne rac-
conti mai una nuova? Perch non racconti una storia sui vecchi tempi?
Tom gli rivolse la sua tipica occhiata sfottente e tossicchi. Rafael e Cov
si unirono a Steve nel prendere in giro il vecchio.
Raccontaci una storia che parli di te nei vecchi tempi.
Sorseggiai il rum e guardai attentamente Tom. L'avrebbe raccontata,
stavolta? Sembrava un po' sfinito e di malumore. Mi lanci un'occhiata:
penso che ricordasse il nostro vivace scambio d'idee, dopo la riunione,
quando gli avevo rinfacciato quanto grande ci avesse fatto sembrare l'A-
merica.
D'accordo decise Tom. Vi racconter una storia dei vecchi tempi.
Ma vi avverto, non  inventata,  solo un avvenimento realmente accadu-
to.
Soddisfatti, ci accomodammo sui ceppi e sulle sedie svergolate dalla
pioggia.
Allora disse Tom nei vecchi tempi possedevo un'automobile. Ve lo
giuro. E all'epoca della storia, andavo in auto da New York a Flagstaff. Un
viaggio come quello avrebbe richiesto circa una settimana, ad andare svel-
ti. Ero quasi alla fine, sulla Statale 40, nel Nuovo Messico. Si avvicinava il
tramonto e prometteva tempesta. Grandi nubi nere sembravano un'onda
che rotolasse a riva dal Pacifico; il cielo era azzurro chiaro, sopra di me e
dietro di me; in basso, la terra era un deserto disseminato di mesas e nien-
t'altro, a parte i cespugli e le due corsie della strada. Un paese fantasma.
"Per prima cosa notai che due raggi di sole spuntavano dalla sommit
del fronte di nubi, fenomeno che anche voi avete visto; ma quei due raggi
sembravano fari, si aprivano da sinistra a destra davanti a me, come por-
tenti di qualche sorta. Pensate solo a quei raggi di sole... Avevano sfiorato
la terra di tanto cos (mise in mostra pollice e indice appena staccati) ep-
pure l'avevano mancata, per cui avrebbero continuato per sempre nell'uni-
verso. Ma prima mi diedero un segno.
"In secondo luogo, comparve la vecchia Volvo, sbuffando per superare
una ripida salita con un cartello in vetta, si cui era scritto Spartiacque con-
tinentale. Avrei dovuto immaginarlo. Prima della discesa, sul ciglio della
strada c'era un autostoppista.
"A quell'epoca ero avvocato e davo valore alla mia solitudine. Per una
settimana intera non ero costretto a parlare con nessuno e l'idea mi piace-
va. Possedevo un'automobile, ma da giovane anch'io avevo fatto l'autostop
e conoscevo la disperazione dell'autostoppista, il cumulo sempre crescente
di piccole delusioni nell'umanit. E poi, stava per piovere. Ma non volevo
dare un passaggio a quel tipo, per cui decisi di guardare dall'altra parte nel
sorpassarlo, per non incrociare il suo sguardo. Ma sarebbe stata vigliacche-
ria. Cos, all'ultimo istante, lo guardai. E, credetemi, nell'attimo in cui lo
riconobbi, sterzai sul bordo della strada e slittai sulla ghiaia, fermandomi.
"Quell'autostoppista ero io. Io in persona."
Oh, contaballe disse Rebel.
Non  una bugia! Era cos, in quei tempi. Voglio dire, ogni giorno capi-
tavano cose anche pi bizzarre di questa. Perci lasciatemi continuare il
racconto.
"Allora. Tutt'e due lo capimmo, quel tizio e io. Non eravamo due sem-
plici sosia, come quelli di cui ti parlano gli amici e poi, quando li incontri,
non t'assomigliano per niente. Questo tizio era l'uomo che vedevo nello
specchio ogni mattina quando mi radevo. Indossava perfino una mia vec-
chia giacca a vento.
"Scesi di macchina. Ci fissammo. Allora, chi sei? disse lui, in una vo-
ce che riconobbi perch avevo ascoltato registrazioni su nastro della mia.
"Tom Barnard risposi.
"Anch'io disse lui.
"Ci fissammo davvero.
"Come ho detto, all'epoca ero avvocato, d'inverno lavoravo a New York.
Per cui ero piuttosto magro, con un po' di pancetta. Si vedeva subito che
l'altro Tom Barnard aveva fatto lavori manuali: era pi robusto, duro, in
piena forma, con un principio di barba e la pelle abbronzata dalla vita all'a-
ria aperta.
"Bene, vuoi un passaggio? dissi. Cos'altro potevo dire? Dopo una bre-
ve esitazione, lui annu; raccolse lo zaino e si avvicin alla macchina. La
Volvo  ancora in giro, vedo comment. Salimmo. A sedere l con lui,
fianco a fianco, provai una sensazione tanto bizzarra da non riuscire a met-
tere in moto. Insomma, aveva sul braccio una cicatrice identica a quella
che mi era rimasta cadendo da un albero! Straordinario! Comunque, ripresi
la strada.
"Bene, a stare seduti in silenzio veniva la pelle d'oca a tutt'e due. Comin-
ciammo a parlare. Eravamo il medesimo Tom Barnard, eccome! Nati nello
stesso anno, dagli stessi genitori. Confrontando il nostro passato anno per
anno, in breve scoprimmo il momento in cui ci eravamo suddivisi, sdop-
piati, o chiss cosa. Un settembre di cinque anni prima, io ero tornato a
New York, mentre lui era andato in Alaska.
"Sei tornato allo studio legale? chiese. Con un sussulto, confermai.
Ricordai che avevo pensato di andare in Alaska, una volta terminato il la-
voro con il Consiglio Navaho; ma non mi era sembrata una soluzione pra-
tica. E dopo molte riflessioni ero tornato a New York. Alla fine determi-
nammo il momento esatto: il mattino in cui partii in auto per New York,
prima dell'alba, nel silenzio assoluto, c'era stato un istante, nell'imboccare
la Statale 40, in cui non riuscivo a ricordare se la rampa d'accesso era una
semplice curva a sinistra o un cerchio completo sulla destra; e mentre an-
cora ci pensavo, mi ero ripreso ed ero gi sull'autostrada, diretto a est. La
stessa cosa era accaduta al mio doppio: solo, lui si era diretto a ovest. Ho
sempre saputo che questa era una macchina magica disse. Anch'essa 
doppia... ma ho venduto la mia a Seattle.
"Be'... c'eravamo. La tempesta si scaten e proseguimmo fra piccoli
scrosci di pioggia. Il vento spingeva la macchina. Dopo un poco vincem-
mo lo stupore e prendemmo a chiacchierare. Gli raccontai cosa avevo fatto
negli ultimi cinque anni... pratiche legali, per lo pi... e lui scosse la testa,
come se mi ritenesse matto. Mi raccont cos'aveva fatto lui, e mi parve una
vita magnifica. Pesca in Alaska, cartografia di fiumi nello Yukon, raccolta
di scheletri d'animali per il dipartimento caccia e pesca... lavoro duro, a
contatto con la natura. Quanto ridevo, alle sue storie! E da lui udivo la mia
risata come la udivano i miei amici, e l'idea mi faceva solo ridere pi forte.
Vi  mai venuto in mente che la gente vi vede nello stesso modo in cui la
vedete voi, una raccolta di apparenze, abitudini, azioni, parole... e che non
arriva mai a leggervi i pensieri, a sapere quanto siete fantastici in realt? In
modo che agli altri sembrate estranei quanto loro a voi? Bene, quella sera
guardai me stesso dall'esterno e vidi davvero un tipo buffo.
"Ma che vita aveva vissuto! Mi dava una sensazione di vuoto allo sto-
maco. Capite, aveva vissuto una vita assai vicina a quella che avevo sogna-
to di vivere nel mio piccolo appartamento di New York, un inverno dopo
l'altro. Mentre la mia vita in citt era solo una serie di luoghi chiusi in cui
sedevo a guardar parlare la gente o a parlare io stesso. Tutta qui, la mia vi-
ta. Ma quest'altro Tom! Era andato via, aveva fatto quel che volevo fare io.
E non sapeva come sarebbe stato il resto della sua vita, disteso davanti a
lui come la strada davanti a noi. Capii che amavo viaggiare all'interno del
paese proprio perch attraversavo la campagna... che le volte in cui deside-
ravo di girare la macchina nel Nuovo Messico e tornare a New York, e poi
girare di nuovo e andare all'ovest, e continuare cos, come se la Volvo fos-
se un pendolo appeso al polo nord... era perch volevo stare in campagna,
all'aperto. Cominciai a sentire il vuoto della mia vita, il vuoto provato
quando nel mio appartamento di New York guardavo nello specchio men-
tre mi radevo, quando notavo le rughe sotto gli occhi e pensavo che avrei
potuto vivere una vita diversa, che avrei potuto renderla migliore.
"Mi demoralizzai a un punto tale da suggerire a un tratto al mio doppio
che forse non ero altro che una sua allucinazione. Mi pareva un'ipotesi
sensata. Lui aveva fatto la scelta pi forte, io la pi debole... non era forse
logico pensare di essere niente di pi di uno spettro venuto a tormentarlo,
una visione di quel che gli sarebbe accaduto se avesse fatto l'errore di tor-
nare a New York?
"Non credo disse lui.  pi probabile che sia io un'allucinazione che
ti sei fermato a raccogliere per strada. E poi, saresti davvero un diavolo
d'allucinazione, per portarmi fino al Nuovo Messico. No, siamo tutt'e due
qui in carne e ossa. Mi diede un pugno sul braccio; dove mi tocc, sentii
un forte calore.
"Hai ragione ammisi. Siamo qui tutt'e due. Ma come lo spieghi?
"C'era troppa roba per un corpo solo! disse. Per questo avevamo dif-
ficolt a prendere sonno.
"Soffro ancora d'insonnia riconobbi. E sapevo perch: avevo vissuto
la vita sbagliata, avevo scelto la vita in scatola.
"Anch'io disse lui, con mia sorpresa. Forse perch dormo troppo sul
terreno. Ma forse per il mio genere di vita. Per un attimo parve demora-
lizzato quanto me. A volte ho l'impressione di non fare niente di reale,
perch nessuno lo fa. Vado contro la mia inclinazione, immagino. Spesso
il sonno ne risente.
"Cos anche lui aveva i suoi guai. Ma sembravano ben poca cosa, para-
gonati ai miei. Era pi sano e felice di me, senza dubbio.
"La tempesta aument d'intensit. Misi in funzione i tergicristalli, ag-
giungendo il loro cigolio al rombo sommesso del motore e al sibilo di
pneumatici sul bagnato. I fari illuminavano scrosci di pioggia; sull'altra
corsia rombavano autotreni diretti a est, che si lasciavano alle spalle lunghi
strascichi di schizzi. Mettemmo nell'autoradio una cassetta con la Terza di
Beethoven: il secondo movimento sembrava il rumore della tempesta. Re-
stammo ad ascoltare e parlammo di quando eravamo bambini. Ricordi
questo? Oh, certo. Ricordi quest'altro? Avrei dato chiss cosa per-
ch nessuno venisse mai a saperlo. E cos via. Chiacchiere amichevoli,
che per mettevano a disagio. Non potevamo pi parlare della nostra vita
diversa, perch c'era qualcosa di sbagliato, una tensione, un contrasto, an-
che se nessuno dei due era soddisfatto.
"Cominciava a piovere pi forte, il vento squassava l'auto. Si vedeva ben
poco, a parte il cono di luce dei fari... la massa nera della terra, le nubi nere
pi in alto. La marcia del secondo movimento, musica pi grandiosa di
quanto non possiate immaginare, si rivers dagli altoparlanti uguagliando
colpo su colpo la tempesta. E parlammo e ridemmo, e ci sentimmo felici,
gridammo, battemmo i pugni sul tettuccio, sommersi da quel che accade-
va... perch se eravamo l entrambi, significava che eravamo speciali, capi-
te. Significava che eravamo magici.
"Ma nel bel mezzo degli schiamazzi, il motore della Volvo sputacchi,
in cima a un'altra salita. Schiacciai l'acceleratore, ma il motore si spense.
Mi accostai al ciglio, provai a rimettere in moto. Niente da fare. Acqua
nello spinterogeno disse il mio doppio. Non l'hai mai fatta riparare?
"No ammisi. Discutemmo un poco e decidemmo di tentare d'asciugar-
lo. Non sarebbe stato facile, ma era sempre meglio di stare l seduti tutta la
notte. Tirammo fuori i ponchos; per fortuna la pioggia si ridusse a un'ac-
querugiola continua. Mentre indossavo il poncho, il mio compagno aveva
gi sollevato il cofano ed era chino sul motore. Reggeva una piccola torcia
elettrica e con l'altra mano tirava via lo spinterogeno. Lo aiutai: tre mani di
Tom Barnard tolsero la calotta, staccarono i fili, asciugarono le puntine,
rimisero tutto a posto. Il mio doppio corse a prendere un sacchetto di pla-
stica, mentre io restavo chino sul motore, con il poncho disteso come un
mantello, e sentivo il calore che si alzava. Il mio doppio torn... lavorava-
mo a velocit d'emergenza, capite... e si chin sul motore: le nostre quattro
mani lavorarono con sovrannaturale coordinazione. Rimesso a posto lo
spinterogeno, lui si precipit sul sedile di guida e mise in moto. Il motore
si accese e lui lo port su di giri. L'avevamo aggiustato! Mentre chiudevo
il cofano, il mio doppio scese di macchina, sorridendo. Bene! disse,
dandomi una manata sul palmo; a un tratto spicc un balzo e si mise a ulu-
lare il canto Navaho che avevamo imparato quand'ero bambino... e io gira-
vo con lui, agitavo il poncho come se fosse un manto per le danze Hopi,
gridavo a pieni polmoni. Oh, era uno spettacolo bizzarro, noi due che bal-
lavamo davanti all'auto, su quell'altura, saltellando, girando, pestando i
piedi nelle pozzanghere; e mi sentii... non esistono parole per esprimere
come mi sentivo in quel momento, davvero.
"La pioggia era cessata. All'orizzonte, verso sud, piccole schegge di luce
saettavano a terra dalle nuvole basse. Restammo fianco a fianco a guardar-
le, due tre al secondo. Niente tuoni.
"La mia vita sembra questa disse uno di noi, non ero sicuro quale dei
due. Il mio braccio, il destro, scottava, dove toccava il suo. Guardai il
braccio...
"E vidi che il mio e il suo si erano uniti e terminavano in una sola mano.
Diventavamo di nuovo un tutt'uno. Ma era una mano sinistra... la sua. Al-
lora notai che la mia gamba e la sua si univano nello stesso stivale, uno
stivale destro. Il mio piede.
"Nell'avambraccio che si muoveva tra noi vedevo i tessuti rossastri, si-
mili a una cicatrice da ustione. E sentivo l'attrazione ardente, il risucchio.
Ci fondevamo insieme! Gi avevamo in comune parte del braccio, presto
saremmo stati uniti fino alla spalla, come gemelli siamesi; e sentivo lo
stesso bruciore alla gamba destra, oh, il nostro tempo era giunto alla fine!
Prima braccia e gambe, poi il tronco, poi la testa!
"Nel suo viso vidi l'immagine speculare del mio, stravolta dall'orrore.
Pensai, ecco come sono, ecco chi sono, il nostro tempo  terminato. Incon-
trai il suo sguardo.
"Tira! disse lui.
"Tirammo. Con la destra lui afferr il parafango; io scostai il piede sini-
stro, cercando appiglio nella ghiaia fangosa. Mi piegai all'infuori, tirai co-
me mai avevo tirato in vita mia. L'avambraccio sporgeva fra noi simile a
un artiglio. Ansimammo, grugnimmo, tirammo; il tessuto cicatriziale sopra
il gomito bruciava, si stirava, restituiva a ciascuno di noi un po' del brac-
cio. Era doloroso, come se mi fossi afferrato a un sostegno e avessi cercato
deliberatamente di strapparmi il braccio. Ma funzionava. Adesso ciascuno
di noi aveva un gomito suo.
"Tieniti forte ansimai. Mi lanciai verso la strada. Srrppp! Un istante
d'acuta sofferenza... e caddi sull'asfalto bagnato. Mi rialzai sostenendomi
su tutt'e due le mani. Avevo tutt'e due i piedi. Scossi con violenza la destra,
mi afferrai lo stivale destro. Ero di nuovo intero.
"Il mio doppio se ne stava appoggiato alla macchina, si reggeva nella
destra l'avambraccio sinistro, tremava. M'accorsi di tremare anch'io. Lui
mi fissava con espressione rabbiosa. Per un secondo pensai che volesse as-
salirmi. Per un istante ebbi una visione, lo vidi saltarmi addosso e pren-
dermi a pugni, vidi le mani penetrare dentro di me e non venire pi fuori,
cosicch lottavamo a morsi e a calci, a ogni colpo ci fondevamo l'uno nel-
l'altro fino a diventare una singola persona che si colpiva da sola, prona
sulla ghiaia, e sobbalzava e si contorceva.
"Ma era solo una visione. In realt, lui scosse con forza la testa, arricci
le labbra in un'espressione amara.
"Meglio che me ne vada disse.
"Risposi: Credo di s. Mentre mi rimettevo in piedi, si accost alla
portiera e prese lo zaino. Si tolse il poncho per mettersi in spalla lo zaino.
"Per te c' il ritorno a casa, eh, Thomas? disse. C'era disprezzo, nel
suo tono. All'improvviso mi arrabbiai.
"E tu puoi tornartene sulla strada risposi. Sono felice di vederti anda-
re via. Da te ho avuto la sensazione che tutta la mia vita sia stata uno sba-
glio, che tu abbia fatto bene e io male. Ma non ho fatto male! Vivo con la
gente, come un essere umano dovrebbe vivere; tu fuggi, vaghi sulle strade.
Brucerai in fretta.
"Mi lanci un'occhiata d'odio e disse: Hai capito male, fratello. Cerco
di vivere la mia vita meglio che posso. E non brucer mai. Si rimise il
poncho. Prendi tu il nome disse. Non so se vivo nel tuo stesso mondo,
ma qualcuno potrebbe accorgersene. Perci, tieni tu il nome. Tanto, ho la
sensazione che sia tu il Tom Barnard reale.
"Cos avevamo litigato.
"Mi guard un'ultima volta. Buona fortuna disse. Poi s'allontan dalla
strada, risal il costone. Nella nebbiolina, con il poncho addosso, parve i-
numano. Ma io sapevo chi era. E mentre lo guardavo svanire nel buio e fra
gli arbusti, il mio spirito si riemp di disperazione. Era me stesso, colui che
scompariva laggi; guardavo il mio vero essere svanire nella pioggia. U-
n'esperienza che non auguro a nessuno.
"Quando non riuscii pi a scorgerlo, m'allontanai in macchina, in preda
al panico. Bastava uno scricchiolio a farmi sobbalzare, avevo troppa paura
per girarmi a vedere cosa fosse. Guidavo a velocit sempre maggiore e
pregavo che lo spinterogeno restasse asciutto. Le valli a est dell'Arizona
passarono una dopo l'altra. Per la prima volta, credo, mi resi conto di quan-
to il paese fosse vasto davvero. Non riuscivo a togliermi dalla testa gli ul-
timi avvenimenti. Le frasi parevano ancora sospese a mezz'aria. Avrei vo-
luto pi tempo a disposizione... avrei voluto che ci fossimo lasciati da ami-
ci... che la fusione si fosse realizzata! Perch la completezza ci aveva atter-
riti tanto? Ma avevo paura: il terrore di quell'unione mi sommerse. Spinsi
l'auto a velocit ancora maggiore, come se lui, bagnato ed esausto, m'inse-
guisse sull'autostrada, chilometri pi indietro."
Tom toss un paio di volte; fissava il fuoco, ricordando l'episodio. Lo
guardavamo a bocca aperta.
L'hai pi rivisto? chiese Rebel, in tono ansioso. Le parole spezzarono
l'incantesimo. Molti di noi risero, Tom compreso. Ma poi il vecchio si ac-
cigli e annu.
S, l'ho rivisto. E non  tutto.
Tornammo a metterci comodi. Pensavo che i pi anziani avessero gi
udito quella storia, ma anche loro parvero sorpresi.
Parecchi anni dopo lo rividi. Capirete da soli a quale anno mi riferisco.
Ero ancora avvocato, pi vecchio, pi trasandato, pi grasso che mai. Era
cos, la vita nei vecchi tempi: gli anni in scatola la consumavano in fretta.
A questo punto Tom guard me, come per accertarsi che lo ascoltassi. E-
ra davvero una vita stupida. Ecco perch non capisco la gente che parla di
combattere per tornare a una vita del genere. A quei tempi, la gente s'af-
fannava a lavorare in scatole per avere scatole da affittare e scatole a cui
fare visita; e passava tutta la vita a correre dentro una scatola, come topi.
Anch'io facevo cos, e non aveva senso.
"Una parte di me lo sapeva e si ribellava senza troppa convinzione. A
quell'epoca ero di nuovo all'ovest in viaggio. Decisi di salire in cima al
monte Whitney, la montagna pi alta degli Stati Uniti. Nelle mie condizio-
ni fisiche, era impresa disperata anche solo salire il sentiero di quindici
chilometri, ma in un paio di giornate di fatica ci riuscii. Monte Whitney.
Proprio sul far della sera... di nuovo. Per questo motivo ero l'unico sulla
cima, cosa abbastanza rara.
"Camminavo sulla vetta, grande circa mezzo ettaro. Il sentiero risale il
lato di ponente, un pendio facile e graduale. Ma la parete orientale scende
quasi a picco e a guardare gi, nelle ombre, provai una bizzarra sensazio-
ne. Allora notai uno scalatore. Risaliva da solo la ripida parete, lungo un
canalone. Anche il vecchio John Muir aveva risalito da solo la parete est,
ma lui andava pazzo per il rischio e da allora ben pochi scalatori hanno o-
sato imitarlo. Mi girava la testa solo a guardare, ma continuai lo stesso a
osservare lo scalatore. Quando fu pi vicino, prese a lanciare occhiate alla
vetta; a un certo punto mi vide e agit la mano. Pi saliva, pi mi pareva di
conoscerlo. E poi capii chi era. Il mio doppio, con attrezzatura da alpinista
e un gran barbone. Sembrava in piena forma. Ed era l, sulla parete di gra-
nito!
"Be', pensai di svignarmela gi dal sentiero; ma a un certo punto, nell'al-
zare gli occhi, mi riconobbe. Non potevo non salutarlo. Cos aspettai.
"L'ultimo tratto di scalata parve eterno; e intanto lui correva il rischio di
morire a ogni passo. Ma quando lui strisci sulla cima, il sole era ancora
alto all'orizzonte, laggi sul Pacifico, nella foschia. Il mio doppio si alz,
cammin verso di me. Si ferm a un metro di distanza. Restammo a fissar-
ci, senza parlare, in quella luce ambrata che si vede solo sulle Sierras al
crepuscolo. Pareva che non ci fosse niente da dire, eravamo come impietri-
ti.
"Accadde allora."
Qui la voce di Tom assunse un tono rauco e duro; il vecchio si sporse
sulla sedia zoppa, smise di dondolarsi, fiss il fuoco, non guard in viso
neppure uno solo di noi. Toss tre quattro volte, riprese a parlare in fretta:
Il sole era una mezza sfera arancione all'orizzonte e... e ne fior un'altra, l
a fianco, e poi un mucchio, su e gi lungo la costa della California. Cin-
quanta soli in fila, nello splendore del tramonto. Nubi a fungo, alte come
noi, poi ancora pi alte. Piccoli aloni di fumo intorno a ogni colonna. Era il
Giorno, gente. Era la fine.
"Vidi cos'era, capii cos'era. Mi girai a guardare il mio doppio, lo vidi
piangere. Mi venne a fianco, ci tenemmo per mano. Tutto qui, semplice-
mente. Ci fondemmo insieme con la massima facilit, come se fossimo
d'accordo. Al termine, ero l sulla vetta, da solo. Ricordavo tutt'e due i
miei passati, sentivo in me la forza di mio fratello. Un vento freddo soffi
verso di me le nubi a fungo. Oh, mi sentivo solo, credetemi; tremavo,
guardavo l'orrendo spettacolo; e mi sentivo... come dire?... in qualche mo-
do guarito e... Oh, non so. Non so. Scesi dal monte, chiss come."
Si appoggi alla spalliera e quasi spinse troppo all'indietro la sedia a
dondolo. Tutti traemmo un respiro profondo.
Tom si alz, con un rametto stuzzic il fuoco. Capite, non si poteva vi-
vere una vita intera, nei vecchi tempi disse, con tono di nuovo rilassato,
perfino irascibile. Solo ora siamo accanto al fuoco, nel mondo...
Risparmiaci la morale, per favore disse Rafael. Ce ne hai fatta fin
troppa negli ultimi tempi, grazie.
John Nicolin annu.
Il vecchio batt le palpebre. D'accordo, come volete. Tanto, le storie
non dovrebbero mai avere una morale. Mettiamo altra legna sul fuoco! La
storia  terminata, ho voglia di bere qualcosa.
Con un colpo di tosse, and lui stesso a prendersi da bere e ci lasci libe-
ri. Alcuni si alzarono a mettere legna sul fuoco, altri chiesero alla signora
Nicolin se c'era ancora burro... tutti con tono un po' mogio, ma soddisfatto.
Il vecchio la sa sempre lunga disse Steve. Poi mi prese per il braccio e
indic Melissa, dall'altra parte del fuoco. Lo scostai, con un'alzata di spal-
le; ma dopo un poco girai intorno al fal e le andai vicino. Melissa mi cir-
cond con il braccio. Sentire la piccola mano sul fianco mi fece balzare il
rum in corpo. Girellammo nel cortile pieno di cianfrusaglie e ci baciammo
con desiderio. Ogni volta ero sorpreso di quanto fosse facile, con Melissa.
Bentornato a casa disse lei. Ancora non mi hai parlato del viaggio...
l'ho solo sentito di seconda mano! Perch non vieni a casa mia, pi tardi, e
mi racconti? Pap sar presente,  chiaro, ma forse andr a letto.
Mi affrettai ad accettare l'invito, pensando pi ai baci che alle informa-
zioni che in teoria avrei dovuto strappare a Shanks. Ma quando me ne ri-
cordai (mentre premevo le labbra sul collo di Melissa, bellissimo alla luce
del fuoco), fui soddisfatto di me. Sarebbe stato pi facile di quanto non
credessi. Andiamo a vedere se c' ancora un po' di rum dissi.
Poco dopo avevamo trovato il rum e l'avevamo mandato gi; e Addison
ci aveva trovati. Andiamo via disse sgarbatamente a Melissa.
 ancora presto rispose lei. Henry pu venire con noi? Voglio sentire
il racconto del suo viaggio e mostrargli la nostra casa.
Certo disse Addison, con indifferenza. Dietro la schiena di Melissa ri-
volsi un gesto di saluto a Steve e a Kathryn; mi sentii assai scaltro, quando
scorsi l'espressione stupita di Steve. Imboccammo il sentiero del costone.
Add ci precedette nella valle, senza una parola n un'occhiata, cos non vi-
de il braccio di Melissa intorno alla mia cintura, n la sua mano nella mia
tasca. La tasca aveva un buco comodo per lei, ma io non mi sentivo affatto
a mio agio, con Add proprio davanti a noi, e non reagii, se non con un ba-
cio sul ponte, perch l sapevo dove mettevo i piedi. Percorrendo a passo
malfermo il sentiero di monte Basilone, sentivo il rum scorrermi nel san-
gue e le dita di Melissa frugare nei calzoni. Uau! Ma nello stesso tempo
pensavo a come rivolgere a Shanks domande sugli sciacalli e sui giappo-
nesi. Il rum mi confondeva il cervello, se riflettevo sul problema, ma non
si trattava solo dell'alcol. Non esisteva una buona soluzione, ecco tutto.
Dovevo lanciare l'amo senza l'esca e sperare.
La casa degli Shanks era una delle pi vecchie: Add l'aveva costruita
prima ancora che qualcuno si stabilisse a Onofre. Come intelaiatura aveva
sfruttato un traliccio elettrico, per cui la casa era piccola, ma alta e robusta
come un albero. Le pareti a scandole s'inclinavano leggermente verso l'in-
terno; i quattro montanti del traliccio spuntavano dagli angoli del tetto e si
univano in un intrico metallico molto pi in alto.
Entra mi disse Add in tono ospitale, mentre toglieva di tasca una
chiave e apriva la porta. All'interno, strofin un fiammifero e accese una
lanterna: l'odore d'olio di balena bruciato riemp la stanza. C'erano scatole
e utensili ammucchiati contro le pareti, ma niente mobili.
Abitiamo di sopra disse Melissa, mentre Add ci precedeva su per la
ripida scala di assi nell'angolo. Ridacchi e mi spinse per il sedere, salendo
dietro di me; quasi sbattei la testa in un grosso montante di ferro del vec-
chio traliccio.
Per quanto ne sapevo, ero il primo abitante d Onofre a vedere il piano
superiore. Ma non c'era niente di speciale: cucina in un angolo, tavolo di
legno chiaro, un vecchio divano e alcune poltrone. Tutta roba da sciacalli.
Una scaletta e una botola indicavano la presenza di un altro piano. Add po-
s la lanterna sopra il fornello e cominci ad aprire le finestre togliendo le
imposte di protezione. Ce n'erano un mucchio. Quando termin, avevamo
un bel panorama nelle quattro le direzioni: scure cime d'albero, da ogni
parte.
Avete un mucchio di finestre dissi, sotto la spinta del rum.
Add annu. Siediti m'invit.
Vado a cambiarmi disse Melissa; sal la scaletta del piano superiore.
Mi accomodai in una delle grosse poltrone imbottite, di fronte al divano.
Dove ti sei procurato tutto questo vetro? chiesi, con la speranza di arri-
vare cos all'argomento che mi premeva. Ma Add sapeva che sapevo la
provenienza del vetro e mi sorrise storto.
Oh, qua e l rispose. Tieni, prendi un bicchiere di rum. Il mio  mi-
gliore di quello dei Nicolin.
Avevo gi bevuto a sufficienza, ma accettai il bicchiere.
Siediti qui sul divano disse Add, reggendomi il bicchiere mentre mi
spostavo. Da l c' la vista migliore. Se l'aria  chiara, si vede Catalina. Se
no, il mare. Stava per diventare la tua seconda casa, a quanto dicono.
Seconda e ultima, a momenti.
Rise forte e a lungo. Ho sentito, ho sentito. Bene. Bevve un sorso.
Una bella serata. Mi piacciono le storie di Tom.
Anche a me. Sorseggiammo il rum; per un momento parve che non
avessimo pi niente da dire. Per fortuna Melissa scese, in un vestito da ca-
sa bianco che le stringeva il seno. Con un sorriso prese un bicchiere di rum
e venne a sedersi accanto a me sul divano, premendomi braccio e gamba.
La cosa mi rendeva nervoso, ma Add ci rivolse quel suo sorriso di storto
(molto diverso da quello di Tom, causato da una cicatrice: Add sollevava
solo un angolo delle labbra) e annu, quasi fosse soddisfatto nel vederci in
quella posizione intima. Si allung contro la spalliera, pos il bicchiere in
equilibrio sul bracciolo consunto della poltrona.
Buon rum, vero? disse Melissa. Riconobbi che era vero. L'abbiamo
scambiato con due dozzine di granchi. Vogliamo solo il rum migliore.
Mi piacerebbe fare scambi con San Diego disse Add, irritato. Davve-
ro  grande come dice Tom?
Certo. Forse anche pi grande.
Melissa mi pos la testa sulla spalla. Ti  piaciuto, laggi?
Direi di s. Un gran bel viaggio, lo ammetto.
Cominciarono a chiedermi i particolari. Quanti villaggi c'erano? Erano
tutti collegati dalla ferrovia? Il Sindaco era benvoluto? Quando raccontai
che la mattina il Sindaco si allenava al tiro al bersaglio, si misero a ridere.
Tutte le mattine? chiese Add, alzandosi a riempire di nuovo i bicchie-
ri.
Cos dicono.
Significa che hanno un mucchio di munizioni borbott fra s, nell'an-
golo cucina. Ehi, la bottiglia  vuota.
Ne hanno di sicuro dissi. Mi parve che ci fosse il modo di portare pre-
sto la conversazione sugli sciacalli. Mi rilassai e cominciai a gustare la vi-
sita. La zona  piena di magazzini navali e il Sindaco li ha fatti esplorare
tutti.
Ah-hah. Un momento, scendo di sotto a prendere un'altra bottiglia.
L'istante in cui la testa di Add spar sotto il livello della botola, Melissa e
io ci baciammo. Le sentivo il rum sulla lingua. Le posai la mano sul ginoc-
chio; lei si tir su il vestito, cos toccavo la coscia nuda. Altri baci. Avevo
il fiato corto. Spinsi il vestito sempre pi su, finch scoprii che Melissa
non portava niente sotto. Per la sorpresa il sangue mi rimbomb nelle o-
recchie. Il ventre le pulsava. Lei mi prese la mano, se la premette sul ven-
tre. Ci baciammo pi forte; lei mi strinse l'uccello nei pantaloni. Il fiato mi
manc del tutto, whoosh, whoosh!
Thump, thump, risposero gli stivali di Add sulla scala. Melissa si stacc
da me e si tir gi il vestito. Per lei andava benissimo, ma il rigonfio nei
calzoni tradiva la mia erezione. Melissa mi diede un'altra strizzatina mali-
ziosa che rese ancora pi evidente il rigonfio e ridacchi alla mia aria co-
sternata. Bevvi il rum e mi rannicchiai nell'angolo del divano. Add entr
nella stanza, ruppe il sigillo della bottiglia. A questo punto ero presentabi-
le, anche se il cuore batteva due volte pi in fretta.
Bevemmo ancora. Melissa mi lasci la mano sul ginocchio. Add si alz
e gir per la stanza in penombra, a scrutare dalle finestre; ne apr prima
una, poi un'altra, per regolare la circolazione d'aria, disse. Il rum mi dava
alla testa.
Il fulmine non colpisce mai la casa? chiesi.
Certo risposero insieme e risero. Add aggiunse: A volte ci colpisce e
fa saltare via le scandole da tutta una parete. Quando le controllo, sono tut-
te bruciacchiate.
E a me si rizzano i capelli disse Melissa.
Non avete paura dell'elettrocuzione? chiesi, compitando con cura l'ul-
tima parola.
No, no disse Add. Qui siamo bene a massa.
Cosa vuol dire?
Il fulmine corre lungo i montanti d'angolo e si scarica nel terreno. Ho
chiesto a Rafe di dare un'occhiata e lui ha confermato che non corriamo al-
cun pericolo. Il suo parere mi consola, quando il fulmine ci colpisce e
squassa la casa, e scintille azzurre ronzano come mosconi da tutte le parti.
A me piace disse Melissa.  eccitante.
Add continu a giocherellare con le finestre. Quando lui guardava da
un'altra parte, Melissa mi prendeva la mano e se la posava in grembo,
bloccandola fra le cosce. Quando Add si girava, lei allentava la stretta e io
tiravo via di scatto la mano. Mi sembrava d'impazzire. Arrivai al punto da
non aspettare che fosse Melissa a prendermi la mano: mi tuffavo su di lei
alla minima occasione. Bevemmo ancora. Finalmente le finestre furono di-
sposte in modo da soddisfare Add, che venne a fermarsi davanti al divano
e mi guard come se sapesse cosa succedeva alle sue spalle.
Secondo te, cosa cerca in realt il Sindaco di San Diego? mi chiese.
Non so risposi. Ero confuso... impaziente di allungare la mano sotto il
vestito di Melissa, ma consapevole della presenza di Add, proprio di fronte
a me.
Vuole essere il re di tutta la costa?
Non credo. Vuole cacciare i giapponesi dal continente, tutto qui.
Ah. L'hai gi detto, alla riunione. Non so se crederci.
Perch?
Non ha senso. Di quanti uomini hai detto che dispone?
Non mi pare d'averlo detto. E poi, non lo so con esattezza.
Hanno apparecchi radio?
Ehi, come hai fatto a indovinare? Hanno una grossa radio vecchia, ma
ancora non funziona.
No?
Non ancora, ma hanno intenzione di far venire dal Salton Sea un tizio a
ripararla.
Chi te l'ha detto?
La gente di San Diego. Il Sindaco.
Con tutte quelle domande, ritenni fosse il momento migliore per farne
qualcuna anch'io. Add, dove hai preso veramente tutto quel vetro?
Ai raduni di scambio, per la maggior parte. Adesso guardava Melissa.
Si scambiarono un'occhiata di cui non compresi il significato.
Dagli sciacalli?
Certo. Sono loro che vendono il vetro, no?
Decisi di sfiorare l'argomento. Non tratti mai direttamente con gli scia-
calli, Add? Voglio dire, al di fuori dei raduni.
No di certo. Perch lo chiedi? Aveva ancora quel sorriso storto, ma gli
occhi divennero attenti. Il sorriso svan.
Cos risposi. Provai per un attimo la sensazione che mi leggesse nel
pensiero. Curiosit, solo questo.
No disse, deciso. Non tratto mai con gli zopilotes, qualsiasi voce ti
sia giunta. Pesco i granchi sotto Trestles, per cui giro molto da quelle parti,
ma non faccio altro.
Raccontano un mucchio di menzogne, su di noi intervenne Melissa, in
tono tragico.
Non importa disse Add, di nuovo con il sorriso. Ognuno, credo, d
adito a storie, d'un tipo o dell'altro.
Vero confermai. Ed era proprio cos. Chiunque non vivesse nella val-
le, sotto l'esame costante di tutti, era oggetto di pettegolezzi. Capivo come
le voci nascessero pi in fretta nei confronti di un tipo riservato come Ad-
dison. Era ingiusto nei suoi riguardi. Non sapevo cosa dire. Steve avrebbe
dovuto trovare un altro modo per procurarsi le informazioni da riferire a
quelli di San Diego. Battei le palpebre, respirai a fondo e con regolarit,
nel tentativo di annullare gli effetti del rum. Add aveva acceso solo una
lanterna; anche se quell'unica fiammella era riflessa da cinque o sei fine-
stre, la stanza era piena di ombre danzanti. Nel mio bicchiere c'erano anco-
ra due dita di rum, ma decisi di lasciar perdere. Addison si allontan dal
divano. Melissa si drizz a sedere. Add and nell'angolo della cucina e
consult un grosso orologio a sabbia.
 stato divertente, ma s' fatto tardi. Melissa, dovremmo gi essere a
letto. Abbiamo un mucchio di lavoro, domattina.
Va bene, pap.
Accompagna gi Henry e dagli la buonanotte in fretta. Henry, torna a
farci visita, uno di questi giorni.
Mi alzai, poco saldo sulle gambe, ma impaziente. Add mi strinse con
forza la mano, sorridendo. Fai attenzione, tornando a casa.
Certo. Grazie per il rum, Add.
Seguii Melissa a pianterreno e poi fuori della porta, nella notte. Ci ba-
ciammo. Mi appoggiai con la schiena contro la parete inclinata per tenermi
in piedi, una gamba fra quelle di Melissa, mentre lei si premeva addosso a
me. Mi ricord la prima volta che avevamo amoreggiato, al raduno di
scambio; solo che questa volta ero pi sbronzo. Melissa mi si strusci con-
tro la coscia e lasci che la toccassi, mentre mi baciava sul collo e ansima-
va, umm, umm, sottovoce.
Mi aspetta disse poi.  meglio che torni di sopra.
Oh.
Buonanotte, Henry.
Un bacetto sul naso, ed era scomparsa. Mi staccai dalla parete e attraver-
sai, malfermo sulle gambe, la piccola radura. C'erano fondamenta antiche,
i resti di vecchie case, pareva. Tutto sparito, tranne le lastre di cemento,
che scricchiolavano sotto le erbacce. Inciampai in una lastra e mi sedetti
per un poco, a guardare attraverso gli alberi la torre degli Shanks. Davanti
alla luce, nel soggiorno, c'era una sagoma. Assaggiai il dito che aveva toc-
cato Melissa. Il sangue mi and alla testa. Mi parve che occorresse un ter-
ribile dispendio di energie, per rialzarmi: allora me ne restai seduto a ri-
cordare le sensazioni che mi aveva dato. Vedevo anche lei, la sagoma era
la sua: si muoveva nell'angolo cucina della stanza superiore. Immaginai
che stesse pulendo. Non so quanto tempo trascorresse, ma all'improvviso
la lanterna della cucina si oscur, ricomparve... una, due, tre e quattro vol-
te. Mi parve una stranezza.
A una certa distanza alla mia destra, un ramoscello si spezz. Capii all'i-
stante che qualcuno camminava sulle antiche fondamenta. Senza fare ru-
more, strisciai fra due grossi alberi e tesi l'orecchio. A nord della casa c'e-
rano almeno due persone, poco abili a muoversi silenziosamente nei bo-
schi. Gente della valle non avrebbe mai fatto tutto quel rumore. E poi non
c'era motivo che due della valle si trovassero l. Me ne resi conto in un at-
timo, nonostante la sbronza. Senza pensarci due volte, mi distesi bocconi
dietro un albero, da dove vedevo la porta di casa degli Shanks. E infatti le
ombre sul lato opposto della piccola radura si mutarono in sagome umane,
tre individui. I tre andarono dritti alla porta e dissero qualcosa, rivolgendo-
si al piano superiore.
Fu Melissa a farli entrare. Mentre erano ancora al pianterreno, scivolai
fra gli alberi, silenzioso come un gufo, e mi appiattii contro la parete della
casa. Benedissi la mia velocit (ero di gran lunga il pi veloce di Onofre) e
trattenni il fiato. Solo allora mi domandai se volevo davvero essere l. Col-
pa della sbronza: a volte rende rapida l'azione solo perch impedisce di ri-
flettere.
Da terra udivo le voci, ma non riuscivo a capire le parole. Mi ricordai
d'avere visto blocchi di legno inchiodati alla parete vicino alla porta, in
modo da formare una scala per arrivare al tetto. Mi spostai lungo la parete
e cominciai a salire piano piano, un minuto per blocco, per non provocare
scricchiolii. Arrivato con la testa a livello delle finestre, mi fermai e tesi
l'orecchio.
Hanno una radio diceva Addison. Lui dice che non funziona ancora,
ma che arriver un tizio dal Salton Sea a cercare di ripararla.
Gonzales, probabilmente comment una voce nasale, acuta.
Una voce pi profonda aggiunse: Danforth si vanta sempre d'essersi
procurato apparecchiature quasi funzionanti, ma non sempre  vero. Ha
descritto le condizioni della radio?
No rispose Add. Ma tanto non saprebbe dare un giudizio.
Mi avevano spremuto! Ero andato l per carpire informazioni e loro in-
vece avevano torchiato me. Diventai rosso come un peperone. E c'era di
peggio: Melissa probabilmente aveva combinalo con Add d'avvicinarmi
quando ero gi sbronzo, cos non avrei fatto caso alle domande. Era davve-
ro una brutta cosa.
E poi Melissa disse, con disprezzo: Non sa niente di pi di quel che
sanno gli altri zappaterra.
Conosce i libri la corresse Add. E tastava il terreno per scoprire
qualcosa, non so cosa. Vetro? Oppure l'Orange, pi facilmente. Pu darsi
che fosse solo curioso. Ma non  ignorante come la maggior parte di loro.
Oh,  in gamba disse Melissa. E regge bene l'alcol, anche.
Uno degli sciacalli si muoveva per la stanza; ne scorsi l'ombra quando
pass sopra di me. M'incollai alla parete, cercando di sembrare una scan-
dola. Se m'avessero sorpreso... be', potevo batterli tutti, nei boschi di notte.
Se non cadevo. Ma non ero nelle condizioni migliori per correre. All'im-
provviso provai la paura che avrei dovuto provare fin dall'inizio.
Continuarono a parlare di quelli di San Diego. Add e Melissa riferirono
tutto quel che avevo detto. Fui sorpreso nello scoprire quanto: certe cose
non ricordavo affatto d'averle dette. M'avevano spremuto per bene, questo
era certo. E io da loro non avevo appreso un accidente. Mi sentii un bab-
beo. Digrignai i denti contro quei due.
Ma ora rendevo loro la pariglia. E nonostante quel che lei aveva fatto e
quel che diceva adesso, una parte di me voleva allungare ancora la mano
sotto il vestito di Melissa.
I nostri amici dell'isola contano di sbarcare gente e materiali, fra non
molto disse la voce nasale. Dobbiamo sapere fino a che punto Danforth
 informato e cosa sarebbe in grado di fare, se fosse al corrente. Pu darsi
che ci tocchi cambiare il punto d'approdo.
Quelli non sanno niente disse Add. E Danforth sa solo muovere la
lingua. Se potessero arrivare a Dana Point, non chiederebbero aiuto alla
gente di Onofre.
Forse vogliono solo un buon porto su a nord, qui lungo la costa disse
l'uomo sopra di me. Guardava fuori della finestra. Las Pulgas ha troppe
secche ed  troppo lontano.
Possibile. Ma da quanto si sente dire, non sembra che siano fonte di
preoccupazioni.
La voce nasale sembrava della stessa idea. Danforth non pu soffrire il
suo uomo pi in gamba, a quanto si dice. Non dev'essere un granch, come
capo.
Parlarono nei particolari di Danforth e dei suoi uomini. Sul gradino di
legno tremavo di rabbia: per sapere tante cose avevano certo spie dapper-
tutto! Noi eravamo una banda di sempliciotti ignoranti, a confronto di una
simile organizzazione.
Dobbiamo andare disse la voce nasale. Voglio essere a Dana Point
per le tre.
L'uomo continu a parlare, ma appena accenn alla partenza io comin-
ciai a scendere i blocchi, spostando con cautela il peso del corpo e pregan-
do che l'uomo sopra di me non guardasse dalla finestra. Ero bloccato con-
tro la casa: da qualsiasi parte andassi, c'erano buone probabilit che qual-
cuno mi scorgesse. Lo spazio aperto meno esteso era a ovest; mi spostai su
quel lato dell'edificio e aspettai. Erano gi scesi? Pensai di s e mi rifugiai
nei boschi. Una volpe non avrebbe attraversato la radura pi rapidamente
di me.
E infatti ben presto gli sciacalli comparvero sulla soglia. Melissa li salu-
t agitando la mano: indossava ancora l'abito bianco. Fui tentato di acco-
starmi di nuovo alla casa per spiare padre e figlia, ma non volevo chiedere
troppo alla fortuna. Finch non sapevano che avevo assistito di nascosto al
loro incontro con gli sciacalli, avevo cambiato le carte in tavola a mio van-
taggio. Sembrava una buona cosa. Mi avviai al fiume, piano, senza fare
rumore. Alla fin fine, avevo ottenuto pi informazioni io di loro; e mi cre-
devano ancora mezzo scemo. Forse sarebbe tornato utile in seguito. Mori-
vo dalla voglia di vendicarmi. Se solo gli sciacalli avessero precisato il
giorno dello sbarco! Ma sapevo che i giapponesi sarebbero sbarcati presto
a Dana Point: un'informazione valida da passare a Steve. Avevo una bella
storia da raccontargli. E, con la chiarezza degli ubriachi, pensai che Steve
si sarebbe ingelosito di nuovo. Me ne fregavo. Avrei preso gli Shanks...
mostrato a Steve quel che sapevo fare... spazzato via i giapponesi... tolto i
vestiti a Melissa... trionfato in tutti i modi...
Lo scricchiolio di un albero mi fece saltare per davvero. Badai di pi al
percorso. Impiegai un bel po' di tempo per arrivare a casa e anche di pi
per addormentarmi. Che notte! Mi rividi, appeso al muro della casa degli
Shanks. Avevo avuto successo un'altra volta. Quella Melissa, per... aveva
urtato i miei sentimenti. Ma tutto sommato ero soddisfatto. Fuggire dalla
nave giapponese, battere in astuzia gli sciacalli e le loro spie... davvero un
bel lavoro. Dopo un po' di queste fantasie da ubriaco mi addormentai.
Quella notte sognai di essere sdoppiato, inseguito da due copie del capita-
no giapponese e, in una casa inesistente sul fiume, salvato da due Kathryn.
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Bene, Henry disse Steve, alla fine del racconto della nottata (un poco
abbellito e scorciato della parte in cui Add e Melissa mi avevano spremuto
tutto quel che sapevo) dobbiamo sapere a tutti i costi quando sbarcheran-
no a Dana Point, altrimenti non abbiamo niente in mano. Pensi di riuscir-
ci?
E come vuoi che faccia? Add non mi dir un bel niente. Perch non
cerchi di scoprirlo tu?
Parve offeso. Sei tu quello che conosce Melissa e Add.
Come ho detto, non serve.
Be'... potremmo spiarli di nuovo sugger, poco convinto.
S, forse.
Riprendemmo a pescare in silenzio. Il sole picchiava sull'acqua e i fran-
genti imbiancavano le onde. Giorni caldi come quello erano la mia felici-
t... il fianco delle montagne fumava, l'acqua e il cielo erano due tonalit
dello stesso azzurro vivo... ma questa volta non vi badavo. Steve rifletteva
su come spiare Add e meditava cosa riferire a Lee e Jennings. Aveva pre-
visto tutto quel che avrebbe detto per convincerli a prenderci come guide
nell'Orange. Mentre remavamo verso la foce, aprii bocca, per la prima vol-
ta da quando avevo raccontato la mia storia.
Puoi cominciare a mettere in atto i piani... a riva c' Jennings che parla
con tuo padre.
Proprio lui?
Gi. Non lo riconosci?
Anche se il suo viso era piccolo come l'unghia del mio mignolo, lo rico-
noscevo. Nel vederlo, il viaggio a San Diego mi torn alla mente tutto in
una volta, come se fosse una cosa che mi era accaduta davvero. Il ricordo
mi diede i brividi. Lee non si vedeva. Jennings parlava, come al solito.
Adesso che lo vedevo in carne e ossa, il nostro piano mi parve sciocco.
Steve, penso sempre che trattare per conto nostro con quelli di San Diego
non sia una buona idea. Che cosa dir il resto della valle, quando verr a
saperlo?
Nessuno lo scoprir. Via, Henry, non lasciarmi nella bagna proprio a-
desso. Sei il mio migliore amico, no?
Gi. Ma questo non significa che...
Significa che adesso devi aiutarmi. Da solo non posso farcela.
Ah... merda.
Dobbiamo ascoltare cosa dicono quei due.
Rem come se facesse una gara. Quando toccammo la sabbia, dissi:
Come facciamo ad avvicinarci tanto da udirli?
Saltammo a riva e sollevammo la barca sopra il riflusso dell'ultima on-
data. Mentre porti via il pesce, passa davanti a loro e tendi l'orecchio. Io ti
vengo dietro. Metteremo insieme quel che abbiamo udito.
Non sar facile.
Merda, sappiamo quel che dice mio padre. Forza!
Afferrai per le branchie un paio di persici e camminai lentamente sulla
sabbia fino ai banchi di pulitura, muovendomi proprio alle spalle di Jen-
nings. Lui si gir. Ehi, ciao, Henry! A quanto pare sei tornato a casa sano
e salvo.
Certo, signor Jennings. Dov' il signor Lee?
Ah, ora... Socchiuse gli occhi. Non  venuto con noi, stavolta. Ti
manda i saluti. I due compagni di Jennings (uno era stato sul mio treno,
mi parve) sorrisero furbescamente.
Capisco. Peccato, pensai.
Siamo andati a fare visita al tuo amico Tom, ma era a letto malato. Ci
ha detto di venire qui a parlare con il signor Nicolin.
Ed  quel che facciamo disse John. Quindi, Hank, togliti dai piedi.
Malato?
Sparisci! disse John.
Ne parliamo dopo disse Jennings.
Portai i persici ai banchi di pulitura e salutai le ragazze. Nel tornare alla
barca incrociai Steve, poi udii John dire: Non hai alcun diritto d'insistere,
amico. Vogliamo restarne fuori.
Per noi va benissimo replic Jennings. Ma abbiamo bisogno di usare
le rotaie; e passano proprio dalla valle.
Ci sono rotaie anche fra le montagne. Usate quelle.
Il Sindaco non vuole.
Non ero pi a portata d'orecchio. Difficile udire la loro voce, con i gab-
biani che scendevano in picchiata e stridevano disputandosi gli scarti. Presi
un tonno striato e un altro persico, m'affrettai a tornare. Steve li aveva ap-
pena oltrepassati.
Barnard si  rifiutato di parlare con me disse Jennings. Vuole forse
che ci mettiamo d'accordo noi?
Tom ha votato contro la vostra richiesta d'aiuto, come la maggioranza
degli altri, questo  tutto.
Ai banchi, la signora Nicolin mi chiese: Perch quell'uomo discute con
John?
Vuole il permesso di usare le rotaie della valle.
Ma sono rovinate, soprattutto vicino al fiume.
Gi. Di', il vecchio  malato?
Cos ho sentito. Ma quando i vecchi si ammalano...
Steve mi diede una spinta da dietro. Mi girai per un altro viaggio.
Al Sindaco non piacer diceva Jennings. E a nessuno dei nostri. Gli
americani devono stare insieme, di questi tempi, non lo capisci? Henry!
Sapevi che il tuo viaggio a San Diego non  servito a niente?
Uh...
Sai cosa succede qui?
John mi rivolse un gesto rabbioso. Voi ragazzi toglietevi di mezzo or-
din.
Steve ud, nonostante le strida dei gabbiani, e mi spinse sul sentiero della
scogliera. Dalla cima guardammo la spianata del fiume. Jennings parlava
ancora. John gli stava di fronte, a braccia incrociate. Fra non molto avreb-
be afferrato Jennings e l'avrebbe sbattuto in acqua.
Quello l  uno sciocco disse Steve.
Non credo. Sapevi che il vecchio  malato?
Gi. Non parve molto interessato.
Perch non me l'hai detto?
Non rispose.
Vado a vedere come sta.
Quando ci aveva raccontato la storia, aveva tossito parecchio. E anche
durante la riunione era parso svogliato e fiacco. Tutto quel che ricordavo
della morte di mia madre era che anche lei tossiva parecchio.
Non ora disse Steve. Appena quello l la pianta con mio padre, lo
raggiungiamo da solo e gli parliamo del nostro progetto.
Jennings dissi bruscamente. Quello l si chiama Jennings. Meglio
che te ne ricordi, quando gli parlerai.
Steve mi squadr. Lo sapevo.
Percorsi un tratto di sentiero. Ero in collera. Gi ai banchi John si allon-
tan da quelli di San Diego, con la spalla ne scost uno, si gir a dire qual-
cosa. Poi lasci che i tre si guardassero tra loro. Jennings diede un ordine e
i tre imboccarono il sentiero della scogliera.
Togliamoci di vista disse Steve.
Ci nascondemmo fra gli alberi, a sud del cortile dei Nicolin. Ben presto
Jennings e i suoi due compagni comparvero sulla cresta della scogliera e
s'incamminarono dalla nostra parte.
Bene, andiamo a incontrarli dissi.
Meglio seguirli replic Steve.
Forse non saranno contenti.
Dobbiamo parlare con loro dove nessuno ci vede.
Va bene, ma non prendiamoli di sorpresa.
Quando i tre si furono inoltrati fra gli alberi a sud, iniziammo a seguirli,
fermandoci spesso a scrutare davanti a noi, come banditi di un romanzo.
Eccoli l disse Steve, rosso per l'eccitazione. Le giacche scure compa-
rivano a tratti fra gli alberi davanti a noi. Ci giungevano brani della voce di
Jennings, forte come al solito.
Questo posto vale un altro disse Steve.
Ah-hah.
Fermiamoli, allora.
Per me va bene. Non ti trattengo.
Mi squadr di nuovo. Si scost dall'albero. Ehi, ferma! Fermatevi!
Di colpo la foresta fu silenziosa. Quelli di San Diego erano spariti.
Signor Jennings! chiamai. Sono io, Henry! Dobbiamo parlarti.
Jennings sbuc da dietro un eucalipto; rimise in tasca la pistola. Perch
non l'hai detto prima? disse, irritato. Non  bene cogliere di sorpresa la
gente nei boschi.
Scusa dissi, con un'occhiata a Steve. Era rosso fuoco.
Cosa volete? chiese Jennings, spazientito. I suoi due compagni gli
comparvero alle spalle.
Vogliamo parlarvi disse Steve.
L'ho gi sentito. Parlate, allora. Cosa volete?
Steve esit. Vogliamo unirci alla resistenza. Non tutti nella valle sono
contrari ad aiutarvi. A dire il vero, la differenza di voti  stata minima. Se
alcuni di noi vi aiuteranno, forse anche gli altri alla fine cambieranno ide-
a.
Un compagno di Jennings ridacchi, ma lui con un gesto lo zitt. Un
magnifico pensiero, amico; ma quel che ci occorre davvero  la possibilit
di attraversare la valle per andare a nord. Non credo che tu possa garantir-
cela.
No, infatti. Ma possiamo farvi da guida, quando sarete nell'Orange, e
questo conta di pi. Se andr tutto bene, ripeto, probabilmente in seguito
gli altri si uniranno a noi.
Sbigottito, fissai Steve; ma Jennings non guardava dalla mia parte.
Conosciamo alcuni sciacalli che stanno dalla nostra parte continu
Steve. Da loro sapremo dove e quando i giapponesi sbarcheranno.
Chi ve lo dir? chiese Jennings, scettico.
Gente che conosciamo rispose Steve. Notando l'espressione poco
convinta di Jennings, aggiunse: Quass ci sono sciacalli che conoscono
altri sciacalli che trafficano con i giapponesi; la cosa non gli va gi. Non
possono farci molto, ma possono informarci; allora penseremo noi a fare
qualcosa, giusto? Siamo stati lass un mucchio di volte, conosciamo il ter-
ritorio e tutto il resto.
Informazioni del genere ci servirebbero disse Jennings.
E noi ve le daremo.
Bene. Benissimo. Pi lentamente aggiunse: Stabiliremo un sistema
per avere da voi informazioni di tanto in tanto.
Vogliamo fare di pi dichiar Steve, deciso. Possiamo guidarvi in
qualsiasi punto i giapponesi tocchino terra. Nessuno di voi conosce le ro-
vine bene quanto noi. Ci siamo stati di notte un mucchio di volte. Se fate
un'incursione, vi serve qualcuno che conosca il territorio, per arrivare rapi-
damente sul posto e tornare via.
Jennings non era molto bravo a nascondere i propri pensieri; adesso
sembrava interessato.
Vogliamo venire con voi e combatterli disse Steve, con veemenza.
Siamo come il Sindaco: vogliamo che i giapponesi abbiano troppa paura
per mettere ancora piede sulla nostra terra. Voi fornite uomini e fucili;
quattro o cinque di noi vi guideranno e combatteranno con voi. E vi fare-
mo sapere il momento degli sbarchi.
Gran bella proposta disse lentamente Jennings, guardando me.
Siamo giovani, ma non importa prosegu Steve. Sappiamo combatte-
re... e tenderemo loro delle buone imboscate.
Proprio quel che facciamo noi dichiar Jennings, brusco. Tendiamo
imboscate e li uccidiamo. Qui si parla di uccidere esseri umani.
Lo so. Steve parve offeso. I giapponesi sono degli invasori. Appro-
fittano della nostra debolezza. Ucciderli  difendere il nostro paese.
Vero convenne Jennings. Tuttavia... quell'uomo, nella valle, non
gradir che traffichiamo con voi alle sue spalle, giusto? Non so se sia il ca-
so di accettare la vostra offerta.
Non ne sapr mai niente. Siamo in pochi, nessuno far parola. Di notte
andiamo spesso fra le rovine... non avranno sospetti, quando verremo con
voi. Inoltre, se le cose andranno bene, saranno obbligati a unirsi a noi.
Jennings gir lo sguardo dalla mia parte.  cos, Henry?
Certo, signor Jennings. Continuai anch'io sulla stessa linea. Vi guide-
remo lass e nessuno ne sapr niente.
Pu darsi disse Jennings. Pu darsi. Lanci un'occhiata ai suoi uo-
mini, poi mi fiss. Sapete gi quando ci sar uno sbarco?
Presto disse Steve. Sappiamo che presto ce ne sar uno. Sappiamo
gi dove e scopriremo esattamente quando, penso nel giro di qualche gior-
no.
D'accordo. Ecco cosa vi dico. Se avete notizia di uno sbarco, venite a
riferircelo, alla stazione della pesa dove abbiamo finito di riattivare i bina-
ri. Avremo gente, l. Io torner a parlare con il Sindaco; e se lui approver
l'idea, cosa possibile, porteremo altri uomini quass e ci terremo pronti a
muoverci. Abbiamo rimesso in funzione la ferrovia, te l'avevo detto,
Henry?  stata dura, ma ce l'abbiamo fatta. Comunque, sapete dov' la sta-
zione della pesa.
Lo sappiamo tutti disse Steve.
Bene, bene. Ascoltate, adesso: se avrete notizia di uno sbarco di musi
gialli, venite di corsa alla stazione a riferircelo; vedremo cosa si potr fare.
Per il momento restiamo intesi cos.
Dobbiamo partecipare anche noi alla spedizione insistette Steve.
Certo, non l'ho gi detto? Sarete le nostre guide. Dipende tutto dal Sin-
daco, capite, ma penso che sar d'accordo. Lui vuole colpire i musi gialli in
tutti i modi possibili.
Anche noi dichiar Steve. Giuro.
Oh, ti credo. Adesso  meglio andare.
Quando possiamo venire a chiedere cosa ne pensa il Sindaco?
Oh... fra una settimana, diciamo. Ma venite pure prima, se avete noti-
zie.
Steve annu. Jennings spinse gli uomini verso sud.
Mi ha fatto piacere parlare con voi, amici.  bello sapere che qualcuno,
in questa valle,  un vero americano.
E noi lo siamo. Vi rivedremo presto.
Arrivederci dissi anch'io.
Li guardammo scivolare fra gli alberi. Steve mi diede un colpo al brac-
cio.
Ci siamo! Andremo anche noi, Henry, andremo anche noi!
Cos sembra risposi. Ma cos' che hai detto? Che nel giro di qualche
giorno sapremo il posto dello sbarco? Hai mentito a quella gente! Non po-
tevi essere sicuro che lo scopriremo, se mai lo scopriremo!
Su, su, Henry. Dovevo pur dire qualcosa. Fingi sempre di trovare obie-
zioni, ma sei contento quanto me. Sei bravo! Il pi rapido di pensiero e di
gambe che ci sia qui in giro, il pi astuto nell'intuire questo genere di cose.
Riuscirai senz'altro a scoprire la data di sbarco, se ti ci metti.
Pu darsi risposi, compiaciuto mio malgrado.
Ma certo che ci riuscirai.
Beh... torniamo, prima che qualcuno noti la nostra assenza.
Steve rise. Vedi? Sei in gamba, Henry, in queste cose. Lo giuro.
Ah-hah.
Ero convinto che avesse ragione, ecco il guaio! In fin dei conti, ero stato
io a impedire che Jennings e i suoi ci sparassero per sbaglio. E ogni volta
che mi trovavo in difficolt, sembrava che succedessero proprio le cose
giuste per tirarmene fuori. Avevo l'impressione che queste cose non mi ca-
pitassero per caso, ma che fossi io a provocarle. Ero io a dare agli avveni-
menti la giusta piega. Significava che li controllavo: avrei aiutato la resi-
stenza e combattuto i giapponesi senza andare contro al voto, senza fare in-
furiare tutti. Pensavo davvero di poterlo fare.
Poi ricordai il vecchio e sentii svanire ogni sensazione di potere. Erava-
mo ancora nella foresta fra la casa dei Nicolin e Concrete Bay; se mi fossi
diretto verso l'interno, in poco tempo avrei raggiunto il costone d Tom.
Salgo a vedere come sta il vecchio dissi.
Devo tornare al lavoro rispose Steve. Ma... aspetta un minuto!
Mi ero gi allontanato fra gli alberi verso l'interno.
16
Il cortile davanti alla casa del vecchio sembrava sempre in disordine; le
erbacce crescevano pi alte della staccionata cadente e le cianfrusaglie e-
rano disseminate da ogni parte. Ma ora, mentre risalivo il sentiero del co-
stone, l'ansia mi spingeva a vedere con occhio nuovo ogni cosa: la casetta
segnata dalle intemperie, con la grande finestra sul davanti che rifletteva il
cielo; il cortile sommerso d'erbacce; gli alberi rachitici sul costone, agitati
dal vento, che allungavano i rami a ghermire le nubi di vapore pi grandi
di minuto in minuto. Ogni cosa sembrava abbandonata, come se il proprie-
tario della casa fosse morto e sepolto da dieci anni.
Kathryn comparve alla finestra. Cercai di cambiare linea di pensiero. Il
vento piegava avanti e indietro le erbacce. Kathryn mi vide e mi rivolse un
gesto di saluto; ricambiai con un cenno. Mentre attraversavo il cortile, lei
apr la porta e aspett sulla soglia.
Con falsa noncuranza dissi: Allora, come sta? Cosa gli  preso?
Adesso dorme. Non credo che abbia dormito molto, stanotte. Tossiva
da far paura.
Mi ricordo che aveva un po' di tosse, quando ci ha raccontato quella
storia.
Ora  peggio.  tutto congestionato.
Studiai il viso di Kathryn: il ben noto disegno di lentiggini era smosso
da rughe di preoccupazione. Lei mi prese il braccio. La strinsi a me. Lei mi
pos la testa sulla spalla. Il gesto mi spavent. Se Kathryn era spaventata,
io ero atterrito. Cercai di farle coraggio con la mia stretta, ma tremavo.
Chi c' l fuori? grid Tom, dalla stanza da letto. Sono sveglio. Chi
?
E toss. Una tosse profonda, secca, come se cercasse di proposito di ren-
derla pi forte.
Sono io, Tom dissi, quando si calm. Andai alla porta della stanza. L
nessuno di noi era il benvenuto: Tom la considerava il suo rifugio privato.
Guardai dentro. Dicevano che sei malato.
Hanno ragione. Si era tirato su a sedere e si appoggiava alla parete del
capezzale. Sembrava malato, senza dubbio. Barba e capelli erano arruffati
e madidi, il viso pallido e sudato. Mi guard senza muovere la testa. En-
tra disse.
Per la prima volta entrai nella stanza. Era piena di libri, come il riposti-
glio in fondo al corridoio. C'erano un tavolo e una poltrona, tutt'e due con
sopra diversi libri; un paio di pile di dischi; e appesa con puntine alla pare-
te, sotto l'unica finestrella, una raccolta di fotografie arricciate ai bordi.
Avrai preso un'infreddatura nel viaggio di ritorno dissi.
Avresti dovuto prenderla tu. Sei stato quello a patire di pi.
Abbiamo preso freddo tutt'e due. Ricordai che aveva camminato al
mio fianco e mi aveva protetto dal vento; e che mi aveva sorretto, per far-
mi andare avanti. Guardai le fotografie, sentii che Kathryn smuoveva qual-
cosa, nella stanza grande.
Cosa combina, di l? chiese Tom. Ehi, ragazza! Piantala! Riprese a
tossire.
Quando smise, il cuore mi batteva forte. Non dovresti gridare.
Gi.
Dissi debolmente:  un guaio beccarsi un'infreddatura d'estate.
S, certo.
Kathryn si ferm sulla soglia.
Dov' tua sorella? domand Tom. Era qui un momento fa.
Doveva sbrigare una commissione rispose Kathryn.
C' nessuno? grid una voce dalla porta.
Sar lei disse Kathryn. Ma era la voce di Doc.
Uh oh disse Tom. Mi hai disubbidito.
 vero si scus Kathryn.
Doc avanz nella stanza, borsa nera in mano, Kristen alle calcagna.
Cosa ci fai qui? disse Tom. Non voglio che ti agiti per me, Ernest.
Hai sentito? Cambi posizione nel letto, fino a trovarsi contro la parete
laterale.
Con un sogghigno feroce Doc gli and vicino.
Lasciami stare, ti dico...
Chiudi il becco e mettiti disteso disse Doc. Pos la borsa sul letto e ti-
r fuori lo stetoscopio.
Ernest, lascia perdere. Ho solo un raffreddore.
Silenzio disse Doc, brusco. Mostr lo stetoscopio. Fai come ho detto,
altrimenti te lo faccio ingoiare.
Sai che paura!
Ma Tom si mise supino e lasci che Doc gli prendesse il polso e gli au-
scultasse il torace. Non smise di lagnarsi, ma Doc gli infil in bocca un
termometro, con il risultato di zittirlo, o quanto meno di rendere incom-
prensibili le sue lagne. E riprese ad auscultarlo.
Dopo un po' gli tolse di bocca il termometro e lo lesse. Respira lenta-
mente ordin, con lo stetoscopio contro il petto di Tom.
Tom respir un paio di volte, trattenne il fiato fino a diventare viola, tos-
s, un colpo lungo e forte.
Tom disse Doc, nel silenzio che segu (trattenevo il fiato anch'io) a-
desso vieni a casa mia per il ricovero in ospedale.
Tom scosse la testa.
Niente proteste lo avvert Doc. Per te ci vuole l'ospedale, ragazzo.
Nemmeno per sogno disse Tom. Si schiar la gola. Resto qui.
Maledizione a te! Doc era sinceramente arrabbiato.  facile che tu
abbia la polmonite. Se non vieni con me, mi trasferisco qui io. Cosa pense-
r Mando?
Ne sarebbe felice.
Ma io no.
Tom colse l'espressione sul viso di Doc. Probabilmente era vero: sarebbe
stato pi facile che Doc si trasferisse a casa di Tom che non il contrario.
Ma casa di Doc era anche l'ospedale. Doc non esercitava pi seriamente...
Cio, faceva quel che poteva, ma a volte non bastava. Fratture, tagli, par-
ti... era bravo, in questo. Anni prima, quando Doc era giovane, suo padre,
un medico innamorato della professione, gli aveva insegnato con insisten-
za da fanatico tutto quel che sapeva. Ma ora Doc era responsabile della
sorte del suo migliore amico, gravemente ammalato... e forse trasferire
Tom all'ospedale era un modo per convincersi di poter fare qualcosa per
lui. Vedevo quasi Tom fare lo stesso ragionamento, mentre guardava Doc
in viso... con lentezza maggiore del solito, forse.
Polmonite, eh? disse.
Infatti. Doc si gir verso di noi. Uscite tutti per qualche minuto.
Kathryn, Kristen e io ci fermammo nel cortile, fra i pezzi di macchinario
arrugginito che macchiavano il terreno. Kristen ci disse come aveva trova-
to Doc. Kathryn e io fissammo l'oceano, condividendo in silenzio la nostra
pena. Le nubi avanzavano rapidamente. Succedeva fin troppo spesso: un
giorno pieno di sole, oscurato dalle nuvole a met pomeriggio. Il vento
frustava le erbacce e i capelli.
Doc sporse la testa. C' bisogno d'aiuto, dentro disse. Entrammo in
casa. Kathryn, metti insieme un po' di vestiti, un paio di camicie da porta-
re a letto, roba cos. Henry, vuole prendersi qualche libro, vai a vedere
quale.
Tornai in camera da letto. Tom era in piedi davanti alle fotografie ap-
puntate alla parete, con il dito ne teneva una ben distesa. Oh, scusa dissi.
Quali libri vuoi portarti via?
Si gir, and lentamente accanto al letto. Ti faccio vedere. Andammo
insieme al ripostiglio. Nel buio guard i libri ammucchiati. Quelli che vo-
leva portarsi via erano tutti in una pila accanto alla porta. Tom si accoccol
e me li pass a uno a uno. Notai solo un titolo, Grandi prospettive. Si fer-
m quando fui a braccia piene. Prese ancora un libro.
Ecco. Questo tienilo per te.
Mi tese il libro che Wentworth ci aveva dato, quello con le pagine bian-
che.
Cosa me ne faccio?
Cerc di mettermelo fra le braccia insieme con gli altri, ma non c'era po-
sto.
Un momento... non dovevi scriverci le tue storie?
Voglio che lo faccia tu.
Ma io non conosco le storie!
S, invece.
No. E poi, non so come si scrive.
Sai scrivere eccome! T'ho insegnato io, Cristo.
S, a scrivere. Ma non a scrivere libri.
Non ci vuole niente. Vai avanti finch non hai riempito tutte le pagi-
ne. Mi costrinse a reggere il libro sotto l'ascella.
Tom, no protestai. Sei tu che devi scriverlo.
Non posso. Ho tentato. Vedrai che mancano le prime pagine. Ma non ci
riesco.
Non ci credo. Come, la storia che ci hai raccontato l'altra sera...
Non  la stessa cosa, credimi. Parve desolato. Restammo l a fissare il
libro bianco che reggevo sottobraccio, sconvolti. Le storie che so io, non
vorresti vederle scritte.
Oh, Tom.
Entr Doc. Henry, non riuscirai a portare tutti quei libri. Passali a Kri-
sten, lei ha una sacca.
E io cosa porto?
Tu e io portiamo Tom, giovanotto. Ti sembra che sia in grado di attra-
versare a piedi la valle?
Pensai che Tom gli avrebbe dato un pugno, ma il vecchio non reag.
Parve solo imbronciato e stanco. Disse: Non sapevo che avessi una barel-
la, Ernest.
Non ce l'ho, infatti. Useremo una delle tue poltrone.
Ah. Be', sar faticoso. Entr nella stanza grande. Quella vicino alla
finestra  la pi leggera. La port fuori lui stesso e vi si sedette.
Metti i libri nella sacca di Kristen disse Doc.
Se pesano! disse Kristen, mentre li impilavo dentro. Andai ad aiutare
Kathryn a cercare le camicie di Tom. Incuriosito, controllai la fotografia
che Tom aveva guardato; era un viso di donna. Kathryn prese una braccia-
ta di vestiti e uscimmo. Il vecchio fissava il mare. L'oceano gi s'infuriava
e a met strada dall'orizzonte comparivano e scomparivano le prime creste
di spuma.
Sei pronto? chiese Doc.
Tom annu, senza guardarci. Doc e io afferrammo ai lati la poltrona, dal
fondo e dal bracciolo. Tom pieg il collo per dare ancora un'occhiata alla
casa, mente camminavamo lentamente lungo il sentiero del costone. Con le
labbra piegate in una smorfia, disse: Sono l'ultimo americano.
Col cavolo che sei l'ultimo dissi. Col cavolo. E lui ridacchi de-
bolmente.
La discesa del sentiero fu piena di difficolt, ma a valle Tom pareva an-
cora pi pesante. Prendo il tuo posto disse Kathryn a Doc. Posammo a
terra la poltrona. Tom rimase seduto, a occhi chiusi; non disse una parola.
Era cos insolito che il vecchio stesse zitto! Anche nel vento fresco, aveva
sulla fronte goccioline di sudore.
Kathryn e io lo sollevammo. Kathryn era molto pi robusta di Doc, per
cui avevo meno peso da portare. Entrammo nell'ombra della foresta.
Peso troppo? disse Tom. Apr gli occhi e guard Kathryn. Le braccia
lentigginose, a gomiti stretti, schiacciavano i seni davanti al viso del vec-
chio. Tom mim il gesto di morderli.
Kathryn rise. Non pi di una poltrona piena di sassi.
Al ponte ci fermammo a riposare; guardammo le nubi rotolare sopra di
noi, parlando come se facessimo una normale passeggiata. Ma, con Tom
nella poltrona, le frasi mancavano di naturalezza. Sulla riva a monte, alcu-
ni bambini sguazzavano nell'acqua; si fermarono a guardarci attraversare il
ponte, abbastanza stretto da costringermi a fare strada camminando a ritro-
so. Tom guard mestamente i marmocchi nudi, che lo segnavano a dito e
strillavano. Kathryn vide la sua espressione; mi lanci uno sguardo furtivo,
addolorata. Nubi grigie e gonfie calavano su di noi, il vento ci scompiglia-
va i capelli, faceva freddo, la luce diminuiva... Cercai miseramente di tro-
vare un modo per distrarre Tom.
Ancora non capisco cosa me ne faccio di quel libro in bianco dissi.
Tienilo tu, Tom,  meglio. Forse da Doc ti verr voglia di scrivere qual-
cosa.
No.  tuo.
Ma... ma cosa me ne faccio?
Scrivici sopra. Per questo te l'ho dato. Scrivici la tua storia.
Ma non ho una storia.
Certo che ce l'hai. "Un americano in patria".
Ma non vale niente. E poi, non so come scriverla.
Scrivi e basta. Scrivi come parli. Racconta la verit.
Quale verit?
Dopo una lunga pausa, disse: Lo scoprirai. Il libro serve proprio a que-
sto.
Non lo seguivo pi, ma ormai risalivamo il sentiero per la casa dei Costa
ed eravamo quasi alla piccola terrazza spoglia sul fianco della montagna,
dove la casa sorgeva. Guardai Kathryn e lei mi ringrazi con un rapido
sorriso perch distraevo il vecchio. Lo portammo per l'ultimo tratto.
La casa dei Costa luccicava di nero contro gli alberi e le nuvole. Mando
usc ad accoglierci. Come stai, Tom? chiese vivacemente. Senza rispon-
dere, Tom cerc di reggersi in piedi e di varcare la soglia. Non ci riusc;
Kathryn e io lo portammo dentro. Mando ci precedette nella stanza d'ango-
lo che chiamavano ospedale. Le due pareti esterne erano di bidoni; c'erano
due letti, una stufa, una botola sul tetto per far entrare sole e aria, un liscio
pavimento di legno. Sistemammo Tom nel letto d'angolo. Lui vi rimase di-
steso, con una debole smorfia. Andammo in cucina e lasciammo che Doc
si prendesse cura di lui.
Sta male davvero, eh? disse Mando.
Tuo padre dice che  polmonite rispose Kathryn.
Allora son contento che sia qui. Siediti, Henry. Sembri sfinito.
Esausto.
Mando ci port due bicchieri d'acqua. Era sempre un padrone di casa co-
scienzioso. Mentre Lui e Kristen non guardavano, Kathryn e io ci scam-
biammo un sorriso, nel vedere come si dava da fare. Ma fu un sorriso bre-
vissimo: eravamo tristi davvero. Mando continu a chiacchierare con Kri-
sten e le mostr alcuni disegni di animali.
Hai visto davvero quell'orso, Armando?
S, certo... Del pu confermarlo, era con me.
Con la testa Kathryn indic la porta. Vieni fuori mi disse.
Ci sedemmo sopra la panca ricavata da un tronco, nell'orto dei Costa.
Kathryn emise un sospiro. Restammo seduti a lungo, senza parlare.
Mando e Kristen vennero fuori. Pap dice di cercare Steve e di farlo
venire qui a leggere un po' di quel libro disse Mando. A Tom piacereb-
be.
Sembra una buona idea disse Kathryn.
Sar a casa dissi. O in fondo alla scogliera, accanto alla casa, sapete
il posto.
S, proveremo a cercarlo l. Si avviarono lungo il sentiero, mano nella
mano. Li guardammo finch non scomparvero, poi restammo a sedere in
silenzio.
D'un tratto Kathryn diede una manata a una mosca.  troppo vecchio,
per questo disse.
Be',  gi stato malato. Ma sapevo anch'io che stavolta era diverso.
Kathryn non rispose. I ciuffi ribelli si sollevavano e ricadevano nel vento
pungente che soffiava dal mare. Sotto le nubi sempre pi grosse, la foresta
della valle splendeva di verde vivo. Tutta quella vita...
Penso sempre che non abbia et dissi. Vecchio, ma... ecco, sempre
uguale.
Capisco.
Ho paura, quando si ammala cos!
Lo so.
Alla sua et. Insomma,  molto anziano.
Pi di cento anni. Kathryn scosse la testa. Incredibile.
Mi chiedo perch invecchiamo. A volte mi sembra... innaturale.
Intuii, pi che vedere, la scrollata di spalle.  la vita.
Non era una gran risposta, per conto mio. Pi profonda la domanda, pi
superficiale la risposta... fino al punto che le domande pi profonde di tutte
non ne avevano nessuna. Perch le cose sono cos come sono, Kath? Un
sospiro, braccia sfiorate, ricci svolazzanti sul viso, il vento, le nuvole in al-
to. Quale altra risposta, oltre questa? Mi sentivo soffocato, come se l'ocea-
no o le nuvole mi riempissero fino a scoppiare. Un ciuffo di capelli di
Kathryn mi rotol su e gi per il naso; lo guardai con rabbia, notai ogni
piega e ogni arricciamento, ogni filo rosso nel castano, come mezzo per
controllarmi... per agguantare con i sensi il mondo, per tenerlo stretto a me
e non lasciarlo scivolare via.
Pass il tempo. ( sempre il tempo, che ci manca.) Kathryn disse: Ste-
ve  cos teso, ultimamente, che rischia di spezzarsi. Come una corda d'ar-
co da dieci chili in un arco da sessanta. Litiga in continuazione con suo
padre. E tutte quelle stronzate sulla resistenza. Se non gli do sempre ragio-
ne, litiga anche con me. Comincio a essere stufa.
Non seppi che cosa dire.
Perch non gli parli tu, Henry? Non riesci a trovare un modo per sco-
raggiarlo, su questa faccenda della resistenza?
Da quando sono tornato, non mi permette pi di discutere con lui.
Gi. Me ne sono accorta. Ma ci sar un modo. Anche tu sei favorevole
alla resistenza, per capisci che non  il caso di dare i numeri per l'entusia-
smo.
Annuii.
Un modo che non comporti discussioni. Tu sei bravo con le parole,
Henry, potresti trovare un sistema per smorzare il suo entusiasmo.
Pu darsi. "E il mio, di entusiasmo?" avrei voluto replicare; ma, guar-
dandola, mi manc il coraggio. E poi, non avevo anch'io i miei dubbi?
Per favore, Henry. Mi pos la mano sul braccio. Questa storia ci
rende solo infelici, lui e me. Se sapessi che ti adoperi per calmarlo, mi sen-
tirei meglio.
Oh, Kath, non so! Ma lei mi strinse il braccio. Aveva gli occhi umidi.
Questa era Kathryn, la ragazza che mi aveva comandato a bacchetta: ora
mi chiedeva aiuto, da amica. Sotto il tocco della sua mano, mi sentii colle-
gato a tutto il mondo che si precipitava su di noi, freddo e bellissimo. Gli
parler continuai. Far del mio meglio.
Grazie, Henry, grazie. Steve ascolta pi te di ogni altro, qualsiasi cosa
tu dica.
Rimasi sorpreso. Credevo che ascoltasse te.
Lei mise il broncio, ritrasse la mano. Non andiamo d'accordo come una
volta, te l'ho detto. A causa di questa storia.
Ah! E le avevo assicurato il mio aiuto nella faccenda (l'avrei aiutata
sempre, se me l'avesse chiesto), proprio quando in ogni momento libero
cospiravo con Steve per condurre quelli di San Diego nell'Orange County!
Nel pensare a quel che avevo combinato, mi venne la nausea. Il senso di
comunanza con la foresta, le nuvole, il profumo del mare, la voce degli al-
beri, svan di colpo; quasi dissi a Kathryn che non potevo farlo, che ero in
combutta con Steve. Ma rimasi zitto. Sentivo un nodo dentro di me, alla
bocca dello stomaco.
Steve comparve sul sentiero in basso, seguito da Mando, Kristen e
Gabby; in una mano reggeva il libro e agit l'altra a salutarci. Mando e
Kristen andavano a passo svelto, per stargli alle calcagna.
Ehil! grid Steve allegramente. Ehi lass!
Ci alzammo e lo aspettammo sulla soglia.
Cos Doc l'ha portato qui, eh? disse Steve.
Pensa che abbia la polmonite spieg Kathryn.
Steve trasal. Sotto i capelli neri e folti, la fronte mostrava una ruga di
preoccupazione. Andiamo a tenergli compagnia, allora.
Dentro casa, il nodo allo stomaco cominci a sciogliersi. Quando Steve
e Tom fecero la solita scena, risi anch'io insieme con gli altri.
Cosa ci fai in ospedale, vecchio pelandrone? Hai gi morsicato le in-
fermiere?
Solo perch non allunghino troppo la mano quando mi lavano disse
Tom, con un debole sorriso.
Certo, certo. E il cibo  orribile? E il... come lo chiami... Il pappagallo,
va bene?
Attento, ragazzo, che te ne rovescio uno sulla testa. Pappagallo, pro-
prio...
Quando terminarono di rimbeccarsi, Steve aveva messo Tom a sedere
sul letto, contro i bidoni. Ci radunammo nella stanza ospedale, seduti sul-
l'altro letto o per terra; ridevamo come se fossimo alla festa intorno al fal
di Tom. Steve riusciva a tirarci su di morale. Perfino Kathryn rideva. Solo
Doc era rimasto serio, lo sguardo fisso su Tom. L era responsabile del
vecchio e gi mostrava i segni della tensione. Non credo che a Doc piaces-
se essere il nostro medico. Avrebbe preferito dedicarsi all'orto, se avesse
potuto fare a modo suo. Ma era consuetudine che si occupasse lui dei ma-
lati; anche se aveva addestrato Kathryn perch lo aiutasse, anche se giura-
va che lei ne sapeva ormai quanto lui, Doc era il solo a cui si affidavano
gli ammalati, nella valle. L'unico che avesse la conoscenza dei vecchi tem-
pi. Era il suo lavoro. Ma non gli piaceva, neppure nei casi pi semplici; e
ora, costretto a curare il suo migliore amico, l'unico altro sopravvissuto dei
dintorni, Doc sembrava davvero preoccupato.
Mando andava matto per Un americano intorno al mondo, anche pi di
Steve: cominci a protestare perch ancora la lettura non iniziava. Steve
sedette sul letto, ai piedi di Tom; Kathryn per terra, accanto alle gambe di
Steve, dove lui poteva accarezzarle i capelli mentre leggeva. Gabby, Doc e
io ci accomodammo sulle sedie prese in cucina; Mando e Kristen occupa-
rono il letto vuoto, tenendosi di nuovo per mano.
Steve inizi a leggere dal capitolo 16, intitolato "Meglio una vendetta
simbolica che nessuna vendetta". Baum era gi arrivato a Mosca; durante
la sfilata del Primo Maggio, quando tutti i tiranni del Cremlino passano in
rivista la potenza militare sovietica, Baum mise di nascosto in un bidone
per la spazzatura, nella Piazza Rossa, un pacchetto di fuochi artificiali, l'e-
splosivo pi potente che era riuscito a procurarsi. Sul pi bello della sfila-
ta, i fuochi artificiali disseminarono il cielo di scintille rosse, bianche e az-
zurre, e costrinsero l'intero politburo dell'Unione Sovietica a cercare riparo
sotto le poltrone. Questo tiro mancino, minuscola eco di quel che la Russia
aveva fatto all'America, procur a Baum lo stesso piacere del tornado, ma
lo costrinse anche a svignarsela dalla capitale, perch la ricerca del colpe-
vole era intensissima. Le peripezie che affront per raggiungere Istanbul,
nel capitolo seguente, avrebbero sfiancato un cavallo. Un'avventura ri-
schiosa dopo l'altra. A certi episodi Doc alz gli occhi al cielo e ridacchi
davvero, come quello in cui Baum rubava un aliscafo in Crimea e lo pilo-
tava sul Mar Nero, inseguito dalle cannoniere sovietiche. Baum rischiava
la pelle, ma Doc continu a ridacchiare.
Insomma, perch ridi? domand Steve, irritato che la risata avesse ro-
vinato la lettura della fuga disperata di Baum nel Bosforo.
Oh, niente, niente s'affrett a rispondere Doc. Si tratta solo del suo
stile. Vedi,  troppo freddo nel racconto.
Ma nel capitolo seguente, "Venezia sommersa", Doc rise di nuovo. Ste-
ve si accigli e smise di leggere.
Aspetta un momento disse Doc, anticipando il rimprovero. Dice che
il livello dell'acqua  dieci metri pi alto di quello d'una volta. Ma tutti ve-
dono che il livello dell'acqua  sempre lo stesso. Anzi, forse  addirittura
inferiore.
 lo stesso disse Tom, sorridendo alla discussione.
Va bene. In questo caso, dovrebbe essere lo stesso anche a Venezia.
Forse l le cose sono diverse protest Mando, sdegnato.
Doc ridacchi ancora. Gli oceani sono comunicanti disse a Mando. Il
mare ha un livello solo.
In pratica secondo te questo Glen Baum  un bugiardo disse Kathryn,
con un certo interesse. Non ne sembrava dispiaciuta e io sapevo il motivo.
Il libro  tutto un'invenzione!
Non  vero! grid Steve, con rabbia. E Mando gli fece eco.
Doc alz la mano. Non dico che sia inventato. Ma non so se sia tutto
vero. Forse c' qualche esagerazione, per ravvivare la storia.
Dice che Venezia  sprofondata obiett freddamente Steve e rilesse
quel brano. Spieg: Gli isolotti sono sprofondati ed  stato necessario co-
struire baracche sui tetti, per stare fuori dell'acqua. Quindi non occorreva
che il livello del mare aumentasse. Stizzito, guard Doc. A me sembra
attendibile.
Pu darsi, pu darsi disse Doc, serio. Steve serr le mascelle, rosso in
viso.
Andiamo avanti con la lettura intervenni. Voglio sapere cosa succede
dopo.
Steve riprese a leggere, con voce rauca, in fretta. Le avventure di Baum
divennero frenetiche. Era sempre in pericolo, ma in un certo senso non era
pi lo stesso. Nel capitolo intitolato "Remota Tortuga", quando da un aereo
in avaria si era paracadutato nel Mar dei Caraibi insieme con altri passeg-
geri che poi avevano gonfiato una zattera, Doc lasci l'ospedale e pass in
cucina, girando il viso per nascondere a Steve e a Mando l'ampio sogghi-
gno. Gli uomini sulla zattera gonfiabile, tra parentesi, perirono uno alla
volta, vittime della sete e degli assalti di tartarughe giganti, finch il solo
Baum tocc terra, sulla spiaggia ai margini della giungla dell'America cen-
trale. Sarebbe stata una situazione drammatica, e anche dolorosa; ma
quando Baum incontr nella giungla un cacciatore di teste, Tom cominci
a ridacchiare, in cucina Doc si sganasci e anche Kathryn scoppi a ridere.
Steve chiuse rumorosamente il libro e a momenti diede un pestone a
Kathryn, alzandosi di scatto.
Per gente come voi non leggo pi! esclam. Non avete il minimo ri-
spetto per la letteratura!
Tom rise ancora pi forte, tanto da rimettersi a tossire. Doc rientr subi-
to e ci scacci lutti. La seduta di lettura era terminala.
Ma tornammo la sera dopo; e Steve, controvoglia, accett di leggere.
Ben presto Un americano intorno al mondo termin, e forse fu meglio co-
s; continuammo con Grandi prospettive e poi a turno leggemmo Molto
rumore per nulla e anche altri libri. Era sempre un divertimento. Ma Tom
continuava a tossire. Divenne pi silenzioso, pi magro, pi pallido. I
giorni trascorsero lentamente tutti uguali; non me la sentivo di unirmi agli
scherzi sulle barche, n d'imparare a memoria le letture, n di leggere. Tut-
to mi pareva privo d'interesse e Tom era sempre pi malato, giorno dopo
giorno, fino al punto che certe sere non avevo cuore di guardarlo, disteso
sulla schiena, quasi inconsapevole della nostra presenza; e ogni mattina mi
svegliavo con quel nodo allo stomaco e con la paura che quello fosse il suo
ultimo giorno di vita.
17
Certe mattine mi svegliavo all'alba, prima che le barche uscissero, e an-
davo a dare un'occhiata a Tom. Quasi sempre lo trovavo addormentato. Le
notti erano dure, diceva Doc. Tom peggior in continuazione, fino a ridursi
quasi in fin di vita... lo vedevo anch'io... e l rimase sospeso, rifiutandosi di
andarsene. Una mattina era mezzo sveglio: gli occhi iniettati di sangue mi
fissarono con aria di sfida. Non  ancora giunto il mio momento, dicevano.
Tom non aveva dormito quella notte, mi disse Mando. Adesso non si sen-
tiva di parlare. Mi fissava e basta. Gli strinsi la mano: pelle umida, inerte,
solo ossa. Me ne andai, scuotendo la testa di fronte a quella tenacia. Cen-
t'anni di vita non gli bastavano. Voleva vivere per sempre. L'espressione
dei suoi occhi me l'aveva detto. Sorrisi brevemente, augurandomi che ci
riuscisse. Ma la visita m'aveva spaventato. Scesi in fretta la montagna fino
alle barche, come se fuggissi via dalla Mietitrice in persona.
Un'altra mattina notai che Doc diventava pi vecchio, a prendersi cura di
Tom. Doc aveva superato i settanta, in molti villaggi sarebbe stato il pi
anziano. Forse, molto presto, lo sarebbe stato nel nostro. Una mattina, do-
po una notte assai dura, sedetti con Mando e Doc al tavolo della cucina.
Loro due erano rimasti svegli fin quasi all'alba, cercando di lenire la tosse
di Tom, meno tormentosa ma pi continua. Doc aveva rughe arrossate e
profonde, borse sotto gli occhi. Mando appoggi la testa sul tavolo, a boc-
ca aperta come un pesce. Mi alzai ad attizzare il fuoco, misi a scaldare un
bricco d'acqua, preparai t e fiocchi d'avena caldi.
Perderai la barca disse Doc; ma pieg gli angoli della bocca in un sor-
riso. Gli tremavano le mani, mentre reggeva la tazza di t. Mando si sve-
gli al profumo dei fiocchi d'avena e alz a fatica il viso dal tavolo. Ri-
demmo di lui e mangiammo. Poi tornai gi. Avevo sempre un nodo allo
stomaco.
Quel giorno era sabato. La domenica andai in chiesa. C'erano altri che,
come me, ci andavano di rado: Rafael, Gabby, Kathryn e, nascosto in fon-
do, Steve. Carmen cap perch eravamo venuti; al termine della preghiera
conclusiva disse: E Ti preghiamo, Signore, di ridare a Tom la salute. La
sua voce aveva tanto potere e tanta calma che ci si sentiva quasi toccati,
avvinti: sarebbe andato tutto bene.. Gli Amen furono forti. Uscimmo
dalla chiesa come una sola, grande famiglia.
Questo domenica mattina, per. Per il resto della settimana, la tensione
rese irritabile la gente. Mando perse il sonno e fu la vittima degli sfoghi di
Doc. E se ne freg di quale libro leggevo, o se leggevo.
Armando! dissi. Proprio tu, fra tutti, hai bisogno di leggere.
Lasciami stare rispose, esausto.
Intorno ai forni, le donne parlavano a bassa voce. Niente pettegolezzi,
niente risate. Sulle barche, niente scherzi da marinaio. Aiutai i Mendez a
raccogliere legna: quasi litigai con Gabby per decidere come trasportare al-
la sega un eucalipto caduto. Pi tardi, quel giorno stesso, passai davanti al-
la signora Mariani e alla signora Nicolin, che discutevano animatamente
sulla porta della latrina. Nessuno m'avrebbe creduto, se l'avessi raccontato.
Percorsi in fretta il sentiero, sempre pi infelice.
Un giorno, alla foce, fu peggio. Quando arrivai, tiravano a secco le bar-
che... in quel periodo passavo una settimana ad aiutare i Mendez e scende-
vo solo per fare pulizia. Mi unii agli uomini che portavano il pesce dalle
barche ai banchi. I gabbiani volteggiavano in alto e con le loro strida aspre
squarciavano l'aria. Steve e Marvin tiravano gi dalle barche le reti e le la-
vavano nell'acqua bassa prima di arrotolarle. Di solito Marvin se ne occu-
pava da solo. John vide Steve e lo chiam: Steve, vieni qui ad aiutare
Henry!
Steve non alz nemmeno la testa. In ginocchio sulla sabbia dura della
spianata, tir la rigida fune metallica in cima alla rete. "Rispondigli!" pen-
sai. John s'avvicin, lo squadr dall'alto in basso.
Vai a scaricare il pesce ordin.
Sto piegando la rete disse Steve, senza alzare gli occhi.
Smettila e scarica il pesce.
E mollo qui la rete, eh? rispose Steve, sarcastico. Lasciami stare.
John lo afferr per le ascelle e lo tir in piedi. Con un grido soffocato,
Steve si liber, barcoll all'indietro nell'acqua bassa. Si riprese e si lanci
contro John, che gli and incontro e lo spinse di nuovo in acqua. Steve al-
z il pugno, pronto a colpire. Marvin si frappose tra loro. Per l'amor di
Dio! grid. Con la spalla spinse John indietro di un passo. Smettetela,
capito?
Steve non parve udire. Girava gi intorno a Marvin, quando gli afferrai a
due mani il polso destro e lo trascinai via; caddi nell'acqua bassa, per scan-
sare un suo gancio sinistro. Se Rafael non l'avesse afferrato e immobilizza-
to, Steve mi avrebbe colpito con un pugno e si sarebbe lanciato di nuovo
contro John. Aveva occhi da pazzo, non riconosceva nessuno di noi. Rafa-
el lo port di peso qualche passo pi in l e con uno spintone lo lasci an-
dare.
Sulla spiaggia tutti avevano interrotto il lavoro. Guardavano la scena,
con aria torva, o senza espressione, o segretamente compiaciuti, o anche
apertamente divertiti. Piano piano mi rialzai.
Voi due rendete difficile lavorare in pace li rimprover Rafael. Cer-
cate di risolvere in privato le questioni di famiglia.
Chiudi il becco lo apostrof John. Ci guard, mosse bruscamente il
braccio e ordin: Tornate al lavoro.
Vieni dissi a Steve, tirandolo lontano dalle barche. Con uno scrollone
lui si liber. Inciampammo nella rete all'origine di tutto. Su, Steve, an-
diamo via di qui. Si lasci tirare via. John non ci guard. Scartai il sentie-
ro della scogliera, per timore che Steve tirasse sassi a suo padre. Risalim-
mo la riva del fiume. Ero sconvolto, ma lieto che Marvin avesse avuto la
prontezza di spirito d'intervenire. Io avevo la fama d'essere il pi scattante,
ma Marvin si era riavuto per primo dalla sorpresa. Se fosse stato pi len-
to... be', non m'andava di pensarci.
Steve aveva ancora il fiatone, come se avesse appena finito di fare surf
sopra una serie intera di marosi. A denti serrati ripeteva una sfilza incoe-
rente d'imprecazioni. Seguimmo il sentiero del fiume fino all'estremit in
rovina dell'autostrada e ci sedemmo sotto un pino di Torrey che sporgeva
sui sassi biancastri e sul fiume pi in basso. Cercavamo un rifugio, come
due coyote dopo lo scontro con un tasso.
Per un poco rimanemmo seduti e basta. Raccolsi mucchietti d'aghi di pi-
no. Grattai il terriccio fino al cemento. Il respiro di Steve rallent, torn
normale.
Vuole obbligarmi a fare a pugni disse, sforzandosi di mantenere calma
la voce. Lo so.
Non ne ero convinto, ma dissi: Pu darsi. In questo caso, non dovresti
arrivare al punto di accontentarlo.
E come vuoi che ci riesca?
Be' ', non so. Evitalo, fa' quel che ti ordina...
Oh, certo esclam, alzandosi. Si sporse su di me a gridare: Devo
continuare a strisciare e mangiare merda! Mi sei proprio di grande aiuto!
Non cercare di dirmi cosa debbo farmene della mia vita, signor Grand'uo-
mo. Sei come tutti gli altri! E non metterti mai pi in mezzo, quando gli
salto addosso, altrimenti rompo il muso a te anzich a lui! Attravers l'au-
tostrada, tagli per i campi di patate e spar.
Emisi un gran sospiro di sollievo perch non m'aveva preso a pugni l e
subito. A parte questo, ero davvero gi di corda.
Kathryn aveva detto che Steve ascoltava me pi di chiunque altro. Forse
significava che non ascoltava pi nessuno. O forse Kathryn si sbagliava. O
forse avevo detto io la cosa sbagliata... o nel modo sbagliato. Non so.
Mi ci volle parecchio per trovare il coraggio di alzarmi e di andare via.
Un giorno risalii il sentiero del fiume, al di l degli orti, dei forni e delle
donne che all'ansa facevano il bucato, fin dove le montagne si stringevano
e la foresta cresceva quasi dentro l'acqua su entrambe le rive. L il sentiero
spariva e bisognava aprirsi la strada da soli. Giunto sotto gli alberi, mi se-
detti per terra, con la schiena contro il tronco di un grosso pino.
Vagare fra gli alberi e sedermi in compagnia della foresta era una cosa
che facevo da molto tempo. Avevo cominciato quando mia madre era mor-
ta e mi pareva di udire la sua voce fra gli alberi vicino casa nostra. Era
sciocco, e avevo smesso presto. Ma ora avevo ripreso l'abitudine. Con
Tom malato, non c'era nessuno con cui potessi parlare, nessuno che non
volesse qualcosa da me. Mi metteva tristezza. Allora, quando mi sentivo di
quest'umore, andavo nei boschi e mi sedevo. L niente poteva toccarmi. E
il nodo allo stomaco finiva per sciogliersi.
Quello era un posto particolarmente buono. L ero circondato dagli albe-
ri, grossi pini di Torrey attorniati da figli pi piccoli. Il terreno era coperto
d'aghi, il tronco si piegava proprio all'angolo esatto per fare da schienale,
in alto i rami arricciati bloccavano gran parte del sole, ma non tutto.
Chiazze d luce nuotavano sulle toppe dei miei jeans, aghi d'ombra faceva-
no la scherma con quelli marrone sotto di me. Una pigna mi cadde addos-
so. Mi rannicchiai contro la corteccia scabra. Mi girai a raccogliere da una
fessura un frammento di resina secca. Lo schiacciai con le dita, finch la
parte centrale ancora liquida non usc dalla crosta. Resina di pino. Ora le
dita mi sarebbero rimaste appiccicose e avrebbero raccolto ogni genere di
sporco: macchie scure mi sarebbero comparse sulle mani e sulle dita. Ma
la resina aveva un profumo intenso di pino. Quell'aroma e gli odori di sal-
sedine, di terra, di fumo di legna, di pesce, componevano la fragranza della
valle. Il vento agit gli aghi e ne gett alcuni su di me; ognuno era compo-
sto da cinque aghi tenuti insieme da un pezzetto di corteccia alla base. Si
staccavano con un rumorino secco.
Delle formiche strisciarono su di me. Le spazzai via. Chiusi gli occhi; il
vento mi tocc la guancia, sospir fra tutti gli aghi di tutti i rami di tutti gli
alberi, disse: oh mmmmmmm. Avete mai sentito il rumore del vento fra i
pini... voglio dire, ascoltato sul serio, come si ascolta la voce di un amico?
Non c' niente che dia uguale consolazione. Quasi m'indusse a dormire; mi
spinse in uno stato di trance assai simile al sonno, anche se udivo ancora.
Ogni alito, ogni calo di vento, variavano il mormorio o il sibilo o il ruggito
di quella voce. A volte sembrava il rumore di una grossa cascata appena
fuori vista, a volte quello delle onde sulla spiaggia... altre volte ancora, un
migliaio di persone lontane che cantassero oh a pieni polmoni. Di tanto in
tanto richiami d'uccelli interferivano, ma in genere si udiva solo il vento. Il
vento, il vento, oh. Abbastanza da riempire l'orecchio per sempre. Non vo-
levo udire altre voci.
Ma c'erano delle voci: voci umane, fra gli alberi vicino al fiume. Secca-
to, rotolai sul fianco per scoprire chi parlava. Non vedevo nessuno. Pensai
di gridare un richiamo, ma non mi sentivo obbligato: dopotutto, invadeva-
no il mio rifugio. Non potevo biasimarli troppo, la valle era piccola, non
c'erano molti posti dove andare se ci si voleva allontanare dalla gente. Pec-
cato per che avessero scelto proprio quel posto. Tornai a distendermi con-
tro l'albero e mi augurai che se ne andassero. Non se ne andarono. Alcuni
rametti si spezzarono alla mia sinistra; poi le voci ripresero, abbastanza vi-
cino da distinguerne le parole: infatti erano solo a qualche albero di distan-
za. Una era la voce di Steve; gli rispose quella di Kathryn. Mi alzai a sede-
re, accigliato.
Steve disse: Tutti in questa valle continuano a dirmi cosa devo fare.
Tutti?
S! Sai cosa intendo. Cristo, anche tu stai diventando come tutti.
Tutti?
Bast quest'unica parola a farmi capire che Kathryn era infuriata.
Tutti ripet Steve, pi triste che arrabbiato. Steve, scendi gi a pren-
dere i pesci. Steve, non andare nell'Orange County. Non andare a nord,
non andare a sud, non andare a est, non andare troppo al largo in mare.
Non lasciare Onofre, non fare niente.
Ti dicevo solo di non trafficare con quelli di San Diego dietro le spalle
della gente di qui. Chiss cosa vogliono davvero, quelli. Dopo una pausa,
aggiunse: Henry cerca di dirti la stessa cosa.
Henry, merda! Riesce ad andare a sud, e quando torna  diventato
Henry Grand'uomo e mi dice cosa devo fare, come tutti.
Non ti dice cosa devi fare. Ti dice quel che pensa. Da quando in qua
non pu pi farlo?
Oh, non so... Non  pi Henry.
A disagio, mi rannicchiai dietro l'albero. Brutto segno, che parlassero di
me; si sarebbero accorti della mia presenza, a furia di nominarmi; si sareb-
bero guardati intorno, mi avrebbero visto; e io avrei fatto la figura di spiar-
li, quando invece avevo cercato solo di starmene un po' in pace. Non vole-
vo ascoltare i loro discorsi, non volevo saperne niente. Be'... non era del
tutto vero. Comunque, non mi allontanai.
D cosa si tratta, allora? chiese Kathryn, rassegnata e anche un poco
timorosa.
Questa... vivere questa piccola vita in questa piccola valle. Sotto il pu-
gno di mio padre, per sempre. Non lo sopporto.
Non sapevo che vivere qui ti desse tanto fastidio.
Ah, Kathryn, andiamo. Non si tratta di te.
No?
No! Qui sei la parte migliore della mia vita, continuo a dirtelo. Ma, non
capisci? Non posso restarmene intrappolato qui per sempre, a lavorare per
mio padre. Non sarebbe vita. Fuori di qui c' un mondo intero! E chi
m'impedisce di raggiungerlo? I giapponesi. E c' gente che combatte i
giapponesi, ma noi non l'aiutiamo. Mi fa star male. Quindi devo farlo, de-
vo aiutarla, non lo capisci? Forse mi ci vorr tutta la vita a renderci di nuo-
vo liberi, forse non baster neppure, ma almeno con la mia vita far qual-
cosa di pi che non raccogliere cibo per la pancia.
Una ghiandaia saett in un lampo azzurro e si pos sul ramo sopra di
me, informando della mia presenza Steve e Kathryn. Ma loro non l'ascolta-
rono.
Per te vivere qui significa solo questo? chiese Kathryn.
No, merda, non mi ascolti? Dal tono traspariva irritazione.
S. Ti ascolto. E ti sento dire che la vita in questa valle non ti soddisfa.
Questo include anche me.
T'ho detto che non  vero!
Non puoi continuare a dire qualcosa, Steve Nicolin. Non puoi compor-
tarti in un modo per mesi e mesi, e poi dire che no, non  cos, e cancellare
tutti quei mesi e tutto quello che hai fatto in quel periodo. Cos non fun-
ziona.
Non avevo mai udito Kathryn parlare con quel tono di voce. Rabbioso...
l'avevo udita molte volte, quand'era arrabbiata, pi di quante non mi pia-
cesse ricordare. Adesso il tono rabbioso era completamente inespressivo.
Mi dispiaceva sentirla parlare in quel modo. Non volevo udire quel tono,
per niente... e all'improvviso quel sentimento super la mia curiosit e la
sensazione che quel posto fosse solo mio. Mi allontanai strisciando fra gli
alberi, sentendomi sciocco. E se mi avessero visto ora, mentre per non fare
rumore scavalcavo un ramo caduto? Imprecai fra me, una bestemmia dopo
l'altra. Quando non mi arrivarono pi le loro voci (litigavano ancora), mi
alzai e mi allontanai, strascicando i piedi, scoraggiato. Una lite fra Steve e
Kathryn... peggio di cos come poteva andare?
Dopo la strettoia all'imboccatura della valle, il fiume si allarga e procede
sinuoso tracciando larghe curve nei campi. Il tratto che scorre nel canyon 
pi facile da percorrere in canoa; dopo un pezzo a piedi, tornai a sedermi e
guardai il fiume riversarsi in un laghetto e uscirne. I pesci si rifugiavano
sotto la riva sporgente. Il vento sospirava ancora fra gli alberi, ma non riu-
scivo a ritrovare il senso di pace, per quanto mi sforzassi di ascoltare. Il
nodo allo stomaco mi era tornato. A volte, pi ti sforzi, meno se ne va.
Dopo un poco, tanto per fare qualcosa, andai a dare un'occhiata alle trap-
pole poste dai Simpson al limitare dell'unico meandro abbandonato.
Una donnola era rimasta presa al laccio. Aveva cercato di mangiare il
coniglio morto nella stessa trappola; e ora il suo corpo lungo e sinuoso era
tutto attorcigliato dai lacci. Quando m'avvicinai, la donnola diede un ulti-
mo strattone alle corde; gua, snud i denti in una smorfia feroce, mi lanci
uno sguardo assassino, pieno d'odio... anche dopo che con un rapido calcio
le spezzai il collo. Almeno, cos mi parve. Tolsi i due animali e risistemai
la trappola; mi diressi a casa, reggendoli per la coda, tutt'e due in una ma-
no. Non riuscivo a dimenticare l'ultima occhiata della donnola.
Tornato nella gola, seguii il fiume, ricordando un tempo in cui il vecchio
aveva cercato di staccare un alveare selvatico da un basso eucalipto sul
pendio meridionale. Era stato punto e aveva lasciato cadere la camicia av-
volta intorno all'alveare; le api infuriate ci avevano inseguito fin dentro il
fiume. Tutta colpa tua aveva borbottato, mentre nuotavamo a riva.
Il sole calava. Un altro giorno era trascorso, niente era cambiato. Seguii
la curva fino alla strettoia dove il fiume forma un paio di cascate alte mez-
zo metro; m'imbattei in Kathryn, seduta da sola sulla riva, intenta a gettare
rametti nella corrente e a guardarli roteare a valle.
Kath! chiamai.
Lei alz gli occhi. Hank disse cosa ci fai qui? Lanci un'occhiata a
valle, forse in cerca di Steve.
Andavo in giro su nel canyon risposi. Le mostrai i due animali morti.
Ho guardato un paio di trappole dei Simpson. E tu?
Niente. Sto seduta e basta.
Mi avvicinai. Sembri a terra.
Parve sorpresa. Davvero?
Mi vergognai di me, a fingere di leggerle cos bene nel pensiero. Un
poco.
Be', hai ragione. Butt in acqua un altro rametto.
Mi sedetti accanto a lei. Sei seduta sul bagnato protestai.
Gi.
Niente di grave, immagino.
Guardava in basso, o nel fiume; ma vidi che aveva gli occhi rossi. Allo-
ra, di quale guaio si tratta? chiesi. Di nuovo mi vergognai per la mia dop-
piezza. Dove avevo imparato cose del genere? In quale libro di Tom?
Alcuni bastoncini volteggiarono gi dalle cascate e scomparvero, prima
che lei rispondesse. Sempre la stessa storia disse. Io e Steve, Steve e i-
o. A un tratto si gir a guardarmi in viso. Oh disse, in tono feroce devi
costringere Steve a lasciar perdere il progetto di aiutare quelli di San Die-
go. Lui lo fa solo per contrariare John. Visto come vanno d'accordo, appe-
na John lo scopre, gli fa sputare l'anima. Non glielo perdoner mai... Non
so cosa accadr.
Certo dissi, posandole la mano sulla spalla. Ci prover. Far del mio
meglio. Non piangere. Vederla piangere mi spaventava. Da buon idiota,
lo ritenevo impossibile. Disperatamente dissi: Senti, Kathryn, sai che non
posso farci molto, visto com' lui in questo periodo. A momenti mi pic-
chiava perch l'ho trattenuto, quando si  scagliato contro suo padre, l'altro
giorno.
Lo so. Si mise a quattro zampe, si sporse a tuffare la testa nell'acqua.
La macchia umida sul fondo dei calzoni rimase in aria. Dopo un bel pezzo,
Kathryn si rialz, sbuffando e soffiando; scosse la testa come un cane,
schizzando me e il fiume.
Ehi! protestai. Mentre teneva la testa in acqua, avrei voluto dirle, sen-
ti, non posso aiutarti, sono in combutta con Steve... ma poi, guardandola
faccia a faccia, non dissi niente. Non potevo. La verit era che non potevo
fare niente: qualsiasi decisione avessi preso, avrei tradito qualcuno.
Vieni a casa mia disse Kathryn. M' venuta fame e mamma ha fatto
una crostata di bacche.
Magnifico dissi, asciugandomi il viso. Non devi chiedermelo due
volte, se c' di mezzo una crostata di bacche.
Non me n'ero mai accorta rise lei, e scans la manata d'acqua che le
gettai.
Ci alzammo. Seguimmo la riva del fiume finch non comparve il sentie-
ro, prima come una linea calpestata fra le erbacce e gli arbusti, poi come
terra battuta e pietre spostate, infine sotto forma di solchi nella terra grassa
che si mutavano in torrentelli dopo ogni temporale. Nuovi sentieri compa-
rivano accanto ai solchi, quando questi ultimi diventavano troppo umidi, o
profondi o sassosi. Mi ricordavano una cosa che Tom aveva detto prima di
partire per San Diego: che siamo cunei conficcati in fessure. Ma capii che
non era esatto: non eravamo legati cos strettamente. Siamo invece gente
su un sentiero, su una rete di sentieri come quella che attraversava l'acqui-
trino qui accanto al fiume... Scegliere la strada  pi facile, se ti trovi su
un sentiero battuto dissi, pi a me stesso che a Kathryn.
Lei pieg la testa di lato. Fare quel che la gente ha gi fatto, vuoi dire.
S, esatto. Un mucchio di gente ha percorso questa strada e ha stabilito
il percorso migliore. Ma nel bosco...
Kathryn annu. Ora siamo tutti nel bosco. Un martin pescatore vol in
un lampo sopra una sporgenza. Non so perch. L'ombra degli alberi sul-
la riva opposta si allungava sull'acqua increspata e disegnava righe scure
sulla nostra sponda. Nella tranquillit di una pozza laterale una trota venne
in superficie e da quel punto le onde crebbero in cerchi perfetti... perch il
coraggio non pu crescere altrettanto in fretta? Volevo sapere... volevo sa-
pere cosa facevo.
Pi sono emozionato, pi sono lucido. Quella sera capii tutto, con una
chiarezza che mi sorprese: le foglie avevano tutte il bordo affilato, i colori
erano vividi come l'abbigliamento di uno sciacallo al raduno di scambio...
Ma sentivo solo emozioni confuse, oceani di nuvole nel petto, il nodo nello
stomaco. Troppo mischiate, per riordinarle e definirle con il loro nome. Il
fiume al crepuscolo; il passo lungo di quella donna, amica mia; la prospet-
tiva della crostata di bacche e l'acquolina in bocca; di contro, l'idea di un
paese libero. I piani di Steve. Il vecchio, in un letto, sull'altra riva del fiu-
me in ombra. Non trovavo il nome per definire tutte queste sensazioni.
Camminai accanto a Kathryn, senza dire una parola, per tutto il tratto a
valle, fino a casa sua.
All'interno faceva caldo (Rafael aveva sistemato sotto la casa dei tubi
che convogliavano nelle stanze il calore dei forni per il pane), le lampade
brillavano, la crostata fumante era in tavola. Le donne chiacchieravano.
Mangiai la mia fetta di crostata e dimenticai tutto il resto. Bacche viola,
dolce sapore d'estate. Mentre andavo via, Kathryn disse: Mi aiuti, allo-
ra?
Ci prover risposi. Nel buio lei non poteva vedermi il viso. Cos non
seppe che, tornando a casa, proprio mentre pensavo agli argomenti per in-
durre Steve ad abbandonare il progetto, cercavo anche di trovare il modo
per estorcere a Shanks la data dello sbarco. Avrei potevo spiarlo ogni not-
te, finch non ne avesse parlato...
Continuai a pensarci, ma non escogitai nessun trucco per carpire a
Shanks l'informazione. Appena fossi uscito di nuovo a pesca con Steve,
non avrei pi potuto tergiversare.
E infatti, la prima volta, mentre remavamo fuori portata d'orecchio dalle
altre barche, Steve disse: Sono gi alle rovine della stazione. Ci sono sta-
to. Sembrava che vi stabilissero un campo permanente. Jennings era a capo
delle operazioni.
Ah, cos sono l, eh? In quanti?
Quindici, forse venti. Jennings ha chiesto dov'eri. E voleva sapere
quando i giapponesi sbarcano. Dove e quando. Gli ho detto che sapevamo
dove e presto avremmo scoperto quando.
Perch gliel'hai detto? Insomma, pu darsi che lo sbarco non avvenga
tanto presto.
Ma l'ha sentito dagli sciacalli!
Certo, ma non  detto che avessero ragione.
Be', merda disse lui e lanci l'esca nel canale. Fissai a disagio la pare-
te ripida in fondo a Concrete Bay. Se la metti in questo modo, non potre-
mo mai essere sicuri di niente continu Steve. Ma se gli sciacalli l'hanno
detto a Shanks, significa che anche lui  coinvolto, per cui sapr la data
dello sbarco. Ho ripetuto a Jennings quel che gli avevamo gi detto, che
scopriremo la data.
Quel che tu gli avevi detto lo corressi.
Anche tu c'eri dentro replic. Non fare finta di no.
Calai l'esca dalla parte opposta e lasciai scorrere la lenza. C'ero dentro
anch'io, ma non significa che sia una buona idea. Senti, Steve, se ci sor-
prendono ad aiutare quella gente dopo il voto contrario, che cosa diranno?
Come ci giustificheremo?
Me ne frego degli altri. Un pesce abbocc e lui tir con rabbia. Sem-
pre che ci scoprono. Non possono impedirci di fare come vogliamo, so-
prattutto quando combattiamo anche per loro, quei vigliacchi. Arpion il
tonno striato come se fosse uno dei vigliacchi di cui parlava; lo iss sulla
barca e lo colp con il mazzuolo. Il tonno si agit debolmente e mor. Co-
sa c', mi abbandoni? Ora che quelli di San Diego sono l ad aspettarci?
No, non ti abbandono. Solo, non so se facciamo la cosa giusta.
 quella giusta, e lo sai! Hai dimenticato cos'hai detto alla riunione?
Hai parlato meglio di tutti... hai detto cose giuste, dalla prima all'ultima. E
lo sai. Ma torniamo a bomba: dobbiamo sapere da Add la data. Sei tu quel-
lo che conosce gli Shanks. Vai da loro e convinci Melissa, tutto qui.
Uhm. Adesso diventava scomodo non avere raccontato a Steve tutta la
verit sul modo in cui Add e Melissa mi avevano ingannato... Sentii ab-
boccare, ma tirai troppo forte e il pesce non rimase agganciato. Credo di
s. Non potevo confessare d'avere mentito per fare bella figura.
Devi farlo!
Va bene, va bene sbuffai. Ma lasciami stare, d'accordo? Non mi pare
che tu abbia suggerito un piano astuto per indurlo a parlarcene anche se
non ne ha voglia. Dacci un taglio!
Cos pescammo in silenzio e badammo alle lenze. A riva, i fianchi delle
montagne ballonzolavano e il sole del pomeriggio stendeva su di essi una
sfumatura color polline.
Steve cambi argomento. Vorrei che tentassimo di nuovo la pesca delle
balene, quest'inverno. Potremmo farcela, se ne arpionassimo una piccola.
Magari da pi di una barca.
Non mettere in mezzo anche me, grazie dissi, brusco.
Non so cosa t'ha preso, Hanker. Da quando sei tornato...
Non m'ha preso un bel niente. In tono amaro, aggiunsi: Potrei dire la
stessa cosa di te.
Solo perch vorrei ritentare la cattura di una balena?
No, perdio! L'unica volta che abbiamo tentato di pescare una delle ba-
lene grigie durante la loro migrazione lungo la costa, siamo usciti nelle
barche da pesca e abbiamo arpionato una balena.  stato un lancio eccel-
lente di Rafael, che ha usato un arpione costruito da lui stesso. In piedi sul-
le barche, abbiamo guardato la balena sprofondare e tirarsi dietro tutta la
corda. Abbiamo fatto l'errore di legare il capo della fune alla gassa di prua;
la balena ci ha tirato via la barca da sotto i piedi. La prua  finita sotto la
superficie e slurp, sparita. Ci  toccato ripescare dall'acqua gelida i nostri
uomini, altro che la balena. E la fune ha fatto un taglio nel braccio di Ma-
nuel, che ha rischiato di morire dissanguato. John ha dichiarato che le ba-
lene sono troppo grosse per le nostre imbarcazioni e io, che mi trovavo
nella barca vicina a quella finita sott'acqua, ero propenso a dargli ragione.
Ma non pensavo a quell'episodio. Spingi troppo le cose dissi lenta-
mente. Finir che tuo padre non lo sopporter pi. Non so cosa pensi che
accadr...
Tu non sai cosa penso e basta m'interruppe; dal tono, non voleva che
continuassi, era chiaro. Serr le labbra, sul punto di esplodere. I nostri cani
hanno la stessa espressione, di tanto in tanto: un'espressione che vuol dire
"dammi ancora un calcio e ti stacco il piede a morsi". Un pesce abbocc,
offrendomi una comoda occasione per lasciar perdere il discorso; ne ap-
profittai al volo. Ma, ovviamente, avevo toccato un punto delicato. Forse
lui pensava che John l'avrebbe sbattuto a calci via dalla valle, cos sarebbe
stato libero da tutto...
La preda era un grosso persico. Ci volle del bello e del buono, per issarlo
a bordo.
Vedi, questo pesce non  pi lungo del mio braccio, e per poco non so-
no riuscito a catturarlo. Le balene sono lunghe il doppio della barca!
Per le catturano, su a San Clemente disse Steve. E ne ricavano an-
che un mucchio d'argento, ai raduni. Quanti barili d'olio Tom dice che si
ottengono da una balena?
Non lo so.
Uffa, anche tu, con questi "non lo so"! Sentimi bene. L'intera valle sta
andando in malora.
Balle dissi, torvo. Steve sbuff e tornammo a pescare. Catturati alcuni
altri pesci, Steve ricominci.
Potremmo avvelenare gli arpioni. Oppure arpionare la stessa balena
due volte, da due barche diverse.
Finiremmo incasinati. Le barche andrebbero a sbattere l'una contro l'al-
tra, si fracasserebbero.
Il veleno, allora.
Sarebbe meglio attaccare all'arpione un cavo tre volte pi lungo, cos la
balena pu andarsene dove le pare.
Ecco, ora ragioni. Steve era compiaciuto. Che ne dici di questa pro-
posta? Legare l'arpione a un cavo che arrivi fino alla spiaggia... sostenuto
da piccoli galleggianti o qualcosa del genere. Quando l'arpione va a segno,
se la sbrigano gli uomini a riva. Alla fine resterebbe solo da tirare la balena
fino alla foce.
L'arpione dovrebbe essere ben agganciato.
S, certo. Dev'essere cos in ogni caso.
Credo anch'io. Ma occorrer anche un mucchio di cavo. Di solito le ba-
lene passano a pi d'un chilometro da riva, no?
Gi... Dopo una riflessione, continu: Chiss come fanno quelli di
San Clemente a catturare 'sti mostri.
Non ne ho idea. Ma certo non lo dicono.
Neppure io lo direi, fossi in loro.
Ah, s? Pensavo che secondo te tutti i villaggi dovrebbero unirsi, siamo
una nazione sola, eccetera.
Vero. L'hai detto anche tu. Ma finch tutti non sono d'accordo, devi te-
nere nascosti i tuoi assi.
La risposta sembrava adattarsi al mio caso personale, ma non riuscivo
esattamente a stabilire in che modo. Comunque, avevo fatto l'errore di ri-
portare il discorso sulla politica; mentre remavamo a barca piena verso la
foce, Steve torn alla carica.
Ricorda che a Jennings l'abbiamo promesso. E sai benissimo che tu pu-
re vuoi combattere i musi gialli. Non dimenticare cos'hanno fatto a te e agli
altri, durante la tempesta.
Gi risposi. Be', Kathryn, ci ho provato, pensai. Ma sapevo benissimo
come stavano le cose. Steve aveva ragione. Volevo anch'io cacciare dal
nostro oceano quei giapponesi.
Superammo i frangenti della foce e proseguimmo fra le onde tranquille
che l'alta marea spingeva nella gola del fiume.
Allora, vai su a vedere cosa riesci a combinare con Melissa. Ha un de-
bole per te, far quello che vuoi.
Uhm.
Forse lo chieder lei stessa a Add.
Ne dubito.
Tanto devi pur cominciare da qualche parte. E vedr se riuscir a sco-
prire qualcosa per conto mio. Potremmo origliare i loro discorsi, come hai
fatto tu l'ultima volta.
Risi. Forse sarebbe l'unica soluzione convenni. Ci avevo gi pensa-
to.
D'accordo, ma prima fai quel che puoi, capito?
Capito. Tenter con lei.
Passai un paio di giorni a pensarci, nella speranza di escogitare qualco-
sa... e intanto vivevo con quel nodo allo stomaco, al punto da avere diffi-
colt a prendere sonno. Una mattina, prima dell'alba, smisi di pensarci e at-
traversai il ponte zuppo di rugiada per andare dai Costa. Doc era sveglio;
sedeva al tavolo della cucina, beveva il t e fissava la parete. Bussai alla
finestra e lui apr. Dorme, adesso disse, con tono di sollievo. Mi sedetti
con lui. Diventa sempre pi debole aggiunse, fissando il t. Non so se...
Peccato che abbiate trovato un tempo cos brutto, tornando da San Diego.
Tu sei giovane, potevi sopportarlo; ma Tom... Tom si comporta come se
fosse un giovanotto, e non lo . Forse questa esperienza gli insegner a es-
sere pi prudente, a prendersi pi cura di se stesso. Se sopravvive.
Dovresti farlo anche tu dissi. Sembri a pezzi.
Annu.
Se non avessero guastato la ferrovia, saremmo tornati facilmente con-
tinuai. Quei bastardi...
Doc mi guard negli occhi. Pu morire, sai?
Lo so.
Bevve un po' di t. La cucina cominci a schiarirsi, con l'arrivo dell'alba.
Penso che andr a letto.
Fai bene. Mi fermer finch Mando non si sar alzato. Star attento i-
o.
Grazie, Henry. Spinse indietro la sedia. Si alz a fatica. Rimase in
piedi, si riprese. And in camera sua.
Quel pomeriggio andai sul Basilone per vedere se Melissa era in casa.
Attraversai i boschi, poi il cemento crepato e verdastro delle antiche fon-
damenta. Quando entrai nella radura attorno alla loro torre, vidi Addison
oziare sul tetto; fumava la pipa e batteva i talloni contro la parete della ca-
sa, thump-thump, thump-thump. Appena mi vide, smise di battere, ma non
sorrise, n mi rivolse un cenno di saluto. A disagio sotto il suo sguardo fis-
so, mi avvicinai. C' Melissa? chiesi.
 gi nella valle.
No, sono qui disse Melissa, sbucando nella radura dal lato nord...
quello opposto alla valle. Sono a casa!
Add si tolse di bocca la pipa. Ah, eccoti qui.
Cosa c', Henry? disse Melissa con un sorriso. Indossava larghi calzo-
ni di tela ruvida e una camicetta azzurra senza maniche.
Vuoi fare una passeggiata sul costone?
Volevo proprio chiedertelo.
Pap, vado con Henry. Torner prima di sera.
Se non ci sono disse Add arriver per cena.
Va bene. Si scambiarono un'occhiata. Te la terr in caldo. Mi prese
per mano. Andiamo, Henry.
Ci inoltrammo nei boschi sopra la casa.
Mentre lei faceva strada su per la montagna, saltellando fra gli alberi per
scansarli, mi lanci domande. Cos'hai fatto di bello, Henry? Sei andato
ancora a San Diego? Non vuoi rivedere tutte quelle meraviglie?
Ricordando quel che aveva detto agli sciacalli quella notte, quasi non
riuscii a trattenermi dal sorridere. Non che fossi divertito. Ma era chiaris-
simo che mi torchiava di nuovo per ottenere informazioni. Ogni mia rispo-
sta fu una menzogna.
S, sono andato di nuovo a San Diego, da solo.  un segreto. Ho cono-
sciuto un intero... esercito di americani, stavo per dire, ma non volevo
farle capire che ero al corrente delle sue macchinazioni. Un mucchio di
gente conclusi.
Davvero? esclam lei. E quand' stato?
Era lei, la vera spia. Ma, nello stesso tempo, era cos snella e flessuosa,
mentre scivolava fra gli alberi e raggi di sole traevano riflessi azzurrastri
dai suoi capelli neri, che non mi sarebbe dispiaciuto tuffare le mani in quei
capelli, spia o no.
Pi in alto lungo il costone, gli alberi lasciavano posto ai cespugli di me-
squite e a qualche ostinato ginepro. Seguimmo la gola di un piccolo ruscel-
lo su fino allo spartiacque; ci fermammo l al vento. Il culmine del crinale
era di arenaria perfettamente divisa, come il dorso di un pesce. Cammi-
nammo lungo la divisione, parlando della vista sul mare e sulla valle San
Mateo.
Swing Canyon  proprio dietro quello sperone dissi.
S? Vuoi andarci?
Certo.
Andiamoci.
Ci baciammo per suggellare la decisione. Provai una fitta; perch non
era come una delle altre ragazze, le Mariani o le Simpson? Continuammo
lungo il costone. Melissa non smise di fare domande e io continuai con le
menzogne. Dopo Cuchillo, ossia la cima del Basilone, dal crinale principa-
le diversi speroni rocciosi si protendevano sulla valle. La ripida gola for-
mata dai primi due era Swing Canyon; dalla nostra posizione guardavamo
proprio nel suo interno, nel punto dove il torrentello si riversava in uno dei
campi di Kathryn. Scivolammo sul sedere lungo la parete ripida e cammi-
nammo con prudenza fra i bassi e folti cespugli di mesquite. E intanto Me-
lissa continuava a fare domande. Ero stupito di quanto fosse ovvia la ma-
novra; ma forse, se fossi stato all'oscuro delle sue intenzioni, non me ne sa-
rei accorto. La sua, dopotutto, sembrava curiosit pura e semplice, o quasi.
Riflettendoci, decisi che potevo permettermi di essere pi ardito, nelle mie
domande. Ne sapevo pi io di lei. Un po' pi ardito, sotto tutti gli aspetti:
aiutandola a scendere un tratto verticale, la sostenni per l'inforcatura delle
gambe; lei allarg un ginocchio per facilitarmi e ridacchi, a terra, divinco-
landosi. Dopo un bacio, riprendemmo la discesa.
Hai mai sentito parlare dei giapponesi che vengono qui da Catalina per
guardare le rovine nell'Orange County? domandai.
Pare che sia vero rispose vivacemente. Ma non ne so altro. Raccon-
ta.
Mi piacerebbe assistere a un loro sbarco dissi. Sai, quando la nave
giapponese mi ha preso a bordo, ho parlato con il capitano e ho visto che
portava un anello delle scuole superiori, come quelli che vendono gli scia-
calli!
Ma davvero? disse, spalancando tanto d'occhi. "Adesso esageri" avrei
voluto dirle.
Proprio cos! Il capitano della nave! Immagino che tutti i capitani delle
vedette costiere giapponesi siano corrotti, dal momento che certe notti la-
sciano passare i turisti. Mi piacerebbe spiare uno di questi sbarchi, solo per
vedere se riconosco quel capitano.
Ma perch? domand Melissa. Vuoi sparargli?
No, no, certo. Voglio solo sapere se l'ho giudicato bene o no. Sai, se,
come credo, collabora agli sbarchi. Non mi sembrava una spiegazione
convincente (e non avrei dovuto usare il verbo spiare), ma era la migliore
che avevo trovato.
Non credo che lo scoprirai mai disse Melissa, ragionevolmente. Co-
munque, buona fortuna. Mi piacerebbe aiutarti, ma non vorrei esserci an-
ch'io.
Be', forse puoi aiutarmi lo stesso.
Eravamo nell'avvallamento, proprio all'inizio del canyon. Smisi di parla-
re per darle un lungo bacio. Dopo andammo all'albero della fune, vicino al-
la sorgente che origina il torrentello. La sorgente formava un laghetto,
prima di riversarsi gi nel canyon da una costola d'arenaria; intorno al la-
ghetto c'era uno spiazzo riparato da un cerchio di abeti rossi. Era il posto
preferito dalle coppiette. Melissa mi prese per mano e mi condusse l diret-
tamente, quindi immaginai che lo conoscesse quanto me. Sedemmo nella
penombra e ci baciammo, poi ci stendemmo sul letto di foglie e di aghi e ci
baciammo di nuovo. Ci stringemmo l'uno addosso all'altra, rotolammo o-
ziosamente sulle foglie scricchiolanti. Infilai le dita sotto il laccio dei cal-
zoni di tela grezza e le accarezzai la pancia, i peli folti e ricci... lei mi pal-
p l'erezione, attraverso i jeans, e mi strinse con forza, e ci baciammo, ci
baciammo, fra ansiti irregolari. Ero eccitato, ma... non potevo dimenticare
tutto e accarezzarla. Le altre volte che ero stato con una ragazza... con Me-
lissa, in precedenti occasioni, o Rebel Simpson l'anno prima, o quella Va-
lerie di Trabuco che mi aveva reso cos interessanti parecchie notti ai ra-
duni... una volta iniziato, smettevo di ragionare, non pensavo a niente, e
quando avevamo terminato mi sembrava di tornare in me. Questa volta,
mentre l'accarezzavo e le baciavo il collo e le spalle, mi chiedevo come po-
tevo rendere convincente, essenziale addirittura, il desiderio di assistere a
uno sbarco di giapponesi; come potevo chiederle d'informarsi da Addison.
Una situazione bizzarra.
Forse puoi aiutarmi sul serio dissi, fra un bacio e l'altro, quasi mi fos-
se venuto in mente solo allora. Tenevo ancora la mano dentro i suoi calzo-
ni e con il dito la titillai.
E come? chiese lei, dimenandosi.
Non puoi dire a tuo padre di parlarne a uno dei suoi contatti? So che
non ne ha molti, ma hai ammesso anche tu che conosce un paio di...
Non ho ammesso un bel niente disse lei, brusca, ritraendosi. La mano
mi scivol fuori dai suoi calzoni e si mosse a tentoni fra le foglie, cercan-
dola. Non ti ho mai detto cose del genere continu Melissa. Pap lavo-
ra per conto suo. Si alz a sedere. E poi, cosa vuoi andarci a fare? Non
lo capisco. Per questo oggi parlavi con lui?
No, certo. Volevo vedere te replicai, convinto.
Per chiedermi di chiedergli obiett lei, per niente impressionata.
Strisciai accanto a lei, le strofinai il viso sul collo e sui capelli. Ti spie-
go subito dissi, confusamente. Se non rivedo quel capitano giapponese,
per tutta la vita avr paura di lui. Sar il mio incubo ricorrente. Ma so che
Add pu aiutarmi.
Come vuoi che faccia? mi rimbecc, irritata. Cercai d'infilarle di nuo-
vo la mano nei calzoni per distrarla; ma lei la spinse via. Smettila disse
freddamente. Vedi? Mi hai fatta venire fin qui per chiedermi di infastidire
mio pap. Stammi a sentire: non voglio che tu lo scocci con l'Orange
County o i giapponesi o altre storie, capito? Non chiedergli niente e non
immischiarlo negli affaracci tuoi. Si tolse dai capelli un paio di foglie,
strisci verso il bordo del laghetto. Ha gi abbastanza guai, nella maledet-
ta valle, senza che gliene rifili altri. Nella mano a coppa raccolse un po'
d'acqua e bevve; poi si lisci i capelli, con gesti rabbiosi.
Mi alzai, incerto; mi avvicinai all'albero della fune. Le sue parole mi fa-
cevano sentire orribilmente colpevole e calcolatore; e lei era bellissima,
inginocchiata l accanto al laghetto scuro. Eppure, quel comportamento in-
nocente, dopo il modo con cui aveva parlato agli sciacalli quella notte...
dopo che lei e Add li avevano accolti in casa per riferire quel che avevano
appreso spiando la nostra "maledetta valle" e il suo pi sciocco abitante,
Henry Aaron Fletcher... mi faceva digrignare i denti.
L'albero della fune cresce proprio sulla costola che trattiene il laghetto.
Molto tempo prima qualcuno aveva legato un robusto pezzo di corda a un
ramo alto e la fune serviva per dondolarsi sopra il ripido canyon sottostan-
te. Con rabbia afferrai la fune per i nodi all'estremit libera e indietreggiai
dal dirupo. Mi aggrappai per bene sopra i nodi, attraversai di corsa in dia-
gonale la radura e mi lanciai a dondolare nel vuoto. Da molto tempo non
provavo pi la magnifica sensazione di dondolare nel buio. Vedevo la pa-
rete opposta del canyon, sulla quale batteva ancora qualche raggio di sole,
e sotto di me la cima degli alberi, in ombra. Ruotai lentamente su me stes-
so; lanciai un'occhiata per stabilire la posizione del grosso tronco. Atter-
rando, lo mancai di un buon margine. Una volta Gabby si era lanciato
mentre era sbronzo ed era tornato dritto contro il tronco, di schiena, col-
pendo uno spuntone di ramo. Era impallidito.
Non parlare mai pi con noi di queste cose, hai sentito, Henry?
Ho sentito.
Mi sei simpatico, ma non sopporto sentir dire che pap traffica con
quella gente lass. Gi cos  abbastanza seccante e almeno ce ne fosse il
motivo! Tutte chiacchiere prive di fondamento. Sembrava cos rattristata
e depressa che avrei voluto gridarle:  seccante perch siete davvero due
sciacalli, brutta puttana! Ti ho visto fare la spia per conto loro! La tua reci-
ta non m'inganna! Invece strinsi i denti e dissi: Gi e iniziai un'altro
lancio. Ti sento gridai amaramente all'aria. Lei non rispose. La corda
scricchiol forte. Muovendo i piedi, girai lentamente su me stesso, per be-
nino. Tornai a terra, mi lanciai ancora, e poi ancora. Per un momento pro-
vai quant'era meraviglioso dondolare, desiderai di farlo per sempre, girare
lentamente all'estremit di una fune, staccato dalla terra e senza altre pre-
occupazioni se non quella di scansare il tronco, pensando solo all'aria che
mi sfiorava, agli alberi scuri che mi ruotavano intorno, al laghetto verde
scuro, in basso di lato. Allora il nodo allo stomaco sarebbe certo scompar-
so. Nel toccare terra, quasi andai a sbattere con il viso contro il tronco. Co-
s va la vita: passi il tempo a sognare e ti becchi un albero sul muso.
Melissa era accucciata accanto al laghetto; con la mano si tirava indietro
i capelli, china a bere direttamente dalla sorgente.
Me ne vado le dissi, brusco.
Ho bisogno del tuo aiuto per salire sul costone rispose, senza guar-
darmi.
Stavo per dirle che poteva scendere il canyon e fare il giro della valle
anche senza il mio aiuto; ma cambiai idea.
Non avevamo molto da dirci, al ritorno. Era faticoso risalire l'ultimo trat-
to della ripida parete; ci sporcammo di terriccio. Melissa si lasci aiutare
solo quando non poteva farne a meno, forse ricordando l'appiglio di cui mi
ero servito durante la discesa. Pi pensavo a come mi aveva lavorato, pi
mi arrabbiavo. E l'avevo desiderata ancora! Ecco, ero proprio uno scioc-
co... e gli Shanks non erano meglio dei ladri. Sciacalli. Spie. Zopilotes!
Non solo, ma non sarei mai riuscito a ottenere da loro l'informazione che
volevo.
Scendemmo il pendio del Basilone, tenendoci a qualche albero di di-
stanza l'uno dall'altra. Non ho pi bisogno del tuo aiuto dichiar fred-
damente Melissa. Puoi tornartene alla valle a cui appartieni.
Senza una parola, le girai le spalle e tagliai attraverso il pendio, verso la
valle. Sentii che rideva. Furibondo, mi fermai dietro un albero e aspettai un
poco. Poi continuai verso la casa degli Shanks, compiendo un ampio giro,
in modo da arrivare da nord, passando da albero ad albero, con grande cau-
tela. Dall'incavo di un pino spaccato scorgevo perfettamente la loro bizzar-
ra abitazione. Addison, fermo sulla soglia, discuteva animatamente con
Melissa. Lei indic il sud, verso la valle, e rise; Add annu. Indossava la
lunga giacca scura e unta (che s'intonava benissimo ai suoi capelli); termi-
nato d'interrogare Melissa, apr la porta e la spinse dentro, dandole una
manata sul sedere. Poi s'allontan nei boschi; mi pass a un paio d'alberi di
distanza, diretto a nord. Aspettai un poco e lo seguii. C'era una sorta di
sentiero, tracciato senza dubbio da Addison stesso nei suoi molti viaggi a
nord; lo percorsi rapidamente, in punta di piedi, facendo attenzione ai ra-
metti secchi e alle mosse di Addison, pi avanti. Quando lo scorsi di nuo-
vo, lasciai il sentiero e mi nascosi, ansando, dietro un abete rosso. Sporsi la
testa: Add si allontanava. Lasciai il riparo e corsi fra gli alberi, badando a
posare i piedi sul terriccio o sugli aghi di pino, muovendo le gambe come
se ballassi, per non spezzare ramoscelli e arbusti. Al termine di ogni scatto,
mi fermavo dietro un tronco e mi guardavo intorno per determinare di
nuovo la posizione di Add. Per il momento andava tutto bene: lui non ave-
va la minima idea d'essere seguito. Di tanto in tanto controllavo che mi gi-
rasse sempre la schiena e aspettavo finch non era nascosto dagli alberi,
cos non potevo stabilire con certezza quale direzione seguisse; allora sal-
tavo fuori dal mio nascondiglio e correvo a zigzag secondo il percorso che
ritenevo pi silenzioso. Dopo alcune corse a casaccio, ci presi gusto. Ave-
vo ancora una certa dose di paura, ma mi divertivo. Dopo tutta la merda
che Add e Melissa mi avevano scaricato addosso, era un vero piacere fre-
garlo... dimostrarmi migliore nel suo stesso campo.
Era anche un piacere svolazzare a quel modo fra i boschi. Come seguire
le tracce di un animale selvatico, ma non proprio, perch un animale non si
sarebbe lasciato seguire cos facilmente, si sarebbe accorto di me in un at-
timo e non si sarebbe pi fatto vedere n mi avrebbe fatto capire dove fos-
se finito. Era facile, invece, seguire un uomo. Riuscivo persino a stabilire
da quale parte sarei comparso, per poi attraversare il suo percorso e sbuca-
re dalla parte opposta. Una specie di nascondino. Solo che il gioco aveva
una posta ben precisa.
A met strada dalla valle San Mateo mi resi conto che avrei avuto diffi-
colt a seguirlo oltre il fiume. L'autostrada era l'unico ponte che superava il
San Mateo River ed era esposta come qualsiasi ponte. Avrei dovuto aspet-
tare un bel pezzo che Add attraversasse, e poi correre fra gli alberi, con la
speranza di passargli davanti e di ritrovarlo.
Studiavo ancora un piano, quando Add raggiunse la riva del San Mateo,
assai pi a valle dell'autostrada. Mi tuffai dietro un albero, un eucalipto un
po' troppo sottile per i miei scopi, chiedendomi quali intenzioni avesse.
Add si guardava intorno, anche dalla mia parte; mi acquattai e tenni la te-
sta dietro il tronco, anche se cos non lo vedevo pi. La ruvida corteccia
dell'eucalipto trasudava resina; con il fiato grosso, la fissai, incerto se
sporgere di nuovo la testa. Add mi aveva udito? A quel pensiero il cuore
mi batt come un picchio. D'un tratto, seguire un uomo non mi parve pi
solo divertimento. Mi distesi per terra, badando bene a non fare rumore fra
le foglie secche; trattenendo il fiato, sporsi un occhio.
Add non si vedeva. Sporsi tutta la testa, ma non lo vidi ugualmente. Mi
tirai in piedi. Proprio allora dal fiume giunse il brontolio di un motore.
Add torn in piena vista: era sempre sulla riva, guardava dalla parte del
mare e agitava il braccio. Rimasi immobile. Add non si guard pi intorno.
Poco dopo, fra gli alberi, scorsi una piccola barca con tre uomini a bordo.
Non aveva remi, ma un motore montato a poppa. L'uomo di mezzo era
giapponese. Quello a prua si alz, mentre accostavano; salt nell'acqua
bassa e aiut Add a legare la barca a un albero.
Mentre gli altri due scendevano dalla barca, strisciai come un gatto da un
albero all'altro; alla fine scivolai sopra un ammasso di foglie d'eucalipto e
di aghi, fino a un pino di Torrey, a soli quattro alberi di distanza da loro.
Sotto i rami bassi e dietro il tronco, fui sicuro che non m'avessero visto.
Il giapponese (assomigliava un poco al mio capitano, ma era pi basso)
prese dalla barca un sacco di tela bianca, legato in cima. Lo pass ad Addi-
son. I tre rivolsero delle domande a quest'ultimo e Add rispose. Udivo le
voci, soprattutto quella del giapponese, ma non riuscivo a distinguere le
parole. Risucchiai aria fra i denti, imprecai con forza fra me. Ero fin troppo
vicino a loro, non potevo rischiare di avvicinarmi ancora. Niente da fare.
Ma a parte qualche parola di tanto in tanto, un "come" o un "tu", distin-
guevo solo il tono delle voci. Ero vicino come lo ero stato a Steve e a
Kathryn, quando senza volerlo avevo ascoltato la loro conversazione; ma i
quattro parlavano sulla riva di un fiume e l'acqua corrente, anche se non
sembra molto rumorosa, basta gi a confondere le parole. Imparavo in quel
momento che  impossibile ascoltare di nascosto con buoni risultati chi sta
sulla riva: quindi l'inseguimento e l'appostamento erano sprecati. Non riu-
scivo a capacitarmi di tanta sfortuna. L c'era Add, che parlava con un
giapponese, forse proprio degli argomenti che volevo conoscere; e qui c'e-
ro io, proprio dove volevo, a meno di quattro barche di distanza. Ma non
serviva a niente. Mi venne voglia di affondare la testa fra gli aghi di pino e
piangere.
Di tanto in tanto uno dei due sciacalli (presumo che lo fossero, anche se
erano vestiti da paesani) rideva e prendeva in giro Addison a voce pi alta,
permettendomi di udire frasi intere. Facile far fesso un fesso disse uno.
Add rise alla battuta. Ci torner tutto indietro fra un paio di mesi disse
l'altro, indicando la sacca di Add. Alle nostre puttane, almeno! sogghi-
gn il primo. Il giapponese guardava di volta in volta chi parlava e non rise
mai alle battute. Rivolse ad Add ancora qualche domanda e Add rispose,
almeno credo: mi voltava la schiena, quindi non lo udivo affatto.
E poi, sotto i miei occhi, i tre risalirono sulla barca. Add sleg la fune e
la gett a bordo, spinse l'imbarcazione, la guard scivolare a valle. I tre
sparirono subito alla vista, ma udii il motore accendersi. Era tutto. Non a-
vevo appreso niente che gi non sapessi. Premetti il viso contro gli aghi di
pino e ne stritolai alcuni fra i denti.
Add continu a guardare la barca per un paio di secondi, poi mi pass
accanto. Restai disteso, immobile, per un poco; poi mi alzai e gli andai die-
tro. Presi addirittura a pugni qualche albero, passandogli vicino. E non ve-
devo Add da nessuna parte. Rallentai, furioso e frustrato al punto da non
sapere se volevo sprecare pazienza a pedinarlo. Cosa ne ricavavo? Ma l'al-
ternativa, tornare a Onofre da solo, era anche peggiore. Cominciai ad a-
vanzare tracciando ampie diagonali, danzando di nuovo fra gli alberi in
una corsa silenziosa.
Non lo vidi finch non mi colp con una spallata che mi butt a terra. E-
strasse dalla cintola un coltello e mi assal, cadendomi quasi addosso. Ro-
tolai su me stesso, con un calcio lo colpii al braccio, poco sopra il coltello;
mi contorsi, lo scalciai al ginocchio; mi alzai, schivai, lo colpii sul collo a
mani unite, sempre muovendomi con la massima rapidit possibile. Lui
and a sbattere contro un albero, si accasci, stordito; gli strappai rapida-
mente la sacca dalla sinistra e balzai indietro per evitare una coltellata.
Tenni sollevata la sacca, come se fosse una mazza, e mi ritrassi in fretta.
Resta fermo l, altrimenti scappo e non rivedrai pi la sacca lo apo-
strofai. Senza riflettere, aggiunsi: Sono pi veloce di te, non mi prenderai
mai. Nessuno mi raggiunge, nei boschi. E risi di trionfo, nel vedere la sua
espressione, perch era vero e lui lo sapeva. Nessuno  pi veloce di me. E
sconfiggere fra gli alberi Add e il suo coltello, pi veloce del pensiero, pi
veloce di quanto mi occorreva per decidere le mie mosse, me ne dava la
sensazione esatta. Anche lui lo sapeva. Finalmente, finalmente, avevo Add
Shanks dove lo volevo. Con la mano libera Add si massaggi il collo, lan-
ciandomi la stessa occhiata d'odio che avevo visto negli occhi della donno-
la in trappola. Cosa vuoi? domand.
Non voglio molto. Non voglio questa sacca, anche se sembra contenere
un bel po' d'argento e magari roba ancora pi importante, eh? Forse non
avevo indovinato il contenuto, ma una cosa era certa: rivoleva la sacca. La
fiss, si mosse in avanti, ma io arretrai di tre passi, spostandomi anche sul-
la destra, dove avevo una via di fuga fra gli alberi. Mi sa che Tom, John,
Rafael e gli altri sarebbero molto interessati a vedere la sacca e a sentire
quel che ho da dire al riguardo.
Che cosa vuoi? ringhi.
Per niente intimorito, ricambiai lo sguardo carico d'odio. Non mi piace
come hai approfittato di me dissi. Il coltello gli sobbalz in mano; pensai:
"Non fargli capire quanto ne sai". Voglio vedere uno sbarco di giapponesi
nell'Orange County. So che scendono a terra e so che sei d'accordo con lo-
ro. Voglio sapere dove e quando ci sar il prossimo sbarco.
Parve perplesso; abbass di una spanna il coltello. Poi sogghign, sem-
pre con quell'espressione di odio. Trasalii. Ah, gi, sei in combutta con
gli altri ragazzi, giusto? Il giovane Nicolin, Mendez e il resto.
Sono da solo.
Mi spiavi, vero? E John Nicolin non ne sa niente, scommetto. Niente.
Sollevai la sacca. Dimmi quando e dove, Add. Altrimenti la porto nella
valle e tu non ci metterai pi piede.
Ce lo metter eccome!
Facciamo la prova?
Arricci le labbra in un ringhio. Tenni duro. Lo guardai riflettere. Poi
Add sogghign di nuovo, in un modo che non capii. Pensai, allora, che fa-
cesse come la donnola, che mostrasse i denti in un ultimo ringhio feroce,
prima di morire.
Sbarcheranno a Dana Point questo venerd. A mezzanotte.
Gli gettai la sacca e corsi via.
All'inizio corsi come un daino braccato, saltai tronchi caduti, schiantai
piccoli cespugli, approfittai del lusso di fare rumore. Ora avevo paura: for-
se, con la sacca, gli avevo gettato una pistola; oppure lui era un abile lan-
ciatore di coltelli e mi avrebbe trapassato con la lama pesante che impu-
gnava. Per, attraversata gran parte della valle San Mateo, capii di essere
al sicuro, e continuai a correre solo perch ero felice. Trionfante, danzavo
fra gli alberi, superavo a salti cespugli che avrei potuto scansare, strappavo
piccoli rami che mi ostacolavano. Corsi fino all'autostrada, proseguii in di-
scesa a tutta velocit. Non credo di avere mai corso pi rapidamente in vita
mia, n di essermi divertito tanto. Venerd notte! gridai al cielo e volai
sull'asfalto, come un'automobile: il nodo allo stomaco era finalmente
scomparso.
18
Ma il nodo ricomparve presto. Attraversai di corsa la valle e andai dritto
a casa dei Nicolin, ma la signora N. seppe dirmi solo che Steve era da
qualche parte con Kathryn. La ringraziai e me ne andai; gi mi sentivo a
disagio. Steve e Kathryn litigavano di nuovo? Cercavano di rappacificarsi?
Kathryn l'aveva convinto a lasciar perdere? (Questa ipotesi pareva poco at-
tendibile.) Controllai alcuni dei nostri soliti luoghi di ritrovo; non ci tenevo
molto a trovare Kathryn, ma desideravo vedere Steve al pi presto. Non li
trovai da nessuna parte. E non avevo indizi per scoprire dove fossero, n
che cosa facessero. Mentre risalivo un'altra volta Swing Canyon, mi resi
conto che quei due non li capivo pi, se mai li avevo capiti. Che cosa si fa,
dopo una lite come quella che avevo ascoltato di nascosto? La vita privata
di altre coppie... una delle cose pi riservate che esistano. Anche se ne par-
lano con altri, solo i diretti interessati sanno cosa succede realmente tra lo-
ro. E se non ne parlano, il mistero  assoluto, nascosto al mondo.
Questo, mercoled sera. Tornai dai Nicolin due volte, quella notte, ma
non trovai nessuno. E pi non riuscivo a raccontare tutto a Steve, pi mi
sentivo a disagio. Che cosa avrebbe detto, Kathryn, quando avesse saputo
la mia parte nella faccenda? Avrebbe pensato che le avevo mentito, che
avevo tradito la sua fiducia. D'altro canto, se non avessi parlato a Steve
dello sbarco, se avessi lasciato passare venerd... e se mai lui l'avesse sco-
perto... bene, non meritava neppure pensarci. Avrei perso sul momento il
mio migliore amico.
Dopo la seconda visita notturna ai Nicolin, tornai a casa e andai a letto.
Era stata una gran giornata, pensavo di non riuscire a prendere sonno; ma
dopo qualche minuto dormivo gi. Per un paio d'ore pi tardi mi svegliai
e per il resto della notte continuai a rigirarmi nel letto; ascoltai il vento,
meditai su come comportarmi.
Subito dopo l'alba mi svegliai, di nuovo con quel nodo allo stomaco; e
cercare di riprendere sonno non faceva altro che peggiorarlo. Avevo la va-
ga impressione d'avere fatto un sogno cos orribile che non avevo nessuna
voglia di ricordarlo pi chiaramente... in sogno mi davano la caccia... ma
dopo qualche istante non ero nemmeno sicuro d'avere sognato. Come tutte
le mattine uscii a orinare e scoprii che s'era alzato il vento Santa Ana, quel
vento del deserto che soffia dalle montagne orientali, spinge a mare le nu-
bi, scalda la terra, secca ogni cosa. Il Santa Ana colpisce tre, quattro volte
all'anno e cambia completamente il nostro clima. Questa volta gi aumen-
tava d'intensit e piegava gli alberi in senso opposto alla naturale inclina-
zione dovuta al vento di mare. Presto avrebbe spezzato i rami dei pini e li
avrebbe trascinati verso l'oceano.
Il secchio dell'acqua da bere, vuoto, mi diede la scossa quando lo presi
per riempirlo. Elettricit statica, la chiamava Tom, ma per quanto s sfor-
zasse, non era mai riuscito a farmi capire il fenomeno: qualcosa di simile a
milioni di minuscoli fuochi che si muovono in cerchio (certo ricorderete
che bella spiegazione del fuoco mi aveva dato!)... e i cavi tesi fra i tralicci
come quello degli Shanks avevano portato l'elettricit da ogni parte e fatto
funzionare tutte le macchine automatiche dei vecchi tempi. Una simile e-
nergia, da piccole scosse come quella che avevo appena provato.
Mentre andavo al fiume, nel vivido sole del mattino, sembrava che ogni
cosa fosse imbottita di colore, come se l'elettricit statica fosse una cosa
che riempiva tutto e lo rendeva pi splendente. I peli sulle braccia mi si
rizzavano; sentivo le radici nello scalpo, mentre il vento mi agitava qua e
l i capelli. Elettricit statica... forse negli esseri umani si raccoglieva nello
stomaco. Al fiume entrai in acqua fino alle ginocchia, tuffai la testa sotto
la superficie, feci gargarismi, con la speranza che l'elettricit si disperdesse
nell'acqua e se ne andasse. Non funzion.
Adesso ero completamente sveglio. Piccole onde si aprivano a ventaglio
sulla superficie dell'acqua, una dopo l'altra, spingendola a mare. Gi l'aria
era calda e secca, pareva che presto sarebbe diventata ardente. Il cielo era
di un celeste brillante. Bevvi mezzo secchio d'acqua, tirai sassi a un tronco
caduto, impigliato nella riva opposta. Che fare? In alto i gabbiani volavano
in cerchio, battevano le ali lamentandosi per la fatica che erano costretti a
fare nel vento contrario. Tornai a casa e mangiai con Pa' una pagnotta.
Cosa fai oggi? mi chiese Pa'.
Vado a dare un'occhiata alle trappole. Cos m'ha detto il vecchio Men-
dez.
Sarebbe una bella novit rispetto al solito pesce.
Gi.
Pa' mi guard, arricci il naso. Ultimamente non chiacchieri molto.
Annuii, troppo turbato per prestargli attenzione.
Non vuoi fare in modo che la gente ti parli continu.
No. Meglio che vada, per.
Tornai al fiume, pensando di andare comunque a controllare le trappole.
Mi sedetti sopra uno dei minuscoli promontori che sporgono a picco sulla
riva. A valle, le donne comparvero a una a una, il gruppo Mariani e le al-
tre; approfittavano del Santa Ana per fare il bagno e per lavare abiti, len-
zuola, coperte, asciugamani, qualsiasi cosa potessero portare al fiume. L'a-
ria era un po' pi calda a ogni minuto e talmente secca da sentirla nelle na-
rici. Le donne tirarono fuori il sapone e si spogliarono; si mossero nell'ac-
qua bassa della curva, portando assi da bucato e ceste di abiti e di panni; si
misero al lavoro, chiacchierando e ridendo, tuffandosi nel centro del fiume
per sguazzare un poco e togliersi il sapone di dosso. Il sole del mattino si
rifletteva sui corpi bagnati e sui capelli incollati alla testa; avrei potuto re-
stare a guardarle ancora, tanto erano bianche e snelle. Pensai che sembra-
vano un gruppo di delfini; si schizzavano acqua addosso, dondolavano le
tette, mentre strofinavano i panni sull'asse da bucato, a bocca aperta per ri-
dere e sorridere al cielo. Ma mi avevano visto, seduto pi a monte; presto,
se fossi rimasto, mi avrebbero tirato sassi, avrebbero alzato le gambe per
mettermi in imbarazzo, avrebbero gridato frasi scherzose come: Ehi, non
ti liscia niente contropelo? Oppure: Ti serve aiuto, con l'affare? O an-
che: Attento che non ti si consumi come questo pezzo di sapone...
E poi, comunque, avevo altre cose per la mente; diedi loro un'ultima oc-
chiata, mi girai e risalii il fiume; dimenticai le donne e cominciai di nuovo
a preoccuparmi. (Ma loro cosa avrebbero pensato?)
Capite, potevo non dirgli niente. Potevo dirgli: "Steve, non ho scoperto
niente e non so come fare". E finirla l. Venerd sarebbe arrivato e passato,
non ci saremmo mai accorti della differenza. Almeno, loro non se ne sa-
rebbero accorti. E tutto sarebbe continuato come prima. Nel percorrere il
sentiero del fiume mi venne proprio quest'idea; e mentre andavo da una
trappola all'altra, la meditai. Per certi versi mi andava a genio.
Ma ricordai lo scontro con Add: mi aveva sbattuto contro un albero,
quando lui aveva il coltello e io no. Tolsi un coniglio dal laccio e risiste-
mai la trappola. Ricordai la fuga dalla nave giapponese, la nuotata a riva,
la fatica per risalire il canalone. Adesso mi sembrava una grande avventu-
ra. Ricordai l'arrampicata sulla parete della casa degli Shanks per origliare
la conversazione con gli sciacalli e il silenzioso pedinamento di Addison
nei boschi. Mi era piaciuto pi di qualsiasi altra cosa fosse mai successa a
Onofre. Non avevo mai sentito in me un potere del genere. Pi che mai mi
parve che questi avvenimenti non mi accadessero per caso, ma che fossi io
stesso a provocarli, che decidessi io di fare certe cose e che poi le facessi.
E adesso avevo l'occasione di fare qualcosa di meglio, di combattere per la
mia terra perduta. La terra su cui camminavo era nostra, l'unica cosa che ci
fosse rimasta. Ne stessero lontano o sopportassero le conseguenze! Non
eravamo una vetrina di mostruosit, una versione in grande delle fiere de-
gli orrori che a volte venivano ai raduni ed esibivano patetiche vittime del-
le radiazioni, umane e animali... Eravamo una nazione, una nazione viva,
comunit vive in una terra viva, e dovevano lasciarci in pace.
Cos quando tornai nella valle attraverso la strettoia, lasciai perdere tre
conigli e una moffetta puzzolente e continuai fino alla casa dei Nicolin.
Steve, davanti alla casa, gridava furiosamente contro sua madre, ferma sul-
la soglia. Qualcosa che riguardava ancora John, mi parve di capire; qualco-
sa che lui aveva detto o fatto per irritare Steve... Trasalii e attesi che Steve
smettesse di gridare. Quando si diresse allo scogliera, lo avvicinai.
Cosa c'? disse, vedendomi.
Ho scoperto la data! esclamai. S'illumin. Gli raccontai tutto. Al ter-
mine, provai una sorta di brivido; be', gliel'ho detto, pensai. Non avevo
preso la decisione, era stata automatica.
Magnifico continu a ripetere Steve. Magnifico. Adesso li abbiamo
in pugno! Perch non me l'hai detto?
Te l'ho appena detto risposi, irritato. L'ho saputo solo ieri.
Mi diede una manata sulla schiena. Andiamo a riferirlo a quelli di San
Diego. Non c' molto tempo... un giorno, uau! Forse dovranno far venire
altri uomini dal sud, o chiss cosa.
Ora che gliel'avevo detto, per, ero pi incerto di prima che fosse la cosa
giusta. Era stupido, ma era successo. Scrollai le spalle.
Vai tu a dirglielo; io informer Gabby, Del e Mando, se li vedo.
Be'... pieg curiosamente la testa. Certo. Se vuoi cos.
La mia parte l'ho fatta replicai, sulla difensiva. Se ci andiamo tutt'e
due, rischiamo di attirare l'attenzione.
Forse  vero.
Fatti vedere stasera e dimmi cosa ne pensano.
D'accordo.
Quando si present, quella sera, il vento soffiava pi forte che mai. I ra-
mi del grosso eucalipto sbattevano l'uno contro l'altro, le foglie crepitavano
e cadevano volteggiando su di noi. I pini borbottavano il loro accordo pi
basso e si agitavano contro le vivide stelle.
Indovina chi c'era, al loro campo mi disse Steve. Non stava nella pelle
per l'eccitazione. Indovina!
Non so. Lee?
No, il Sindaco! Il Sindaco di San Diego.
Davvero? Cosa ci faceva, l?
 qua per combattere i musi gialli, naturalmente. Era contentissimo,
quando gli ho detto che potevamo guidarli al punto di sbarco. Mi ha stretto
la mano, abbiamo bevuto insieme un bicchiere di whisky, e tutto il resto.
Logico. Gli hai detto il luogo?
Certo che no! Mi prendi per uno stupido? Ho detto che fino a domani
non avremmo avuto la conferma e che li avremmo informati dopo esserci
uniti a loro. Cos saranno obbligati a portarci con s, capisci? A dire il ve-
ro, ho detto che solo tu conosci il punto esatto dello sbarco e che non vuoi
rivelarlo a nessuno.
Oh, magnifico. E perch dovrei comportarmi cosi?
Perch sei un tipo sospettoso, naturalmente. E non vuoi che i giappone-
si scoprano chiss come che siamo al corrente. Cos gli ho detto.
Questo mi sugger una cosa alla quale non avevo mai pensato, che lo
crediate o no: i giapponesi potevano venire a sapere da Add che eravamo
al corrente dello sbarco. E potevano rinviarlo, dopotutto. Mi si present al-
la mente un'altra possibilit: Add poteva avere mentito, sulla data. Ma que-
sto lo tenni per me. Non volevo creare difficolt. Dissi solo: Crederanno
che siamo pazzi.
Ma va'! E perch? Il Sindaco era davvero contento di noi.
Ah, lo credo! Quanti uomini aveva?
Quindici, forse venti.
C'era anche Jennings?
Certo. Senti, hai parlato a Del, Gabby e Mando?
E Lee? Lee c'era?
Non l'ho visto. Hai parlato alla banda?
Ero preoccupato per l'assenza di Lee. Non capivo, n gradivo, il modo in
cui era scomparso dal gruppo. Ho parlato a Gabby e a Del dissi, dopo un
poco. Venerd Del va con suo padre a Talega Canyon, per procurarsi
qualche vitello; perci non ci sar.
E Gabby?
Lui viene.
Ottimo. Henry, ci siamo! Facciamo parte della resistenza!
Il soffio caldo del Santa Ana mi bruciava nelle narici; mi sentivo in tutto
il corpo l'elettricit statica. Le stelle danzavano tra le foglie. Vero dissi
vero. Tremavo per l'emozione.
Steve mi fiss. Non avrai paura, per caso?
No, certo! Solo un po' stanco, credo. Farei meglio a dormire qualche
ora.
Buona idea. Ne avrai bisogno, domani. Mi diede una manata sul brac-
cio e spar fra gli alberi. Una fortissima raffica di vento spinse un ramo a
veleggiarmi sulla testa. Lo scostai con il braccio e tornai dentro casa. Pa'
cuciva.
Non dormii molto, quella notte. E il giorno seguente fu il pi lungo della
mia vita. Il Santa Ana soffi con forza per tutta la giornata; la terra s'inari-
diva e si scaldava; la temperatura sal al punto che bastava muoversi per
sudare. Per tutto il giorno controllai trappole nell'interno della valle, ma
non trovai nemmeno un animale. Dopo avere buttato gi a fatica il solito
pane e pesce, divenni cos irrequieto da non riuscire a star senza far niente.
Dissi a Pa': Vado su a trovare il vecchio. Dopo lavoriamo alla capanna
sull'albero, perci far tardi.
Va bene.
Scendeva il crepuscolo. Il fiume era uno splendore d'argento, molto pi
chiaro degli alberi sulla riva opposta. A occidente il cielo era dello stesso
azzurro argentato, l'intera volta celeste sembrava pi chiara del solito... la
terra era scura, ma il cielo ancora rosseggiava. Attraversai il ponte e salii
dai Costa. Da l vedevo tutta la valle ruzzolare nel buio.
Mando mi accolse fuori della porta. Gabby mi ha detto tutto e vengo
anch'io, capito?
Certo dissi.
Se provi ad andare senza di me, racconto tutto.
Oh, andiamo, le minacce non servono, Armando. Vieni con noi.
Ah. Abbass gli occhi. Non lo sapevo. Non ne ero sicuro.
Perch?
Pensavo che forse Steve non mi avrebbe voluto.
Be'... perch non scendi a parlargli? Scommetto che  ancora in casa.
Non so se devo farlo. Pap dorme e dovrei tenere d'occhio Tom.
Ci penso io, sono venuto apposta. Vai a dire a Steve che vieni anche tu.
Digli che star qui finch non partiamo.
D'accordo. S'allontan di corsa.
E niente minacce! gli gridai dietro; ma il vento spinse le parole verso
Catalina e Mando non le ud. Entrai in casa. Il Santa Ana sibilava intorno
agli spigoli, fischiava fra i bidoni; la casa gemeva uuuuu, uuuuu, uuuuuu.
Guardai nell'ospedale, dove ardeva una lampada. Tom giaceva sulla schie-
na, la testa sostenuta dal guanciale. Apr gli occhi e mi guard.
Henry disse. Bene.
Nella stanza faceva caldo, mancava l'aria. In quei giorni torridi, il riscal-
damento solare di Doc funzionava fin troppo bene; se si aprivano comple-
tamente gli sfiatatoi, il vento avrebbe messo tutto a soqquadro. Mi accostai
al letto, mi sedetti sulla seggiola accanto.
Tom aveva barba e capelli arruffati; i ricci grigi e bianchi sembravano di
cera. Gli incorniciavano il viso, pi piccolo e pi pallido di come lo ricor-
davo. Lo fissai, come se lo vedessi per la prima volta. Il tempo traccia un
mucchio di segni, sul viso: rughe, macchie, pieghe... la curvatura del naso,
la cicatrice che interrompeva un sopracciglio, le guance incavate dove
mancavano i denti... Tom sembrava vecchio e malato. Pensai: "Sta per mo-
rire". Forse, una volta tanto, lo vedevo realmente: crediamo di conoscere
l'aspetto dei nostri familiari; perci, quando li guardiamo, in realt non li
vediamo; diamo solo un'occhiata e ricordiamo. Ora lo guardavo con occhi
nuovi, l'osservavo sul serio. Un vecchio. Si sollev sui gomiti.
Alzami il cuscino, cos sto seduto disse.
La voce era la met del solito. Spostai il cuscino, sorressi il vecchio fin-
ch non si fu sistemato a sedere. Poggiava la testa contro la parte concava
di un bidone. Si tir la camicia, in modo che gli scendesse dritta sul petto.
L'unica lampada accesa tremol, quando uno ventata s'infil nello sfiata-
toio socchiuso. Il bagliore giallastro che riempiva la stanza divenne pi
fioco. Mi alzai, allungai lo stoppino del lume. Il vento gir intorno alla ca-
sa, con rumore particolarmente intenso.
Soffia il Santa Ana, eh? disse Tom.
Uno di quelli forti. E anche caldo.
L'ho notato.
Ne ero sicuro. Questo posto sembra un forno. Sono felice di non vivere
nel deserto, se  cos per tutto l'anno.
Un tempo lo era. Ma il vento non  caldo a causa del deserto. Si com-
prime superando le montagne e la compressione lo scalda. Scalda ogni co-
sa.
Ah. Cominciai a descrivere l'effetto del Santa Ana sugli alberi avvezzi
al vento di mare, ma anche lui conosceva il Santa Ana. Tacqui. Restammo
cos per un poco. Non c'era fretta di riempire il silenzio fra noi. Quante ore
avevamo trascorso insieme, a parlare o a non dire niente, era lo stesso. Il
ricordo di quelle ore m'intrist. "Non puoi morire adesso" pensai. "Non mi
hai ancora insegnato tutto. Chi mi dir cosa leggere?"
Stavolta Tom comp uno sforzo per scuotere l'atmosfera. Hai comincia-
to a riempire il libro che t'ho dato?
Oh, Tom, non so come fare. Non l'ho neppure aperto.
Parlavo sul serio disse, fissandomi. Anche in quel viso devastato, l'oc-
chio aveva la sua antica severit.
Lo so. Ma cosa scrivo? E conosco appena l'ortografia.
L'ortografia disse con sprezzo non ha importanza. Le sei firme di
Shakespeare giunte fino a noi erano scritte in quattro modi diversi. Ricor-
datene, quando ti preoccupi dell'ortografia. E non conta nemmeno la
grammatica. Scrivi come parleresti, capito?
Ma Tom...
Non contraddirmi, ragazzo. Dopo tutto il tempo speso a insegnarti a
leggere e a scrivere, voglio dei risultati.
Lo so. Ma non ho nessuna storia da scrivere, Tom. Sei tu che hai le sto-
rie. Come quella di quando hai incontrato te stesso, ricordi?
Parve confuso.
Quando hai dato un passaggio a te stesso suggerii.
Ah, gi disse piano, lo sguardo perso contro la parete.
 accaduto davvero, Tom?
Il vento. Solo i suoi occhi si mossero, scivolarono a guardarmi. S.
Di nuovo il vento e il suo fischio stupito, whoooooo! Tom rimase in si-
lenzio per un pezzo; trasal, batt le palpebre: non ricordava pi di cosa
parlavamo.
 accaduto moltissimo tempo fa, eppure tu ricordi ogni cosa con la
massima chiarezza dissi. Le parole precise, tutto. Io non ci riuscirei mai.
Non ricordo neppure cos'ho detto la settimana scorsa. Anche per questo
non posso scrivere il libro.
Scrivi mi ordin. Ti torna tutto in mente, quando lo metti per iscritto.
Sollecita la memoria.
Tacque. Ascoltammo gli ululati del vento. Un ramo batt rumorosamen-
te contro la parete. Tom afferr il lenzuolo che gli copriva le gambe, lo
strinse, lo torse. L'orlo era tutto sfilacciato.
Hai male? chiesi.
No. Ma continu a torcere il lenzuolo e guard la parete, non me. So-
spir alcune volte. Pensi che io sia molto vecchio, no, ragazzo? La voce
era debole.
Lo fissai. Sei molto vecchio.
S. Ho vissuto una vita intera, nei vecchi tempi, avevo 45 anni, il Gior-
no... per cui ora ne ho 108, giusto?
S, certo. Lo sai meglio di tutti.
E sembro proprio un centenario, lo sa Iddio. Trasse un respiro profon-
do, trattenne il fiato, lo lasci uscire. Notai che ancora non aveva tossito,
da quando ero arrivato: forse il vento secco lo aiutava. Ero sul punto di dir-
lo, quando lui riprese.
Ma se non lo fossi?
Come?
Se non fossi cos vecchio?
Non capisco.
Sospir, cambi posizione sotto il lenzuolo. Chiuse gli occhi per un po-
co. Pensai che si fosse addormentato. Riapr gli occhi.
Voglio dire... ho allungato un poco la mia et.
Ma... com' possibile?
Spost lo sguardo a fissarmi in viso, con occhi castani, lucidi e implo-
ranti. Quando le bombe scoppiarono, Henry, avevo 18 anni. Ti dico la ve-
rit per la primissima volta. Devo, finch ne ho l'occasione. Dovevo andare
in quella scuola di cui abbiamo visto le rovine sulle scogliere, a sud. Andai
a fare una gita nella Sierra, l'estate prima; accadde proprio allora. Quando
avevo 18 anni. Cos ora ne ho... ne ho... Batt rapidamente le palpebre va-
rie volte di seguito, scosse la testa.
Ottantuno dissi, con voce secca come il vento.
Ottantuno ripet lui, in tono sognante. Abbastanza vecchio, ed  la
verit! Ma sono solo cresciuto, nei vecchi tempi. Il resto non  vero. Vole-
vo dirtelo, prima d'andarmene.
Lo fissai, lo fissai. Mi alzai, girai per la stanza, finii ai piedi del letto, da
l lo fissai ancora. Mi sembrava di non riuscire a metterlo a fuoco. Lui smi-
se di guardarmi in faccia, si scrut a disagio le mani chiazzate.
Pensavo solo che dovevi sapere qual  stato il mio compito disse, in
tono di scusa.
E sarebbe? chiesi, intontito.
Non lo sai? No. Be'... fare in modo che ci fosse in giro uno che era vis-
suto nei vecchi tempi, che li conosceva bene, anche...  importante.
Ma se in realt non ci eri vissuto!
Inventare. Oh, c'ero. Sono vissuto nei vecchi tempi. Non molto, e senza
capirli, all'epoca... ma c'ero. Non ho mentito completamente. Ho solo esa-
gerato.
Non ci credevo. Ma perch? esclamai.
Rimase in silenzio per un periodo lunghissimo. Il vento ululava d'ango-
scia al posto mio.
Non so come dirlo riprese stancamente. Per mantenere un appiglio
su quella parte del passato che ha valore, forse? Per mantenere alto lo spi-
rito di noi tutti. Come fa quel libro. Non sono sicuro se l'ha fatto o meno.
Pu darsi che un Glen Baum abbia fatto il giro del mondo; pu darsi che
Wentworth l'abbia scritto l nella sua tipografia. Non importa... ora  vero,
perch c' il libro. Un americano intorno al mondo. Ne avevamo bisogno,
anche se era una bugia, capisci?
Scossi la testa, incapace di parlare. Tom sospir, guard dall'altra parte,
batt leggermente la testa contro il bidone. Un milione di pensieri mi si af-
follava nella testa, eppure dissi una cosa che non avevo pensato, in tono
pieno di delusione. Allora non hai veramente incontrato il tuo doppio.
No. L'ho inventato. Ho inventato un mucchio di cose.
Ma perch, Tom? Perch? Ripresi ad andare avanti e indietro per la
stanza, cos non mi avrebbe visto piangere.
Non rispose. Pensai a tutte le volte che Steve l'aveva chiamato bugiardo,
a quanto spesso avevo difeso il vecchio. Da quando ci aveva mostrato la
fotografia della Terra vista dalla Luna, gli avevo creduto, avevo creduto a
tutte le sue storie. Avevo deciso che diceva la verit.
Con voce che percepivo appena, Tom disse: Siedi, ragazzo. Siediti
qui. Ubbidii. E ora ascolta. Sono sceso e ho visto, capisci? Capisci? Ero
fra le montagne, te l'ho detto. Questa parte della storia era vera. Tutte le
bugie erano vere. Fra le montagne, per una gita da solo. Non sapevo nem-
meno che le bombe fossero esplose, ci credi? Scosse la lesta, come se non
ci credesse ancora adesso. E all'improvviso capii che mi raccontava cose
mai dette a nessuno. Era una giornata magnifica, arrivai fin sopra passo
Pinchot, ma quella notte il fumo oscur le stelle. Niente stelle. Non lo sa-
pevo, ma sapevo. E scesi e vidi. Ogni persona di valle Owens era impazzi-
ta; la prima che incontrai mi disse perch. E quel momento... oh, Hank,
grazie a Dio tu non dovrai mai vivere quel momento. Impazzii come tutti
gli altri. Avevo poco pi della tua et. E tutti erano morti, tutti quelli che
conoscevo. Ero pazzo di dolore, mi si spezz il cuore, a volte penso che
non sia mai guarito...
Deglut con forza. Ora capisco perch non ne parlo. Con la testa sbatt
contro il bidone, mosse le palpebre per schiarirsi la vista. In un sussurro fe-
roce disse: Ma devo parlarne, devo, devo, devo sbattendo piano la testa,
bong, bong, bong.
Smettila, Tom. Gli misi la mano sulla nuca, contro quel risonante
tamburo metallico. Aveva i capelli madidi. Non hai bisogno di parlare.
Devo mormor. Mi sporsi per sentire. Sulle prime, non ci credetti.
Ma la corriera non passava, e capii. Sputai l'anima a camminare e a fare
l'autostop con dei pazzi, per tornare a casa; ma quando scesi la cinque,
dappertutto c'erano ancora colonne di fumo in tutta la citt. Allora seppi
che era vero; avevo paura delle radiazioni, non andai a vedere casa mia. Mi
rifugiai fra le montagne, saccheggiai e frugai nelle macerie per procurarmi
il cibo. Per quanto tempo, non so; perdetti il senno; ricordo solo lampi co-
me fiamme tra il fumo. Ammazzai. Tornai in me in una baracca fra i monti
e seppi che dovevo vedere, per credere che fossero tutti morti. I miei fami-
liari, capisci? Ormai me ne fregavo delle radiazioni, non me ne ricordavo
nemmeno. Tornai all'Orange County; e qui, oh, oh... Continu a torcere il
lenzuolo. Gli bloccai la mano. Era febbricitante.
Questo non posso raccontarlo bisbigli. Era... male. Scappai, venni
qui. Montagne disabitate. Ero sicuro che tutto il mondo era distrutto, mon-
di d'insetti e d'esseri umani morenti sulle spiagge. Nei momenti di speran-
za, mi auguravo che fosse successo solo a noi e alla Russia, all'Europa e al-
la Cina. E che gli altri paesi alla fine ci portassero aiuto, ah, ah. Quasi
soffoc, mi si aggrapp alla mano. Ma nessuno sapeva. Nessuno sapeva
niente, a parte quel che si vedeva. Vidi montagne deserte. Sapevo solo
questo. I marines le avevano tenute pulite. Vidi che potevo vivere fra quel-
le montagne senza impazzire, se riuscivo a non farmi uccidere da qualcuno
e a non morire di fame. Se era possibile. Ma qui c'era la valle e sapevo che
era possibile. E non misi mai pi piede nell'Orange County.
Gli strinsi la mano; sapevo che da allora c'era andato.
Quasi a contraddirmi, disse: Mai, fino a oggi. Mi tir la mano, mor-
mor in fretta:  male,  male. Li hai visti ai raduni, gli sciacalli, in loro
c' qualcosa di sbagliato, occhi affetti da glaucoma corneale, qualcosa
scoppiato dentro... c' qualcosa di sbagliato nei loro occhi, la vita nelle ro-
vine li fa impazzire. Matti come cavalli. E non  una sorpresa. Devi stare
lontano da l, Henry. So che ci sei stato, di notte. Ma dammi retta, ora, non
salirci pi,  male, male! Si sporgeva dal guanciale verso di me, tutt'e due
le mani dalla mia parte del letto per tenersi sollevato, il volto teso e madi-
do. Promettimi di non andarci, ragazzo.
Ah, Tom...
Non puoi andarci! disse disperatamente. Dimmi che non ci andrai,
che non ci andrai mai.
Tom, a volte devo...
No! A che scopo? Quel che serve lo ottieni dagli sciacalli, sono apposta
qui per questo, ti prego, Henry, prometti. C' il male, lass, cos orribile da
non poterne parlare ti prego ti chiedo di non andare lass...
Va bene dissi. Non ci salir, te lo prometto. Dovevo dirlo. Per cal-
marlo, capite. Ma il nodo allo stomaco mi si strinse, tanto da costringermi
a tenere il braccio sotto le costole. Sapevo di avere sbagliato. Sbagliato di
nuovo.
Tom ricadde contro il cuscino, bong. Bene. Da quello sei salvo. Ma io
no.
Stavo cos male che cercai di cambiare discorso. Ma non credo che ti
abbia danneggiato, almeno a lungo andare. Sei ancora qui, dopo tutti questi
anni.
Bombe ai neutroni. Radiazioni a breve termine. Immagino, ma non lo
so. Qualcosa del genere, comunque. La terra ci vendicher, ma non  una
consolazione. La vendetta non consola. La loro sofferenza non ripagher la
nostra, niente ci riuscir mai, siamo stati assassinati. Mi strinse la mano
con tanta forza da farmi male alle nocche. Inspir rumorosamente. Noi
sopravvissuti eravamo affamati, cos affamati da combatterci l'un l'altro e
terminare per loro la strage, ah, questo fu il peggio. Eravamo impazziti.
L'anno dopo, morirono pi persone di quante non ne avessero uccise le
bombe, sono sicuro, e continuarono a morire, sembrava che sarebbero
morti tutti. Difesa civile, gi! Stupidi americani, ormai cos lontani dalla
terra che non avevamo la minima idea di come trarne da vivere, oppure chi
lo sapeva era travolto da chi non lo sapeva, ammazzato, e la lotta era pi
aspra. Si arriv al punto che un amico di cui fidarsi era la cosa pi preziosa
del mondo. Alla fine ne rimasero cos pochi che non c'era pi bisogno di
combattere, nessuno contro cui combattere. Tutti morti. Quante morti,
Henry. Ho visto la Morte camminare lungo la via pi volte di quanto si
voglia immaginare. Un vecchio in giacca nera e la scure sulla spalla. Arri-
vai a salutarlo e a passargli vicino. Poi dal cielo le tempeste, il clima peg-
gior e vennero le tempeste. Ci fu un inverno che dur dieci anni... sembra
l'inizio di un limerick. Ma la sofferenza era insopportabile. Vivo per dimo-
strare cosa un uomo pu sopportare senza morirne, bella poesia, ricordi?
Te l'ho fatta studiare? Quando vedevi una persona con il viso che non
sembrava pazzo, ti veniva voglia di abbracciarla. Anni di solitudine come
il poeta mai aveva immaginato. Occorre gente, pi ce n' e pi  facile
procurarsi il cibo, in un certo senso. Cos quando ci sistemammo qui... fu
un inizio. Nuovo. Non eravamo pi di una decina. Ogni giorno, una lotta.
Cibo... Mi chiedevo sempre a che cosa servisse... siamo schiavi del cibo,
ragazzo, l'ho imparato. Sono cresciuto senza imparare in realt un acciden-
te del cibo. In quell'America era male. Il mondo moriva di fame e mangia-
vamo come maiali, la gente moriva di fame e noi mangiavamo il loro ca-
davere e ci leccavamo le labbra.  vero quel che dico a Ernest e a George,
eravamo un mostro e mangiavamo il mondo e avevano ragione di farlo,
eppure, eppure, non lo meritavamo. Eravamo un buon paese.
Per favore, Tom. Ti rovinerai la voce, continuando cos. Smettila!
Sudava. La sua voce era cos tesa e rauca che pensavo davvero che gli si
sarebbe rovinata. Avevo paura, tremavo. Ma ora lui era lanciato; trasse al-
cuni respiri profondi e riprese, stringendomi la mano e ordinandomi con lo
sguardo di lasciarlo parlare, di lasciarlo finalmente parlare.
Eravamo liberi, allora. Non perfettamente, capisci, ma era il meglio che
potevamo fare, tentavamo, era il meglio fino a quel momento. Mai nessuno
aveva fatto di meglio, noi... eravamo la migliore nazione della storia
mormor, come se dovesse convincermi o morire. Ti dico la verit, ora;
non prendo in giro George, non racconto frottole. Con tutti i difetti e le
stupidit, eravamo ancora la guida, il punto focale del mondo, e ci hanno
uccisi per questo. Ci hanno uccisi per perfida invidia, hanno assassinato la
migliore nazione che la terra abbia mai avuto, era genocidio, ragazzo, co-
nosci la parola? Genocidio, l'assassinio di un popolo intero. Oh,  successo
in precedenza, noi stessi l'abbiamo fatto agli indiani. Forse per questo  ac-
caduto anche a noi. Continuo a trovare nuovi motivi, ma non sono mai suf-
ficienti. Eppure sarebbe meglio credere che siamo stati uccisi dall'invidia
rabbiosa degli altri paesi, non lo meritavamo, nessuna nazione meriterebbe
una simile devastazione, sbagliavamo in mille modi e avevamo difetti
grandi quanto la nostra forza, ma non lo meritavamo.
Calmati, Tom, per favore, calmati!
Ne pagheranno le conseguenze mormor. Trombe d'aria, s, e terre-
moti e alluvioni e siccit e incendi e omicidi senza motivo. Sono tornato a
guardare. Dovevo guardare. E tutto fumava, tutto era raso al suolo. Casa. E
solo a qualche isolato di distanza, era ancora in piedi, tutt'intorno era raso
al suolo, ma era ancora in piedi, punto zero  quel punto immobile. Era
davvero il regno magico di quando ero bambino. Il suo mormorio diven-
ne cos rapido e disperato che riuscivo a stento a udirlo; e le sue parole non
avevano senso. Gli tenevo fermo il braccio, mentre continuava: Main
Street era piena di rottami, cadaveri qua e l, rovine, il puzzo della morte.
Dietro l'angolo dove arrivava sempre il piroscafo, una volta da piccolo i
miei genitori mi ci portarono e mentre il piroscafo girava l'angolo sentiva-
mo la sirena tagliare l'acqua come la tromba dell'arcangelo Gabriele e in un
attimo tutta la folla sapeva che era lui, era Satchmo, Henry, Satchmo che
suonava pi forte della sirena del piroscafo, ma ora il lago era zeppo di ca-
daveri. Andai a parlare ad Abramo Lincoln, gli posai la testa in grembo, lo
guardai negli occhi tristi, gli dissi che avevano ucciso il suo paese come
avevano ucciso lui, ma lo sapeva gi, e gli piansi sulla spalla. Attraversai il
castello fino alle coppe da t giganti, una grande donna scarmigliata e due
uomini nel silenzio assoluto ridevano ubriachi e cercavano di far ruotare le
tazze da t, lei lasci cadere una grossa bottiglia verde che si ruppe sul ce-
mento e in quell'istante capii che era tutto vero, e l'uomo... l'uomo prese il
coltello, oh... oh...
Ti prego, Tom!
Ma sopravvissi! Sopravvissi. Fuggii dal male non so dove n come,
giunsi alla valle, te l'ho detto. Corsi per tutta la strada e imparai quel che
occorreva per sopravvivere. Non avevo imparato un bel niente, nei vecchi
tempi. Libri di scuola... spazzatura, nient'altro. America idiota. Roger  un
modello di raziocinio, al confronto. Quasi morii, imparando quel che do-
vevo sapere, quasi morii venti volte e pi, Cristo, fui fortunato a vivere, la
fortuna ragazzo esiste e fa la differenza fra la vita e la morte un milione di
volte in vita tua. Solo fortuna. Finch non vengono fuori assi di picche l'ho
visto accadere ad amici proprio sotto i miei occhi e non potevo farci niente
se non chiedermi perch mai non fosse uscito anche il mio asso, era dura.
A volte me o loro, lui cadde nel torrente e forse avrei potuto... oppure quel-
la volta che la presero, niente Troia per noi... duro, duro, duro. Giustizia
della tigre, siamo greci ora, ragazzo,  duro per noi come lo fu per loro, e
se possiamo trarne qualcosa di bello sar come quel che loro han fatto, la
delicata linea scolpita pura e semplice solo per descrivere com'. E la deli-
cata curva della Morte sempre l seduta, teschio sotto la carne nel sole,
nessuna meraviglia le tragedie, le asperit, strofe rituali il vaso, la linea
curva, erano solo un modo per dire quel che era vero allora e adesso, vero
come la fame, un modo per non trarre niente dal dolore, a volte non ne
sopporto il pensiero. Fummo gli ultimi di quelle tragedie, grande orgoglio
un grande difetto, entrambi identici e ci uccisero per questo, ci gettarono
nella desolazione a lottare nella polvere per raspare trent'anni e morire co-
me greci, oh, Henry, capisci perch l'ho fatto, perch ti ho mentito, era per
fartelo sapere, per tenerti lontano dal nulla, per renderci spettri greci sulla
terra e sfidare quel che ci  accaduto e renderlo puro e semplice in modo
da dire che siamo ancora un popolo, Henry, Henry...
S, Tom. Tom! Calmati, ti supplico. Ero in piedi, lo trattenevo per le
spalle, mi chinavo su di lui, sconvolto dal suo delirio. Si dibatt per ripren-
dere a parlare. Gli tappai la bocca. Lott per respirare, tolsi via la mano.
Dici cose insensate lo rimproverai. La lampada tremol, la nostra ombra
ondeggi contro i cerchi neri delle pareti, il vento ulul oltre l'angolo. Ti
affatichi troppo a parlare a vanvera. Ascoltami, ora, mettiti disteso. Per fa-
vore. Doc s'arrabbier, se ci scopre. Non hai la forza per continuare a que-
sto modo.
Ma devo bisbigli.
Buono, buono. Lascia sbollire i pensieri, calma, calma.
Finalmente parve udire le mie parole. Si abbandon all'indietro. Mi a-
sciugai dalla fronte il sudore, tornai a sedermi. Mi sentivo come se avessi
corso chilometri e chilometri. Cristo, Tom.
Va bene disse. Mi calmo. Ma dovevi sapere.
So che sei sopravvissuto. Ora hai superato quel momento, non mi serve
sapere altro. Non voglio sapere altro. E l'intendevo sul serio.
Scosse la testa. Devi saperlo. Si rilass contro il guanciale. Bong,
bong, bong, bong, bong, bong.
Smettila, Tom.
Smise. Il vento riprese forza, riemp il silenzio. Whoooo, whoooooo,
whooooooooooo.
S, star zitto disse piano. La tensione era scomparsa dalla voce. Non
vorrei che Doc s'infuriasse con me.
No, infatti dissi, serio. Ero ancora spaventato; il cuore mi batteva
all'impazzata. E poi, devi cercare di conservare le energie che ti restano.
Scosse la testa. Sono stanco. Il vento ululava come se volesse solle-
varci e sbatterci a terra. Il vecchio mi guard. Non andrai lass, vero?
L'hai promesso.
Ah, Tom dissi. Una volta o l'altra dovr andarci, lo sai.
Si accasci sul guanciale, fiss il soffitto. Dopo un poco parl in tono
molto calmo. Quando impari cose abbastanza importanti da avere voglia
d'insegnarle, sembra sempre possibile. Ogni cosa  cos chiara, dato quel
che hai passato... le immagini sono l, a volte perfino le parole adatte a e-
sprimerle. Ma non funziona. Non puoi insegnare quel che le parole hanno
insegnato a te. Tutti i trucchi della retorica, la forza della personalit, la
falsa autorit dell'essere maestro, o la finzione d'essere enormemente vec-
chio... nessuna di queste cose basta a scavalcare l'abisso. E nient'altro ba-
sterebbe.
"Cos, ho fallito. Quel che ho finito per insegnarvi era senza dubbio
l'opposto esatto dei miei scopi. Ma non c' rimedio. Tentavo di fare l'im-
possibile e cos mi sono... confuso."
Scivol sul cuscino, giacque disteso sulla schiena. Si copr con il lenzuo-
lo, tanto da dare l'impressione che si sarebbe addormentato da un momento
all'altro, perch teneva gli occhi chiusi e respirava profondamente, come
un uomo esausto. Ma allora un occhio castano si apr e mi fiss, mi trafis-
se. Riceverai l'insegnamento da qualcosa di forte come questo vento, ra-
gazzo, che ti afferrer e ti soffier a mare.
PARTE QUARTA
Orange County
19
Fuori era buio, il vento ululava. Mi fermai accanto alla panca di tronchi
nell'orto: il vento frustava la cima delle piante di patata, mi sferzava. A o-
vest il Cuchillo sporgeva nell'ultimo azzurro del cielo prima del nero della
notte. Tutto sembrava diverso: quasi che, uscendo dalla casa di bidoni, fos-
si entrato in un altro tempo, dove il vento dilaniava la terra come le bombe.
Le raffiche mi strapparono il respiro, me lo ricacciarono in gola. Cercai di
riprendermi.
Sei pronto? disse bruscamente Steve. Sobbalzai. Lui, Mando e Gabby
erano dietro di me. Impossibile, nel vento, udire chi si avvicinava.
Bello scherzo! mi lamentai.
Andiamo.
Mando disse: Devo vedere che pap sia sveglio per badare a Tom.
Tom  sveglio dissi. Lo chiamer lui, se ne avr bisogno. Se svegli
tuo padre, dove gli dici che vai?
Nel buio, il viso indistinto, a disagio, di Mando.
Andiamo insistette Steve. Se vuoi venire, cio.
Senza una parola, Mando si avvi per il sentiero verso la valle. Lo se-
guimmo. Nei boschi il vento si ridusse a una raffica qua e l. Gli alberi
scricchiolavano, gemevano, brontolavano. Salimmo sul Basilone, girando
alla larga della casa degli Shanks. Attraversammo le fondamenta coperte
d'erbacce, arrivammo all'autostrada, allungammo il passo. Abbastanza ra-
pidamente ci trovammo nella valle San Mateo e al di l del posto dove a-
vevo affrontato Add. Steve si ferm; aspettammo che decidesse cosa fare.
In teoria dovremmo incontrarli dove l'autostrada attraversa il fiume
disse Steve.
Meglio continuare, allora rispose Gabby.  abbastanza lontano.
Lo so, per... ho l'impressione che non dovremmo andare dritti l. Non
mi sembra il modo giusto di procedere.
Scendiamo qui intervenni. Pu darsi che ci aspettino e abbiamo un
bel pezzo da percorrere.
D'accordo...
Ci tenemmo vicini, in modo che ciascuno udisse gli altri nonostante il
vento. Una palla d'erba mobile rimbalz lungo l'autostrada; Mando fece
uno scarto. Steve e Gabby risero.
Pericoloso, quel cespuglio disse Gabby.
Mando non rispose e pass avanti. Lo seguimmo fino al San Mateo. Sul-
la riva del fiume non c'era nessuno.
Ci vedranno e ci segnaleranno dove si trovano ipotizzai. Hanno bi-
sogno di noi e sanno che saremo sull'autostrada. Forse si nascondono.
Vero concesse Steve. Forse bisognerebbe attraversare...
Una vivida luce ci illumin, da sotto il terrapieno dell'autostrada. Dagli
alberi provenne una voce: Non muovetevi!
A occhi socchiusi fissammo la luce intensa. Mi ricordava quando i giap-
ponesi ci avevano sorpresi, in mare; sentivo il cuore martellare, come se
volesse saltare via per conto suo.
Siamo noi! grid Steve. Gabby ridacchi sotto i baffi. Da Onofre.
La luce si spense, lasciandomi cieco. Fra il rumore del vento, un mormo-
rio.
Bene. Una sagoma si stagli contro l'autostrada, dalla parte del mare.
Scendete qui.
A tentoni scendemmo la scarpata, finimmo tutti insieme contro un fitto
cespuglio. Intorno a noi c'erano parecchi uomini. Alla base del pendio ci ti-
rammo in piedi, in mezzo agli arbusti alti fino alla cintola. Dieci e pi uo-
mini ci attorniarono. Uno di loro si pieg ad aprire lo schermo di una lan-
terna a gas; gran parte della luce fu catturata dai rami pi bassi della bo-
scaglia, ma in piedi davanti alla lanterna, illuminato da un fioco raggio,
c'era Timothy Danforth, sindaco di San Diego. Aveva i calzoni infangati.
Siete in quattro? disse, con quel suo vocione rauco e forte. Mi riport
alla mente tutti i particolari della serata trascorsa in casa sua sull'autostrada
isola.
S, signore rispose Steve Nicolin.
Altri uomini si unirono a noi, sagome scure che emergevano dalla bo-
scaglia lungo il fiume.
Non ce ne sono altri? chiese il Sindaco.
No, signore rispose Steve.
Benissimo. Jennings, dai una pistola a questi uomini.
Uno degli uomini, riconoscibile come Jennings solo adesso che era stato
chiamato per nome, si pieg sui talloni accanto a un grosso sacco di tela.
C' Lee? chiesi.
Lee non ama questo genere di cose rispose Danforth. E neppure 
buono a farle. Perch lo chiedi?
Lo conosco.
Conosci anche me, giusto? E Jennings, l.
Certo. Semplice curiosit, tutto qui.
Jennings diede una rivoltella a ciascuno di noi. La mia era grossa e pe-
sante. Mi piegai a esaminarla alla luce della lanterna, reggendola a due
mani. Canna di metallo nero, calcio di plastica nera. Raduni a parte, era la
prima volta che impugnavo una rivoltella. Jennings mi porse un sacchetto
di pelle pieno di proiettili e s'inginocchi accanto a me. Questa  la sicu-
ra; devi spostare la levetta in questa posizione, prima di sparare. Si ricarica
cos. Gir il tamburo, per mostrarmi dove inserire i proiettili. Anche gli
altri ricevevano istruzioni analoghe. Mi raddrizzai, battendo le palpebre
per adattare la vista all'oscurit. Soppesai la rivoltella.
Hai una tasca in cui entri bene? disse Jennings.
Non mi pare. Be'...
Allora, uomini! Senza il vento, la voce del Sindaco si sarebbe udita
fino a Onofre. Danforth mi venne vicino zoppicando e fui costretto a guar-
darlo. I capelli gli sventolavano intorno al viso in ombra. Diteci dove
sbarcano, che partiamo.
Rispose Steve. Non possiamo dirvelo finch non saremo sul posto.
Niente storie! replic il Sindaco. Steve guard me. Il Sindaco conti-
nu: Dobbiamo sapere quant' lontano, per decidere se prendere o no le
barche. Allora, pensai, avevano oltrepassato Onofre risalendo in barca la
costa. Voi uomini siete armati e fate parte della spedizione. Capisco la
vostra prudenza, ma qui siamo tutti dalla stessa parte. Vi do la mia parola.
Quindi, parlate.
Gli uomini, in piedi intorno a noi, rimasero in silenzio.
Sbarcano a Dana Point dissi.
Ormai era fatta. Se avessero voluto lasciarci l, non avremmo potuto far-
ci niente. Restammo a guardare il Sindaco. Nessuno parl. Sentivo lo
sguardo accusatore di Steve, ma continuai a fissare il viso in ombra del
Sindaco, che mi restitu lo sguardo, senza espressione.
Sai a che ora sbarcheranno?
Mezzanotte, ho sentito.
E da chi l'hai sentito?
Sciacalli a cui non piacciono i giapponesi.
Segu un altro silenzio. Danforth diede un'occhiata a uno che conoscevo:
Ben, il suo assistente.
Meglio avviarci disse, dopo quella muta consultazione. Andremo a
piedi.
Occorrono un paio d'ore per arrivare a Dana Point disse Steve.
Danforth annu. L'autostrada  il percorso migliore?
Fino al centro di San Clemente, s. Da l c' una strada costiera pi ra-
pida e meno esposta agli sciacalli. Ormai sicuro che saremmo andati an-
che noi, Steve vibrava d'entusiasmo.
Stanotte non abbiamo niente da temere dagli sciacalli disse Danforth.
Non attaccheranno un gruppo cos numeroso.
Risalimmo il terrapieno dell'autostrada, di nuovo esposti alle raffiche
calde e secche del vento. Come me, Mando portava in mano la rivoltella;
Steve e Gab se l'erano infilata nella tasca della giacca. Quando fummo tutti
sulla carreggiata, quelli di San Diego s'avviarono in direzione nord e noi li
seguimmo. Alcuni uomini si dileguarono nel buio, davanti e dietro di noi.
Avevano armi da fuoco d'ogni tipo: carabine, pistole lunghe come il mio
braccio, piccole mitragliatrici su treppiede.
Ai lati della strada gli alberi ondeggiavano, sbattevano nell'aria i rami,
come uccelli notturni feriti. Le stelle ammiccavano vivide nel cielo nero e
sereno; alla loro luce, vedevo un mucchio di cose: sagome nella foresta, lo
squarcio biancastro dell'autostrada che si allungava avanti a noi fra gli al-
beri, uno degli uomini mandati in ricognizione che tornava a fare rapporto.
Noi quattro ci tenevamo subito dietro il Sindaco; l'ascoltavamo in silenzio
discutere e dare ordini, con voce calcolata per mettere in guardia qualsiasi
sciacallo dell'Orange County. Camminando a centro strada, arrivammo in
cima alla salita dove muri di mattoni erano crollati sulla carreggiata; sca-
valcammo le macerie e ci trovammo nella San Clemente vera e propria.
Mi aspetto che il vento rallenti il loro avvicinamento a terra disse
Danforth a Ben, senza accorgersi del confine appena attraversato, un con-
fine che avevo promesso a Tom di non varcare mai... Chiss quanto pa-
gano perch le pattuglie chiudano un occhio. Secondo te, qual  la tariffa
corrente di una gita nell'entroterra? Gli diranno che potrebbe costargli la
vita?
Steve si teneva proprio alle calcagna del Sindaco, si beava di ogni sua
parola. Rimasi sempre pi indietro, ma udivo ancora la sua voce, quando
tre uomini della retroguardia emersero dai cumuli di mattoni; uno di loro
mi disse: O stai l avanti con gli altri oppure ti togli dalla strada con noi.
Allungai il passo e raggiunsi il gruppo del Sindaco.
Su e gi, su e gi, un'altura dopo l'altra. Gli alberi erano piegati dalla
mano pesante del vento e i cavi elettrici ancora in aria oscillavano come
corde per saltare. A un certo punto arrivammo alla strada di cui Steve ave-
va parlato: ci avrebbe portati, attraverso San Clemente, alla spiaggia di
Capistrano e a Dana Point. Lasciata l'autostrada, fra le vie ingombre di
macerie, fui ossessionato dal pensiero di un'imboscata. Rami sporgevano
dalle pareti in rovina, assi sbattevano l'una contro l'altra, erba mobile ci
correva incontro o fuggiva via... facevo scattare di continuo la sicura della
rivoltella, pronto a tuffarmi al riparo e a sparare. Il Sindaco scavalc con la
massima tranquillit le macerie al centro della via.
Ecco la nostra avanguardia ci grid, indicando con la pistola una sa-
goma che faceva civetta nella via davanti a noi. C' anche una coda, un
isolato dietro di noi. Ci spieg la strategia delle nostre posizioni nella via,
che sembravano solo casuali. Gli uomini tenevano pronti i fucili e si erano
sparpagliati bene. I frugamacerie non ci daranno fastidio, stanotte. Non
credo. Con la punta del piede colp un mattone, incespicando. Maledetta
strada! Gi tre volte aveva rischiato di cadere. Fra tutte quelle macerie bi-
sognava stare attenti a dove si mettevano i piedi, ma lui era superiore a
queste stupidaggini. L'autostrada non arriva pi a Dana Point? chiese a
Steve. Era segnato cos, sulle cartine.
Devia verso l'interno a un chilometro e mezzo dal porto rispose Steve,
alzando la voce per superare il frastuono del vento. Sembrava ancora debo-
le, paragonata a quella del Sindaco, che parlava con il suo tono normale.
 gi sufficiente dichiar Danforth. Non mi piace calpestare questi
rifiuti. Chiam gli uomini in avanscoperta, con una voce che mi fece sob-
balzare. Torniamo sull'autostrada ordin.  pi importante andare in
fretta che non farci scorgere. Svoltammo in una via che puntava all'inter-
no; scavalcate le macerie di un edificio, incontrammo l'autostrada. Da quel
momento marciammo a buona velocit verso nord, per tutta San Clemente,
fino al vasto acquitrino che la separa da Dana Point.
Dal margine meridionale dell'acquitrino, Dana Point era chiaramente vi-
sibile: un tratto curvo di scogliera a picco, meno alta di quelle di San Die-
go, ma notevole per la nostra zona, che sporgeva dalla linea costiera gene-
ralmente dritta. Adesso era una massa scura contro le stelle, non mostrava
il minimo punto luminoso. Sotto la parte a picco della scogliera, c'era un
miscuglio di acquitrino e terraferma, di alberi e macerie, tenuto insieme da
una banchina di pietra che proteggeva una stretta striscia d'acqua. Un paio
di volte, durante battute di pesca a nord, ci era servita da rifugio durante le
tempeste. Dalla nostra posizione, la banchina non era visibile, ma Steve la
descrisse al Sindaco nei minimi particolari.
Quindi  probabile che sbarchino l concluse il Sindaco.
S, signore.
E l'acquitrino? Sembra un fiume di una certa ampiezza. C' un punto
per attraversarlo?
La strada della spiaggia ha retto rispose Steve. Costituisce un ponte
assai rialzato sulla foce, per cui l'acqua drena bene e non l'ha mai spazzata
via nemmeno in parte. Lo disse con orgoglio, come se fosse lui il costrut-
tore del ponte. L'ho attraversato.
Eccellente, eccellente. Andiamoci, allora.
Tuttavia la strada che portava al ponte era scomparsa da un pezzo; fum-
mo costretti a scendere in un burrone, guadare il torrente sul fondo, arram-
picarci sull'altra scarpata. La rivoltella mi dava fastidio, con tutte quelle ar-
rampicate; mi accorsi che lo stesso valeva per Mando. Danforth continuava
a sollecitarci. Raggiunta la strada della riva, avanzammo rapidamente sulla
sabbia che la ricopriva e arrivammo all'estuario. Come Steve aveva detto,
il ponte era ancora l, in buone condizioni. Sottovoce, Gabby mi chiese: E
lui come lo sapeva? Scrollai le spalle e scossi la testa. Steve aveva fatto
escursioni notturne per conto suo, lo sapevo... e adesso sapevo pure che era
arrivato fin quass, da solo, e che non me ne aveva mai parlato. Sul ponte,
per la prima volta dall'ingresso in San Clemente, sentimmo tutta la forza
del vento. Spazzava il ponte con una forza che ci faceva barcollare e spin-
geva l'acqua del fiume a frangersi contro i piloni. Le onde si coprivano di
spuma, rimbalzavano nel canale, venivano trascinate al mare, tra gorgoglii
e sibili e risucchi. Non perdemmo tempo, lass; attraversammo rapidamen-
te il ponte e ci fermammo sotto le scogliere di Dana Point, al riparo del
vento.
Rimboccata sotto le scogliere c'era la spianata acquitrinosa che un tempo
era il porto. Solo il canale lungo la banchina di pietra era libero della sab-
bia e degli arbusti trasportati dalla corrente che intasavano la piccola baia.
Attraversammo a fatica ortiche e arbusti alti quanto un uomo, fino alla
spiaggia di fronte alla banchina, a meno d'un tiro di sasso. Marosi si fran-
gevano contro la parte sommersa della linea di massi, conferendole un
contorno bianco e rendendola visibile al chiarore delle stelle. Deboli onde
residue spazzavano avanti e indietro la spiaggia ghiaiosa. La banchina ter-
minava quasi direttamente dall'altra parte rispetto a noi; ci fermammo al-
l'imboccatura dei resti del porto.
Se sbarcano qui, devono attraversare l'acquitrino da questa parte disse
Jennings al Sindaco.
Pensi che arriveranno in barca fin qui? replic il Sindaco, indicando il
canale, nel punto dove toccava la curva della scogliera.
Pu darsi; ma quando il mare  calmo come stanotte, non vedo perch
non debbano risparmiarsi la fatica e toccare terra sulla spiaggia laggi.
Jennings indic la parte da dove eravamo giunti e l'ampia spiaggia che dal
porto si estendeva a sud del ponte.
Ma se ci piazziamo l e sbarcano qui? obiett Ben.
Anche se sbarcano qui da qualche parte replic Jennings sono co-
stretti a passarci davanti lass, ammesso che risalgano la valle per visitare
la missione, come pensiamo vogliano fare.
Come tu pensi vogliano fare rettific Danforth.
Non sei d'accordo?
Forse.
In un modo o nell'altro riprese Jennings se ci appostiamo l, li ab-
biamo in pugno. In qualsiasi punto sbarchino, ci passeranno vicino. Non
scaleranno certo la scogliera. Mosse la mano verso l'estremit nord del
canale. Se restiamo qui, e loro sbarcano su quella spiaggia, possono scap-
pare all'interno. Dobbiamo chiuderli in trappola contro l'acqua.
Vero disse Ben.
Danforth annu. Torniamo l, allora. Tutti lo udirono, ovviamente;
tornammo indietro fra i cespugli folti, imprecando per la fatica. Quando
fummo di nuovo sulla strada che portava al ponte, il Sindaco ci radun.
Dobbiamo nasconderci bene; pu darsi che gli sciacalli vengano ad ac-
cogliere i turisti e in questo caso arriverebbero dalle nostre spalle. Voglio
quindi che siate tutti dentro edifici, macchie d'alberi, rifugi del genere. Ri-
teniamo che sbarcheranno su questa spiaggia, ma il tratto  lungo, per cui 
possibile che ci tocchi muoverci, quando li avremo visti. Se sulla spiaggia
c' un gruppo ad accoglierli, avremo il tempo di cambiare posizione, ma
dovremo agire nel massimo silenzio. Dalla strada ci precedette alla spiag-
gia. Non camminate dove c' rischio di lasciare impronte fresche! Allora,
il gruppo principale dietro questo muro. Parecchi uomini seguirono il suo
dito e scavalcarono le basse macerie di un muro di mattoni. Nascondetevi
bene. Cammin verso sud, sulla spiaggia. Un altro gruppo in quel folto
d'alberi. Cos avremo un buon fuoco incrociato. E voi uomini di Onofre...
Torn a nord, pass davanti al primo muro, si accost a una pila di blocchi
di cemento. Qui dentro. Vedete, era una latrina. Togliete via qualche
blocco e riparatevi all'interno. Se cercano di svignarsela nella palude del
porto, sarete qui a fermarli.
Mando e io posammo la rivoltella, ci arrampicammo sui blocchi coperti
di erbacce, ne spostammo alcuni per farci posto.
Cos va bene disse Danforth. Meglio non cambiare troppo le cose: se
sono sbarcati qui gi altre volte, se ne accorgerebbero. Entrate l dentro,
vediamo se siete ben nascosti. Ci arrampicammo sulle macerie e var-
cammo il vano della porta. Due pareti non erano pi a contatto; la fessura
ci consentiva una buona visuale della spiaggia e dell'acqua. Bene. Uno si
piazzi dove pu tenere d'occhio la spiaggia.
La vediamo da questa breccia disse Steve.
Magnifico. Potrebbe diventare anche un'ottima feritoia. Ricordate di
non farvi vedere. Avranno binocoli notturni e daranno una buona occhiata
in giro, prima di sbarcare.
Gli altri erano scomparsi nei diversi nascondigli. Il Sindaco controll
che nessuno fosse visibile; guard l'ora e disse: Bene. Manca ancora un
paio d'ore alla mezzanotte, ma pu darsi che gli sciacalli giungano in anti-
cipo a riceverli, oppure che lo sbarco avvenga prima del previsto. Quando
li vedete arrivare, state gi. Non togliete nemmeno la sicura, finch non
avremo aperto il fuoco.  molto importante. I nostri spari saranno il vostro
segnale di aprire il fuoco. Non sprecate proiettili. Ultima cosa: se per qual-
che imprevisto durante il combattimento rimaniamo separati, ci incontria-
mo al ponte e attraversiamo insieme San Clemente. Avete capito di quale
punto parlo?
Certo disse Steve. Il ponte grande.
Bravi. Vado a unirmi al gruppo principale. State in silenzio e tenete un
uomo di guardia. Si sporse nella latrina e strinse la mano a ognuno di noi.
Per la seconda volta me la stritol. Ancora una cosa... non apriremo il
fuoco finch non saranno tutti sulla spiaggia. Ricordatevene, chiaro? Bene,
allora. Strinse il pugno, lo agit sopra la testa. Questa  la nostra occa-
sione! E si allontan, zoppicando sulla sabbia soffice fino al muro crolla-
to, gi alla spiaggia.
Nessuno in vista. Steve, appostato alla grossa fenditura di fronte al mare,
disse: Faccio io il primo turno di guardia.
Ci sedemmo come meglio potevamo e iniziammo l'attesa. Gabby si si-
stem sopra una pila di blocchi di cemento ormai quasi sgretolati. Mando e
io ci arrangiammo, seduti ai suoi lati. Non c'era niente da fare, se non a-
scoltare il vento che infuriava contro le rovine. Una volta mi alzai a guar-
dare, da sopra la spalla di Steve, la fetta di mare visibile dalla spaccatura. Il
vento di terra sollevava piccoli spruzzi in ampi archi bianchi appena illu-
minati dal cielo punteggiato di stelle. Pi lontano, sul mare, creste bianche
chiazzavano l'acqua. Nient'altro. Tornai a sedermi. Contai i proiettili nel
sacchetto di pelle. Dodici. La rivoltella era carica, quindi in teoria avrei po-
tuto uccidere diciotto giapponesi. Mi domandai in quanti sarebbero stati.
Con le unghie potevo estrarre i proiettili carichi e rimetterli a posto: non
avrei avuto difficolt a ricaricare. Mando mi vide; cominci anche lui a
gingillarsi con la rivoltella.
Spareranno dritto, questi affari? chiese.
Sono precise, da vicino rispose Gabby.
Aspettammo ancora. Appoggiato contro la parete di cemento, sonnec-
chiai perfino; ma ebbi uno di quei sogni da dormiveglia, una rapida visione
di una bottiglia verde che cadeva dalla mia parte; con un sobbalzo mi sve-
gliai: il cuore mi batteva forte. Tuttavia ancora non accadeva niente e quasi
tornai ad appisolarmi, pensando in modo sconnesso e sognante ai mattoni
della latrina. Chi aveva fabbricato quei mattoni un tempo perfetti?
Vorrei che venissero disse Mando.
Sst ammon Steve. Non parlate. L'ora  vicina.
Se verranno, pensai. In alto le stelle tremolavano contro il velluto nero
del cielo. Spostai il peso del corpo sull'altra natica. Aspettammo. Lontano
sulla scogliera una coppia di coyote si scambi un ululato. Trascorse un
mucchio di tempo, battito dopo battito, respiro dopo respiro. A volte il
tempo non passa proprio mai.
Steve allung bruscamente la mano e schiocc le dita. Sibil: Sciacal-
li! Balzammo in piedi a scrutare dalla spaccatura, raggruppati intorno a
lui.
Buio. Poi, contro il balenio biancastro dei frangenti, distinsi le sagome in
movimento sulla spiaggia. Per un po' gli sciacalli si fermarono vicino al
muro dietro il quale erano appostati gli uomini di San Diego, poi si mosse-
ro verso nord, fino a trovarsi fra noi e l'acqua. Parlavano a voce abbastanza
alta, tanto che quasi riuscivo a distinguere le parole. Si radunarono, si
mossero di nuovo verso sud, si fermarono prima di giungere all'altezza de-
gli uomini appostati. Uno si chin, azion un accendino, tenendolo poco
sopra la sabbia; la fiammella illumin diverse paia di calzoni. Gli sciacalli
indossavano abiti vistosi: nel piccolo cerchio di luce c'erano lampi di stoffa
color oro, rosso rubino, azzurro cielo. L'uomo con l'accendino accese cin-
que o sei lanterne, che lasci sulla sabbia, insieme con alcuni sacchi scuri e
un paio di scatole. Una lanterna aveva vetri verdi. Un altro sciacallo prese
due lanterne, proprio quella verde e una chiara; si avvicin all'acqua, don-
dol in alto le lanterne, le incroci una, due volte. La luce ci mostr parti
dell'intero gruppo, lampi d'argento alle orecchie e alle dita, ai polsi e alla
cintola. Comparvero parecchi altri, portando arbusti secchi e rami pi
grossi; accesero a fatica un fuoco. Dopo qualche istante le fiamme s'alza-
rono, i rami pi grossi scoppiettarono e schizzarono sulla sabbia resina in-
fuocata. Ora, nella luce ondeggiante, erano tutti chiaramente visibili; con-
tai quindici sciacalli, vestiti di giallo, di rosso e viola, di azzurro e verde,
appesantiti da anelli e collane d'argento e rame.
Non vedo barche al largo bisbigli Steve. Se hanno fatto segnali, do-
vremmo vedere anche noi la barca.
Troppo buio sussurr Mando. E il fuoco impedisce di vedere lonta-
no.
Sst! sibil Steve.
Guardate! disse Gabby, in un sussurro pressante. Indic qualcosa, al
di l della spalla di Steve, ma gi me n'ero accorto: una massa scura emer-
geva dall'acqua, proprio all'estremit della banchina. Le onde rotolarono
sopra la sagoma scura, la resero riconoscibile.
Sale da sotto! esclam Gabby, teso. Non navigava in superficie.
State gi disse Steve e noi ci accucciammo ai suoi lati. Quello  un
sottomarino.
L'uomo sulla riva agit ora una sola lanterna, quella verde. Il fuoco prese
forza nel vento e la luce vivida rimbalz su giacche gialle, su calzoni sme-
raldo.
Ecco come evitano la guardia costiera disse Gabby.
Passano sotto convenne Steve, con tono di stupore reverenziale.
Quelli di San Diego l'avranno visto? chiese Mando.
Sst sibil di nuovo Steve.
Una luce del sottomarino illumin uno stretto ponte nero. Alcune sago-
me uscirono da un portello e gonfiarono sull'acqua grandi gommoni. Altri
uscirono dal sottomarino e presero posto sui canotti di gomma. Il fal degli
sciacalli traeva riflessi dai remi, mentre i canotti accostavano. Due sciacalli
entrarono in acqua fino alla cintola per afferrare il primo gommone e tirar-
lo a riva fra la spuma dei frangenti. Parecchi uomini saltarono gi e altri
due ne tolsero scatole e casse di legno. Gli sciacalli offrirono bottiglie di
liquido ambrato che luccicavano alla luce del fuoco; mentre i giapponesi
bevevano, riuscimmo a udire il benvenuto degli sciacalli, voci rauche e
gioviali. I giapponesi sembravano tutti rotondetti, come se portassero due
giacche ciascuno. Uno assomigliava proprio al mio capitano.
Mi scostai dalla spaccatura. Saremo troppo lontano, quando scatter
l'imboscata dissi a Steve.
No. Guarda, c' un altro gommone pieno.
Dovremmo uscire da qui e prendere posizione fra gli alberi dietro di
noi dissi. Appena intuiranno da dove arrivano gli spari, saremo bloccati
qui dentro.
Non lo intuiranno. Come potrebbero, nel buio?
Non so. Ma dovremmo essere fuori di qui.
Un altro gommone fu gonfiato, condotto a riva, tirato sulla spiaggia. I
giapponesi scesero a terra, si guardarono intorno. La luce del sottomarino
si spense, ma la sagoma scura rest visibile. Dall'ultimo gommone furono
scaricate alcune casse; mentre venivano schiodate, diversi sciacalli vi si
riunirono intorno. Uno, con la giacca scarlatta, ne trasse un fucile e lo sol-
lev per mostrarlo ai compagni.
Crack! Crack! Crack! Quelli di San Diego aprirono il fuoco. Risuon
una serie di colpi. Dalla mia posizione acquattata, guardando oltre la gam-
ba di Steve, vedevo solo la reazione delle nostre vittime sulla spiaggia: si
buttarono per terra, spensero all'istante le lanterne, presero a calci il fal
riducendolo a scintille. Da quel momento non vidi molto, ma gi le fiam-
mate mostravano che rispondevano al fuoco. Presi la mira. Nello stesso i-
stante udimmo un secco whoosh-BOOM e ci ritrovammo in una nube di
gas oleoso, a tossire mezzo soffocati, boccheggiare, piangere... gli occhi
mi bruciavano cos intensamente che non riuscivo a pensare ad altro, te-
mevo che il gas me li consumasse. Mentre il vento spazzava verso il mare
la nube, ci fu un altro boato e poi un altro; gli schiocchi delle nostre armi
furono sopraffatti da lunghe, terribili raffiche di mitragliatrice. A causa
delle lacrime che mi bruciavano gli occhi, vidi solo le fiammate biancastre
che schizzavano dai fucili giapponesi. Tossii e sputai, in preda alla nausea;
alzai la rivoltella per aprire il fuoco (Steve gi sparava). Premetti il grillet-
to, ottenni un click, click, click.
Un faro trafisse l'oscurit, dal sottomarino a un punto a sud di noi, vicino
al muro che nascondeva quelli di San Diego. Tutta la zona esplose. Una
sparatoria percorse la via alle nostre spalle e un'altra nuvola di gas tossico
si alz sulla spiaggia. I giapponesi e gli sciacalli intrappolati sulla riva si
alzarono e marciarono verso di noi in mezzo al gas, muniti d'elmetto e mi-
tragliatrice. Pezzi di muro ci caddero addosso.
Usciamo di qui! grid Steve.
Con un balzo superammo la parete posteriore della latrina e corremmo
verso gli alberi in fondo alla spiaggia. Appena fummo sulla via ingombra
di rifiuti che costeggiava il lido, ci mettemmo a correre... a spiccare balzi,
meglio... sopra mucchi di legno fradicio e di vecchi mattoni, inciampam-
mo, cademmo, ci rialzammo. Il naso mi colava a profusione per colpa del
gas; buttai via la rivoltella. In un batter d'occhio l'intera zona fu illuminata
a giorno, colpita da un vivido bagliore azzurrino che rendeva le ombre so-
lide come pietre. In cielo, un razzo sputava luce e rivelava il minuscolo pa-
racadute da cui era sorretto. Il congegno si spost rapidamente verso il ma-
re aperto e illumin il porto: per un istante, attraverso gli alberi, riuscii a
scorgere il sottomarino e gli uomini che azionavano contro di noi un can-
noncino.
Il ponte! gridava Steve. Il ponte!
Glielo lessi sulle labbra, pi che udirlo. Era stupefacente quanto fosse
rumorosa la sparatoria: avrei voluto lasciarmi cadere a terra e tapparmi le
orecchie. Ci arrampicammo sopra macerie, alberi caduti, pezzi di legno la-
sciati dalle maree pi violente; Mando s'impigli con un piede, lo libe-
rammo a strattoni. I proiettili ci sibilavano intorno, laceravano l'aria, zip,
zip; correvo tanto ingobbito da sentire male alla schiena. Un altro bengala
si accese, pi in alto e pi verso l'interno. Si libr sopra di noi come una
stella cadente; ci rendeva pi facile il percorso, ma ci mostrava a tutti, per
cui fummo costretti a strisciare, un palmo alla volta. Dal lato del mare pro-
venivano raffiche di mitragliatrice, dietro di noi risuonavano esplosioni
cadenzate; con un lampo accecante e con un boato da rompere i timpani,
un edificio in fondo alla strada croll sulle altre macerie. Il sottomarino. Ci
strappammo da un intrico d'assi e riprendemmo a correre, piegati in due.
Un altro bengala illumin il cielo. Ci buttammo a terra e aspettammo che il
vento lo trasportasse verso il mare aperto. Sull'altura, un edificio in rovina
esplose, poi un terzetto di sequoie fu abbattuto. Il bengala si spense. In-
ciampammo nelle ombre per un bel pezzo prima che un altro bengala si
accendesse; ci stendemmo bocconi in un folto d'eucalipti.
Chiss ansim Gabby se quelli di San Diego sono riusciti a fuggire.
Nessuno rispose. Mando reggeva ancora in mano la rivoltella. Eravamo
a pochi metri dal ponte; volevo attraversarlo prima che il maledetto sotto-
marino lo facesse saltare nel fiume. Dana Point risonava ancora per la fuci-
leria, sembrava vi si svolgesse una vera battaglia, ma forse sparavano alle
ombre. Pensavo che quelli di San Diego non sarebbero riusciti a scappare
come noi. Ci rimettemmo in piedi e zampettammo fra le macerie. Una zaf-
fata del gas venefico. Un altro bengala si accese, ma cadde subito sfrigo-
lando nell'acquitrino. Caddi, mi tagliai la mano, il gomito, il ginocchio. Ar-
rivammo al ponte.
Non c'era nessuno. Dobbiamo aspettarli! grid Steve.
Attraversiamo dissi io.
Non sapranno che siamo qui! Ci aspetteranno...
Non ci aspetteranno intervenne amaramente Gabby. L'hanno gi at-
traversato, se ne sono andati da un pezzo. Ci hanno detto di aspettare qui
per rallentare l'inseguimento.
A bocca aperta, Steve fiss Gab. Un altro bengala si accese proprio so-
pra di noi. Mi acquattai contro la ringhiera. Attraverso i montanti di ce-
mento, vidi che parecchi bengala venivano trasportati al largo, formavano
una fila sfilacciata che ricadeva pi vicino all'acqua, finch quello pi lon-
tano illumin chiazze di mare. L'ultimo veleggi al largo, sopra il sottoma-
rino.
Andiamo, prima che ne lancino un altro disse Gabby, furioso.
Si alz e corse sul ponte, senza aspettare il nostro parere. Lo seguimmo;
ma un altro bengala scoppi nel cielo, illumin il ponte nei minimi partico-
lari. Non restava che continuare a correre: e corremmo, perch il sottoma-
rino cominci a sparare contro di noi. Il parapetto risuon rumorosamente
per i colpi, l'aria si lacer come stoffa compatta, come il primo brontolio
del tuono. Arrivati all'estremit opposta del ponte, ci appiattimmo dietro
un tratto di asfalto inclinato. Il sottomarino scaric una gragnuola di
proiettili. Dalle montagne giunse l'ululato di una sirena, basso sulle prime,
poi rapidamente pi acuto. Sciacalli che suonavano l'allarme. Ma contro
chi combattevano? Oscurit, esplosioni remote, ululati di sirena. Il sotto-
marino smise di sparare. Ero"cos rintronato da non udire niente. Debole
rumore di spari davanti a noi, dentro San Clemente, percepiti pi che uditi.
Steve mi accost il viso all'orecchio, disse: Torniamo per le vie... e
qualcos'altro che non afferrai. La sparatoria a sud significava che quelli di
San Diego erano gi l, decisi; li maledissi per averci abbandonati. Scap-
pammo di nuovo, ma certo dal sottomarino ci videro grazie ai binocoli not-
turni, perch ripresero a sparare. Ci gettammo a terra. Strisciammo e sal-
tammo, corremmo piegati in due tra le macerie sulla strada costiera. Il sot-
tomarino rimase alla foce del fiume a bombardarci. Lasciammo la strada
costiera, seguimmo un basso promontorio, passammo in mezzo agli alberi,
percorremmo un'altra strada. Fin dentro le rovine di San Clemente, il labi-
rinto di macerie. Mando zoppicava, restava indietro. Pensai che il piede gli
facesse male.
Sbrigati! gli grid Steve.
Mando scosse la testa, zoppic fino a noi. Non posso disse. Mi han-
no colpito.
Lo mettemmo a sedere per terra. Piangeva, con la sinistra si teneva la
spalla destra. Gli staccai la mano e sentii il sangue bagnare la mia.
Perch non ce l'hai detto? esclam Steve.
Ormai  fatta disse Gabby, brusco, spingendomi via. Mise il braccio
intorno a Mando. Forza, dobbiamo riportarlo a casa il pi rapidamente
possibile.
Nel bagliore lontano dell'ultimo bengala, distinti la faccia di Mando. Mi
fissava come se avesse qualcosa da dirmi, ma riusciva solo a contrarre le
labbra.
Aiutami a portarlo disse Gabby, con voce rauca.
Sentivo il sangue inzuppare la schiena della camicia di Mando. Steve gli
tolse di mano la pistola e partimmo. Riuscivamo a fare solo qualche passo
alla volta, prima che una trave o una parete crollata ci bloccassero.
Dobbiamo fermare il sangue osai dire infine. Mi colava dentro la ma-
nica e lungo il braccio. Posammo Mando a terra. Ridussi in strisce la mia
camicia. Era difficile tamponare il foro del proiettile. Senza volerlo sfiorai
con il dito la ferita: una piccola lacerazione sotto la scapola, a destra. San-
guinava meno di prima. Mando mi fiss ancora con un'espressione che non
seppi interpretare. Non disse niente. Ti porteremo a casa in un attimo lo
rincuorai, con voce roca. Mi alzai troppo bruscamente, barcollai, ma Steve
ci aiut a sollevarlo e ripartimmo.
Il centro di San Clemente  un unico mucchio di macerie, senza pi trac-
cia di piani urbanistici n tratti sgombri che lo attraversino. Gabby e io
portavamo a fatica Mando in mezzo a noi, mentre Steve, rivoltella in ma-
no, andava avanti a cercare la strada migliore. Di tanto in tanto le sirene
ululavano al di sopra del vento; pi d'una volta fummo costretti a nascon-
derci per evitare bande vaganti di sciacalli. Colpi d'arma da fuoco echeg-
giavano nelle via ingombre. Non avevo idea di chi sparasse, n contro chi.
Una parete croll sotto la spinta del vento. Varie volte finimmo in un vico-
lo cieco. Steve ci gridava istruzioni, ma a volte Gabby e io ci limitavamo a
scegliere il percorso meno accidentato e questo provocava altre grida di
Steve, acute e disperate. Da dietro giunsero delle voci; Gabby e io posam-
mo a terra Mando, bloccati al centro della via. Tre sciacalli si avvicinaro-
no, pistola in pugno. Steve accorse e spar, crack crack crack crack! Tutt'e
tre gli sciacalli caddero. Avanti ci grid. Sollevammo Mando e prose-
guimmo barcollando. I vicoli ciechi ci costrinsero a tornare sui nostri pas-
si; perdemmo un bel po' di tempo a ritrovare la strada; alla fine raggiun-
gemmo Steve fermo nella via... case crollate da tutte le parti, vento e spara-
toria al di l, nessun mezzo per avanzare... eravamo bloccati in un gigante-
sco ossario.
Non so dove siamo esclam Steve. Non trovo pi la strada.
Gli dissi di prendere il mio posto, gli presi la rivoltella e attraversai di
corsa la via. Attraverso gli alberi vidi l'oceano, l'unica indicazione vera-
mente utile.
Da questa parte! gridai.
Scavalcai una trave, la trascinai da parte per facilitarli, corsi avanti, mi
orizzontai di nuovo con il mare, scelsi una via, cercai per quanto possibile
di sgomberarla per loro. E continu cos per un tempo incalcolabile: mi pa-
reva che San Clemente si estendesse fino ai monti Pendleton. E gli sciacal-
li in cerca di preda, pronti ad azionare sirene e pistole, schiamazzando per
l'eccitazione della caccia. Pi d'una volta ci bloccarono; non osavo sparare,
perch non sapevo quanti fossero, n quanti proiettili rimanessero nella ri-
voltella di Steve, se ce n'erano ancora.
Mentre ce ne stavamo rincantucciati nel buio di un nascondiglio, cercai
di alleviare le sofferenze di Mando. Aveva il respiro soffocato. Mando,
come ti senti? Nessuna risposta. Steve imprecava in continuazione. Con
un cenno a Gabby, sollevammo di nuovo Mando. Lasciai che fosse Steve a
portarlo e andai di nuovo in avanscoperta. Gli sciacalli erano spariti, alla
vista almeno; non volevo altro. Mi rimisi a cercare una strada.
Bene o male arrivammo alla periferia sud di San Clemente e gi nella
foresta sotto l'autostrada. Sciacalli scorrazzavano sul nastro d'asfalto. Sen-
tivo le loro urla; di tanto in tanto scorsi delle sagome. L'autostrada era l'u-
nico modo di superare il fiume San Mateo. Eravamo in trappola. Le sirene
ci sfottevano, i colpi di pistola indicavano forse una scaramuccia con quelli
di San Diego, ma sospettavo che Gabby avesse ragione, che si fossero al-
lontanati da un pezzo, sulle barche, di nascosto. Non sarebbero tornati ad
aiutarci. Gabby teneva Mando in grembo, per farlo riposare. Il respiro di
Mando gorgogliava. Dobbiamo portarlo a casa disse Gabby, guardan-
domi.
Presi di tasca i proiettili, cercai di caricare la rivoltella di Steve.
Dov' la tua? disse lui.
I proiettili non andavano bene. Con una bestemmia buttai il sacchetto
sulla strada. Per terra, dove sedevamo, c'era un sasso che mi si adattava
bene alla mano. Lo raccolsi e mi diressi all'autostrada. Non so cosa avessi
in mente.
Portatelo accanto alla strada e tenetevi pronti ad attraversare in fretta il
San Mateo dissi. Appena ve lo dico, passate.
Ma una serie di esplosioni sconvolse l'autostrada sopra di noi; e quando
termin (il vento port l'odore di polvere da sparo bruciata) non ci furono
altri rumori. Non si udiva nemmeno uno sciacallo. Il silenzio fu rotto dal
rombo di un veicolo in arrivo da sud. Un vrrr sommesso. Strisciai sul ter-
rapieno per dare un'occhiata. Saltai allo scoperto e agitai la mano. Rafael!
Rafael! Qui, presto! gridai, forte come mai in vita mia.
Rafael si ferm accanto a me. Cristo, Hank, a momenti ti sparavo!
disse. Era sul carrello da golf che teneva nel cortile davanti alla casa, il
carrello che avrebbe fatto funzionare se solo avesse trovato le batterie, giu-
rava lui.
Lascia perdere risposi. Mando  ferito. L'hanno colpito.
Comparvero Gabby e Steve, portando Mando.
Rafael risucchi aria fra i denti. Mettetelo gi.
Spari sparsi risuonarono dall'autostrada, un proiettile scheggi il cemen-
to accanto a noi. Rafael prese dal carrello un tubo metallico sorretto da
montanti, inclinato rispetto alla base piatta. Lo sistem sulla strada, vi la-
sci cadere dentro una bomba o una granata grossa quanto un pugno (sem-
brava una castagnola). Thonk, disse il tubo, con voce sorda. L'attimo dopo
ci fu un'esplosione a qualche metro dall'autostrada, all'incirca nel punto dal
quale erano giunti gli spari. Mentre Gabby e Steve sistemavano Mando nel
carrello, Rafael continu a lanciare granate, thonk-BOOM, thonk-BOOM, e
ben presto pi nessuno ci spar addosso. Dopo un'ultima triplice esplosio-
ne, saltammo nel carrello e partimmo.
In salita, scendete a spingere disse Rafael. Questa baracca non ce la
fa a portarci tutti. Steve, prendi questo e controlla che non ci seguano. Gli
porse una carabina.
Proiettili? chiese Steve.
Rafael indic per terra, vicino ai suoi piedi. Nella scatola.
All'estrema periferia di San Clemente cominciava la montagna. Spin-
gemmo il carrello a bassa velocit. Sirene gemevano in lontananza fra le
alture; ne distinsi tre diverse, il cui suono ondeggiava a diverso livello, sot-
to la spinta del vento. Superammo l'altura, entrammo nella valle San Ma-
teo. Cullai la testa di Mando, gli dissi che eravamo vicini a casa. Alle no-
stre spalle ci furono deboli rumori, ma ora ci muovevamo a velocit mag-
giore di un uomo in corsa. Arrivammo alla salita che porta al monte Basi-
lone.
Rafael disse: Spingete di nuovo. Era calmo, ma quando mi guard,
aveva negli occhi una luce dura. In cima al Basilone, Steve grid selvag-
giamente: Torno indietro a fargliela pagare! e spar nel buio, carabina in
pugno, diretto all'autostrada a nord.
Aspetta! gli gridai dietro, ma Rafael mi afferr il braccio.
Lascia che vada disse.
Per la prima volta pareva arrabbiato. Guid il carrello a casa sua, balz
gi, entr in casa, ne usc portando una barella. Vi stendemmo Mando.
Aveva sempre gli occhi aperti, ma non mi udiva. Un filo di sangue gli co-
lava dall'angolo della bocca. Gabby ci segu, risentito, mentre io e Rafael
reggevamo la barella. Tagliammo per la foresta, traversammo il fianco del
Cuchillo per arrivare prima a casa dei Costa. Inciampai, mandai un gemito;
Gabby prese il mio posto, quando cap che non vedevo pi dove mettevo i
piedi. Arrivammo alla casa dei Costa, ma non riuscivo a smettere di pian-
gere. Il vento fischiava sopra i bidoni: nessuno ci aveva sentiti arrivare.
Rafael puntell la barella contro la coscia e picchi alla porta come se vo-
lesse sfondarla. Wham. Wham.
Vieni fuori, Ernest grid, senza smettere di bussare. Vieni fuori a cu-
rare tuo figlio.
20
Varie volte, in precedenza, Doc aveva certo immaginato il momento in
cui avrebbero bussato alla sua porta e sarebbe stato suo figlio, ferito, ad
avere bisogno delle sue cure. Quando apr, non disse una parola; usc, sol-
lev Mando dalla barella, attravers la cucina, lo port nell'ospedale, senza
rivolgerci un'occhiata n una domanda.
Lo seguimmo. Doc distese Mando sul secondo letto, quello pi piccolo;
lo scost dalla parete. Al rumore, Tom sbuff e si gir dalla nostra parte.
Socchiuse un occhio, ci vide, si alz a sedere, si strofin con le nocche gli
occhi, esamin la scena in silenzio. Doc adoper le forbici per tagliare la
giacca e la camicia di Mando, con un gesto indic a Gabby di togliere i
calzoni al ragazzo. Gabby socchiuse gli occhi, mentre aiutava Doc a stac-
care la stoffa insanguinata della camicia. Mando toss, gorgogli, respir
in fretta, con un rumore basso. Sotto le forti lampade che Rafael port dal-
la cucina, il suo corpo sembrava livido e chiazzato. Pi gi dell'ascella a-
veva quel piccolo foro circondato dalla lacerazione. Rafael quasi inciamp
in me, andando dentro e fuori. Mi sedetti sui talloni contro la parete, gi-
nocchia sotto le ascelle, braccia intorno alle gambe, dondolando avanti e
indietro, leccandomi il moccio dalle labbra, evitando di guardare dalla par-
te di Tom. Doc non guardava nessuno, tranne Mando.
Chiamate Kathryn disse.
Gabby mi lanci un'occhiata, corse fuori.
Tom disse: Come sta?
Doc palp con cautela le costole di Mando, gli batt sul torace, gli misu-
r le pulsazioni al polso e al collo. Borbott, pi a se stesso che a Tom:
Calibro medio, polmone intaccato. Pneumotorace... emotorace...
Sembrava una formula magica. Con uno straccio bagnato pul il sangue
dalle costole. Mando toss, Doc gli sistem meglio la testa, gli infil le dita
in bocca, gli tir di lato la lingua. Un affare di plastica, preso dallo scaffale
degli strumenti, serv a tenere ferma la lingua. Un morsetto di plastica, di
lato, teneva spalancata la bocca... la spina dorsale mi sfreg su e gi contro
il bidone a cui mi appoggiavo. Il vento aument: uiiiiiii, uiiiiiiii.
Dov' Steve? mi domand Tom.
Non alzai lo sguardo da terra. Dalla cucina, rispose Rafael.
 rimasto su a nord a sparare un paio di caricatori contro gli sciacalli.
Tom si agit contro la parete, toss.
Smettila di muoverti disse Doc.
Un ramo portato dal vento urt la casa, con rumore secco. Il respiro di
Mando era rapido, rauco, basso. Doc gli pieg la faccia di lato, gli asciug
dalle labbra un filo di sangue rosso vivo. Sotto di me, il pavimento, la gra-
na liscia delle assi del pavimento. Nodi sollevati sulla superficie consuma-
ta, fessure, schegge lucide e nette alla luce delle lampade, sabbia da sfrega-
tura negli angoli, contro le pareti. Il piede del letto pi vicino aveva una
zeppa. Le lenzuola erano cos vecchie che ogni filo del tessuto risaltava;
lavoro d'ago, nelle toppe. Fissai il pavimento, non sollevai lo sguardo. Re-
spirare mi faceva male, avrei potuto essere io il ferito. Ma non ero io. Non
ero io. Le gambe di Kathryn entrarono nella stanza, piegarono un poco le
assi. Le gambe di Gabby seguirono.
Mi serve aiuto disse Doc.
Eccomi rispose Kathryn, calma.
Dobbiamo infilare un tubicino fra queste costole e drenare il sangue e
l'aria dalla cavit toracica. Prendi in cucina un barattolo pulito, mettici
quattro dita d'acqua. Kathryn usc, torn. I loro piedi erano gli uni di fron-
te agli altri, sotto il letto di Mando. Temo che l'aria entri e non esca. Ten-
sione pneumotoracica. Qui, posa il tubicino e il cerotto. Tienilo fermo. In-
cider qui.
Mi tappai le orecchie. Niente suoni. Niente immagini, a parte argentee
assi di legno. Niente di reale, tranne legno... Ma no. Colpi di tosse soffoca-
ti, dal vecchio. Una rapida occhiata in alto: la schiena di Kathryn, in ma-
glietta e calzoni sorretti da uno spago; il vecchio, che li fissava senza batte-
re ciglio. Per terra il barattolo, con il tubicino di plastica chiara infilato nel-
l'acqua. All'improvviso l'acqua gorgogli. Del sangue col lungo il tubici-
no, macchi l'acqua. Altre bolle. Lo sguardo inflessibile del vecchio: mi
avvolsi le braccia intorno allo stomaco, alzai lo sguardo. L'ampia schiena
di Kathryn m'impediva di vedere Mando. Fui scosso da brividi. Spalle am-
pie, natiche larghe, cosce spesse, caviglie sottili. Gomiti affaccendati, men-
tre Kathryn strappava dal rotolo un pezzo di cerotto e lo applicava a Man-
do dove non vedevo.
Kathryn gir la testa, mi diede un'occhiata. Dov' Steve?
Su a nord.
Con una smorfia si gir a lavorare.
Tom toss di nuovo, piano, ma diverse volte. Doc lo guard. Stai diste-
so, tu! disse, brusco.
Sto bene, Ernest. Non pensare a me.
Doc aveva gi ripreso. Si chin sopra Mando, con una luce disperata ne-
gli occhi, come se l'arte insegnatagli da suo padre tanto tempo prima sta-
volta non bastasse. Serve ossigeno disse. Batt qualche colpetto sul to-
race di Mando. Il suono era sordo. Il respiro di Mando divenne pi rapido.
Devo fermare l'emorragia disse Doc. Le raffiche di vento aumentarono
al punto da non permettermi di udire le voci a causa dei sibili. Usiamo la
ferita per inserire un altro tubicino...
Tom chiese a Gabby cos'era accaduto; Gab glielo spieg in un paio di
frasi. Tom non fece commenti. Il vento cadde di nuovo, udii ora il rumore
delle forbici. Doc si asciug fa fronte madida.
Ferma cos. Bene, metti l'altro capo nel barattolo, dammi subito il ce-
rotto.
Cerotto.
Qualcosa, nel modo in cui Kathryn lo disse, indusse Doc a trasalire e a
rivolgere a Tom un sorriso amaro. Tom restitu il sorriso, ma poi distolse
lo sguardo, con occhi pieni di lacrime. Sentii sulla spalla una mano; alzai
gli occhi, guardai Rafael.
Henry, vieni in cucina con Gabby. Non puoi fare niente, qui.
Scossi la testa.
Vieni, Henry.
Con una scrollata di spalle gli scostai la mano, nascosi il viso nell'incavo
del braccio. Uscito Rafael, sollevai di nuovo lo sguardo. Tom si mordic-
chiava una ciocca e guardava intensamente i tre. Kathryn pos l'orecchio
sul petto di Mando. Il cuore batte pianissimo.
Mando sobbalz. Aveva i piedi lividi.
E le vene disse Doc, con voce secca come il vento. Tamponare,
ohhh... Si ritrasse, le mani strette a pugno, ai lati del collo. Non posso
farci niente. Non ho gli aghi.
Mando smise di respirare.
No disse Doc. Con l'aiuto di Kathryn spost Mando, sulla schiena an-
zich di fianco. Reggi i tubi. Premette bocca e mani sulla bocca di Man-
do. Soffi dentro, tenendogli tappate le narici; si raddrizz, gli premette
con forza il torace. Il corpo di Mando si contrasse in uno spasimo.
Henry, tienilo per le gambe disse Kathryn, brusca.
Mi alzai rigidamente, afferrai Mando per gli stinchi, li sentii torcersi, lot-
tare, tendersi. Rilasciarsi. Doc gli soffi in bocca, gli soffi in bocca, gli
premette il torace, finch le pressioni divennero quasi colpi violenti. Nei
tubicini col sangue. Doc smise. Guardammo Mando: occhi chiusi, bocca
aperta. Niente respiro. Kathryn gli resse il polso, cerc la pulsazione.
Gabby e Rafael erano sulla soglia. Alla fine Kathryn allung la mano so-
pra Mando, strinse il braccio di Doc; eravamo rimasti l in piedi per un
tempo lunghissimo. Doc pos i gomiti sul letto, abbass l'orecchio sul pet-
to di Mando. La testa rotol finch la fronte pos su Mando.
 morto mormor Doc.
Stringevo ancora i polpacci di Mando, quegli stessi muscoli che si erano
appena contorti. Lasciai la presa, atterrito di toccarlo. Ma era Mando, era
Armando Costa. Il viso cereo sembrava il viso tormentato di un fratello
malato di Mando, non il viso del ragazzo che conoscevo. Ma era lui.
Dalla credenza contro la parete Kathryn prese un lenzuolo e lo distese su
di lui, dopo avere scostato con gentilezza Doc. Era sudata, macchiata di
sangue. Copr il viso di Mando. Ricordai l'espressione che aveva avuto,
quando lo portavo per San Clemente: perfino quella era preferibile, adesso.
Kathryn gir intorno al letto, spinse Doc alla porta.
Seppelliamolo disse Doc, assorto. Facciamolo subito, andiamo.
Kathryn e Rafael cercarono di calmarlo, ma lui insistette. Voglio farla fi-
nita. Prendete la barella e portiamolo al cimitero. Voglio farla finita.
Tom toss forte. Per favore, Ernest. Aspetta almeno fino a domani, a-
mico mio. Devi aspettare la luce. Devi far venire Carmen, e scavare la fos-
sa...
Possiamo farlo stanotte! protest Doc, petulante. Voglio farla finita.
Possiamo, certo. Ma  tardi. Quando avremo terminato, sar giorno.
Allora lo porteremo lass, lo seppelliremo davanti alla gente. Aspetta il
giorno, per favore.
Doc si strofin il viso. E va bene. Andiamo a scavare la fossa.
Rafael lo trattenne. Ci pensiamo Gabby e io disse. Resta qui.
Voglio farlo. Devo farlo, Rafe.
Rafael guard Tom. Poi disse: D'accordo. Vieni con noi, allora.
Lui e Gabby fecero indossare a Doc giacca e scarpe, lo seguirono fuori.
Mi offrii di andare anch'io, ma videro che non sarei stato di alcuna utilit e
mi dissero di restare. Dalla porta di casa li guardai scendere il sentiero fino
al fiume. Nel chiarore che precede l'alba, Gabby e Rafael camminavano ai
lati di Doc, lo sorreggevano. Tre piccole sagome sotto gli alberi. Quando
scomparvero alla vista, mi girai. Kathryn, seduta al tavolo della cucina,
piangeva. Andai a sedermi nell'orto.
Il vento calava un po' d'intensit, con lo spuntare del giorno. Colpiva con
violenza solo a tratti. La luce aumentava: distinguevo l'ondeggiare di rami
grigiastri. Sotto il cielo pallido le distanze parevano tutte uguali. Le foglie
tremolavano e pendevano immobili, tremolavano di nuovo, in ondate che
s'ingrossavano lungo la cima degli alberi verso il mare. La volta del cielo
divenne pi chiara e pi lontana, pi chiara e pi lontana. I grigi presero
colore, i colori filtrarono nei grigi e poi il sole, verde foglia e abbagliante,
incrin l'orizzonte. Il vento soffi una raffica.
Sedevo per terra. Ginocchio, gomito e mani mi pulsavano, dove mi ero
tagliato cadendo. Impossibile che Mando fosse morto: questo pensiero mi
rassicur per lunghi tratti. Poi le mie mani sentirono di nuovo i suoi pol-
pacci diventare inerti. Oppure udii dentro casa Kathryn rassettare... e capii
che, impossibile o no, era la realt. Ma non era un pensiero che potessi
comprendere a lungo.
Il sole si era alzato pi di una spanna sulle montagne, quando Doc e
Gabby tornarono su per il sentiero, seguiti da Marvin e Nat Eggloff. Rafael
aveva disceso il sentiero del fiume, bussava alle casa, svegliava la gente.
Gabby barcoll visibilmente per l'ultimo tratto. Aveva gli occhi cerchiati
di rosso, era sporco di terriccio, come Doc e Nat. Doc sollev lo sguardo
sulla casa, si ferm, attese. Marvin mi rivolse un cenno. Entrarono. Li udii
parlare con Kathryn. Poi Kathryn cominci a strillare contro il vecchio.
Sta' gi! Non fare lo stupido! Ci basta gi una sepoltura, per oggi! Tom
doveva dare dentro casa l'addio a Mando. Uscirono. Mando, avvolto nel
lenzuolo, sulla barella di Rafael. Mi alzai, barcollando. Prendemmo tutti la
barella, tre per parte. Lo portammo gi al fiume, oltre il ponte. Sole brutale
riflesso sull'acqua. Prendemmo il sentiero del fiume, fra gli alberi. La gen-
te avvisata da Rafael si un a noi, una famiglia dopo l'altra, con aria scon-
volta, o addolorata, o assente. Una volta, guardando indietro, vidi John Ni-
colin in testa al resto della famiglia tranne Marie e i bambini piccoli; aveva
il viso gonfio per il dispiacere. Mio padre mi venne a fianco e mi circond
le spalle. Quando mi vide in faccia, aument la stretta. Per una volta non
mi parve svanito di mente. Oh, aveva ancora lo sguardo vago di chi non
capisce del tutto. Ma capiva. Non occorre essere intelligenti per capire il
dolore. Oltre alla comprensione, nei suoi occhi c'era un leggero rimprove-
ro. Non riuscivo a guardarlo in faccia.
Nella strettoia della valle eravamo all'ombra. Carmen ci venne incontro
sulla porta di casa e ci guid al cimitero. Indossava la tonaca delle predi-
che e reggeva la Bibbia. Nel cimitero c'era una fossa nuova: da un lato, una
montagnola di terra fresca; dall'altro, la tomba della madre di Mando, Eli-
zabeth. Posammo l la barella. La gente che ci seguiva form un cerchio.
Quasi tutti gli abitanti della valle erano presenti. Nat e Rafael misero il
corpo di Mando e il lenzuolo in una bara grande il doppio. Nat tenne fermo
il coperchio, mentre Rafael lo inchiodava. Bam, bam, bam, bam. Raggi di
sole filtravano tra i rami. Doc guard con aria desolata i chiodi penetrare
nel legno. Sua moglie e Mando erano morti giovanissimi, insieme non ar-
rivavano alla met dei suoi anni.
Inchiodato il coperchio, John avanz di un passo e aiut a sistemare le
funi sotto la bara. Lui, Rafael, Nat e mio padre presero le funi e tennero
sollevata sopra la fossa la bara. La calarono seguendo le brevi istruzioni
sottovoce di John. Sistemata la bara, ritirarono le funi. John le raccolse e le
diede a Nat: stringeva le mascelle con tanta forza da sembrare che avesse
sassi in bocca.
Carmen avanz fino all'orlo della fossa. Lesse un brano della Bibbia.
Guardai un raggio di sole filtrare di storto fra gli alberi. Carmen ci disse di
pregare e nella preghiera disse qualcosa a proposito di Mando, della sua
bont. Aprii gli occhi: Gabby mi fissava, dall'altra parte della fossa, accu-
satore, atterrito. Richiusi gli occhi, stringendo forte.
Nelle Tue mani affidiamo la sua anima disse Carmen. Prese una zolla
di terra, la tenne sopra la fossa; nell'altra mano aveva una minuscola croce
d'argento. Lasci cadere nella fossa l'una e l'altra. Rafael e John spalarono
la terra umida; le zolle caddero con un rumore sordo. Mando era ancora l
sotto, quasi gridai che la smettessero, che lo tirassero fuori. Poi pensai che
potevo esserci io, in quella fossa, e fui sconvolto dal terrore. Invece di
Mando, il proiettile poteva colpire me, uccidere me. Fu il pensiero pi ter-
rificante della mia vita. Gabby s'inginocchi accanto a Rafael, con le mani
spinse gi la terra. Doc si gir dall'altra parte. Kathryn e la signora Nicolin
lo condussero verso la casa degli Eggloff. Ma io rimasi l a guardare; e mi
riempie di vergogna scriverlo, ma cominciai a sentirmi felice. Felice di
non esserci io, l sotto. Ero cos felice di essere vivo, di essere l a guarda-
re, che ringraziai Iddio perch non era toccato a me! Grazie, Signore, che
sia morto Mando e non io! Grazie, Signore. Grazie, Signore!
A volte, dopo un funerale, dagli Eggloff si tiene una sorta di veglia, ma
non quel mattino. Quel mattino ciascuno torn a casa. Pa' mi condusse gi
per il sentiero del fiume. Ero cos stanco da inciampare dappertutto. Senza
Pa', sarei caduto pi d'una volta.
Cos' successo? mi chiese, di nuovo con espressione di rimprovero.
Perch siete andati lass?
C'erano altri, lungo il sentiero: scuotevano la testa, parlavano, guardava-
no dalla nostra parte.
Arrivati a casa, cercai di spiegare a Pa' che cos'era accaduto, ma non po-
tevo. L'espressione dei suoi occhi mi bloccava. Mi distesi sul letto e m'ad-
dormentai. Vorrei dire che dormii come un morto, ma non  cos. Non 
mai cos.
Il sonno non ricuce la manica sfilacciata dell'affanno, checch abbia det-
to Macbeth (forse augurandoselo). Sbagliava quella volta, come spesso. Il
sonno  solo un periodo di stasi. Si possono fare, nei sogni, tutte le ricuci-
ture che si vogliono; ma quando si richiama il tempo, in un istante esso si
dipana; e ci si ritrova al punto di partenza. N sonno n sogni avrebbero ri-
cucito per me quell'ultimo giorno: era dipanato per sempre. Passato.
Tuttavia dormii l'intera giornata e la sera; e quando la voce di Pa', o il
rumore della macchina per cucire, o un latrato di cani, mi strappava in par-
te al sonno, capivo di non volermi risvegliare anche se non ricordavo per-
ch e riprendevo a dormire finch non tornavo a scivolare nel pendio dei
sogni. Dormii anche per gran parte della serata, lottando sempre pi fatico-
samente, con il passar delle ore, per rimanere addormentato.
Ma non si pu dormire per sempre. Il rumore che spezz il mio ultimo
appiglio al sonno tormentato fu il u-uuuu, u-uuuu del gufo di canyon... il
segnale di Steve, ripetuto con insistenza. Steve era l fuori, senz'altro sotto
l'eucalipto, e mi chiamava. Mi alzai a sedere, guardai fuori della porta; lo
scorsi, un'ombra contro il tronco. Pa' cuciva. Mi misi le scarpe. Esco
dissi. Pa' mi guard, mi fer di nuovo con quello sguardo perplesso di rim-
provero, quel lieve accenno di condanna. Indossavo ancora i vestiti strap-
pati della notte precedente. Puzzavano di paura. Ero affamato. Nell'uscire
mi fermai un attimo a prendere mezza pagnotta. Mi avvicinai a Steve ma-
sticando un grosso boccone. Restammo insieme in silenzio sotto l'albero.
Lui aveva in spalla una sacca piena.
Finito il pane, dissi: Dove sei stato?
A Clemente, fino al tardo pomeriggio. Dio, che giornata! Ho trovato gli
sciacalli che ci avevano inseguito. Cambiavo nascondiglio e sparavo, fin-
ch non hanno capito chi dava la caccia a loro! Ne ho anche colpiti alcu-
ni... pensavano di essere assaliti da un'intera banda. Poi sono tornato a Da-
na Point, ma a quell'ora erano tutti andati via. Cos...
Mando  morto.
... Lo so.
Chi te l'ha detto?
Mia sorella. Sono entrato di nascosto a prendere un po' della mia roba;
mi ha sorpreso proprio mentre me ne andavo. Mi ha detto tutto.
Restammo l a lungo. Steve inspir a fondo, lasci uscire l'aria. Cos,
penso di dovermene andare.
Come sarebbe a dire?
... Vieni a darmi una mano. Gli occhi mi si erano adattati al buio; con
il suono esausto della sua voce, all'improvviso riuscii a vedergli il viso,
sporco di terra, graffiato, disperato. Per favore.
Come?
Si avvi verso il fiume.
Andammo dai Mariani, ci fermammo accanto ai forni. Steve emise il ri-
chiamo del gufo. Aspettammo a lungo. Steve tamburell con il pugno sulla
parete del forno. Perfino io, che non c'entravo niente, mi sentivo nervoso.
Il nervosismo mi port a ricordare quanto era accaduto la notte precedente.
La porta si apr, Kathryn scivol fuori, con gli stessi calzoni che indos-
sava la notte prima, ma con una camicetta diversa. Le unghie di Steve graf-
fiarono i mattoni. Kathryn cap dov'era e venne dritta verso di noi.
Ah, sei tornato disse. Lo fiss, tenendo la testa inclinata da un lato.
Steve scosse il capo. Solo per dirti addio. Si schiar la voce. Ho... ho
ucciso alcuni sciacalli, lass. Vorranno vendicarsi. Se al raduno direte che
me ne sono andato, che era solo colpa mia, forse non ci saranno conse-
guenze.
Kathryn lo fiss.
Non posso restare, dopo quel che  accaduto disse Steve.
Potresti.
No.
Dal modo in cui lo disse, capii che stava per andarsene davvero. Anche
Kathryn lo cap. Pieg le braccia sul petto, si strinse come se avesse fred-
do. Guard dalla mia parte. Abbassai gli occhi.
Lasciaci parlare un momento, Henry.
Risposi con un cenno, gironzolai fino al fiume. L'acqua ticchettava sopra
sporgenze simili a vetro nero. Mi domandai che cosa Steve le dicesse, che
cosa Kathryn gli dicesse. Avrebbe provato a fargli cambiare idea, pur sa-
pendo che lui non l'avrebbe cambiata?
Ero lieto di non sapere. Faceva male pensarci. Rividi la faccia di Doc,
mentre guardava suo figlio la parte ancora viva di sua moglie calato nel-
la fossa accanto a lei. Incapace di fermarmi, pensai: "Cosa succede se il
vecchio muore stanotte, proprio l in casa di Doc? E Doc, allora?... E
Tom?"
Mi sedetti, mi strinsi tra le mani la testa, ma non riuscii a smettere di
pensare. A volte sarebbe una grande benedizione, spegnere i pensieri. Mi
alzai, tirai sassi in acqua. Tornai a sedermi, quando i sassi affondarono: a-
vrei voluto poter gettare via con la stessa facilit i pensieri o gli avveni-
menti del passato.
Comparve Steve. Si ferm a guardare il fiume. Mi alzai.
Andiamo disse lui, con voce rauca. Discese il sentiero del fiume verso
il mare, tagli per la foresta. Non scambiammo parola, camminammo solo
insieme, fianco a fianco; in un breve istante ricordai com'era stato per tanto
tempo, per tutta la nostra vita, quando camminavamo in silenzio di notte
nei boschi, come fratelli. Passato.
Steve discese senza guardare il sentiero della scogliera, passando da un
gradino all'altro con abilit e noncuranza. C'era uno spicchio di luna, quasi
sull'acqua. Io discesi con maggior prudenza la scogliera buia. Spezzammo
la crosta di sabbia, lasciando grandi impronte.
Un paio di barche da pesca aveva nella chiglia l'alveolo in cui inserire un
piccolo albero per spiegare una vela. Steve si accost a una di queste bar-
che. Senza una parola l'afferrammo da prua e da poppa e la spingemmo a
zigzag sulla sabbia. In genere quattro o cinque uomini spingono in acqua
un'imbarcazione, ma solo per comodit: Steve e io riuscivamo a smuoverla
assai facilmente. Raggiunta l'acqua bassa al di l della secca, ci fermam-
mo. Steve sal a bordo per fissare l'albero e io tenni ferma sulla sabbia del
fondo la chiglia della barca.
Dissi: Vai a Catalina, come quel tale che ha scritto il libro.
Giusto.
Sai che il libro  solo un mucchio di fandonie.
Non smise di svolgere la vela. Non me ne importa. Se il libro  una
menzogna, lo far diventare verit.
Non  il tipo di menzogna che puoi far avverare.
Come lo sai?
Non lo sapevo, ma non potevo ammetterlo. Sistemato l'albero nella scas-
sa, Steve lo fiss con la coppiglia. Non volevo chiedergli di brutto di resta-
re. Pensavo che avresti dedicato la vita a combattere per l'America.
Interruppe il lavoro. Non credere che non lo faccia disse con amarez-
za. Hai visto cos' successo, quando abbiamo provato a combattere qui. 
impossibile. Ma a Catalina si pu fare qualcosa. Scommetto che l c' un
mucchio di americani che condivide la mia idea.
Era chiaro che per ogni obiezione avrebbe avuto pronta una risposta.
Passai a poppa, pronto a spingere.
Sono sicuro che laggi la resistenza  pi valida che altrove disse.
Pi efficace. Non credi? Voglio dire... Non vieni con me?
No.
Ma dovresti venire. Te ne pentirai. Questa  una piccola valle fuori del
mondo. Mosse la mano verso occidente. E laggi c' il mondo, Henry!
No. Mi chinai sulla poppa. Deciditi! Vuoi aiuto con la barca o no?
Mise il broncio, scroll le spalle. Da come poi le lasci ricadere, vidi
quanto fosse stanco. Ed era una lunga traversata. Ma non sarei andato con
lui, n intendevo spiegargli i miei motivi. Comunque, non si aspettava che
dicessi di s, giusto?
Si scosse, scese a spingere. In breve la barca fu a galla. Da sopra, ci
guardammo. Mi tese la mano. Gliela strinsi. Non sapevo cosa dire. Steve
balz a bordo, tir fuori i remi mentre da poppa tenevo ferma la barca.
Quando la spinsi nella corrente, cominci a remare. Con la falce di luna al-
le sue spalle, non riuscivo a distinguere la sua espressione. Non ci scam-
biammo parola. Super a forza di remi un'ondata che risaliva il fiume. Pre-
sto sarebbe stato al largo, dove gli ultimi refoli del Santa Ana avrebbero
superato la scogliera e gonfiato la vela.
Buona fortuna! gridai.
Continu a remare.
L'onda successiva nascose per un momento la barca. Uscii infreddolito
dal fiume. Sulla riva, guardai Steve superare la foce. La vela, debole
chiazza contro il nero, sbatt e si gonfi. Ben presto Steve fu al di l dei
frangenti. Da l non mi avrebbe udito, a meno che non avessi urlato.
Fai qualcosa di buono per noi, laggi dissi. Ma parlavo a me stesso.
Risalii il sentiero della scogliera, gocciolando acqua dai calzoni. Arriva-
to in cima, mi ero gi scaldato un poco. Camminai lungo la scogliera. Era
un'altra notte serena; la luna calante splendeva sull'acqua, segnava la di-
stanza dell'orizzonte. Era una notte di quelle che ti fanno capire quant' va-
sto il mondo: l'oceano, il cielo stellato, la scogliera, la valle, le montagne
pi all'interno, tutto era cos gigantesco che al confronto sarei potuto essere
una formica. L fuori, sotto un pallido fazzoletto di stoffa, c'era un'altra
formica, in una barca da formiche.
La vedevo all'orizzonte: mare scuro sotto, cielo scuro sopra e, fra i due,
la massa scura di Catalina, ingemmata da bianchi puntini luminosi, fissi e
mobili, da luci rosse che segnavano le cime pi alte, da poche luci gialle e
verdi qua e l. Sembrava una costellazione vivida, la costellazione pi bel-
la, sempre sul punto di tramontare. Per anni l'avevo considerata lo spetta-
colo pi bello che avessi mai visto. C'era un grappolo di luci sull'acqua al-
l'estremit meridionale, invisibile dalla scogliera... il porto degli stranieri...
ma visibilissimo dall'alto, dalla casa di Tom, in una notte serena come
quella. Non avevo alcuna voglia di salire fin lass per guardare. La chiazza
confusa della vela di Steve si mosse fuori dello stretto raggio di luna e
scomparve. Steve era una delle ombre fra gli scarsi scintillii del mare buio;
ma, pur aguzzando la vista, non riuscivo a distinguerla. Per quel che ne sa-
pevo, l'oceano poteva anche averlo inghiottito. Ma no, la piccola barca era
ancora l fuori, chiss dove, e navigava a ovest verso Avalon.
Rimasi parecchio tempo sulla scogliera a fissare l'oceano. Poi non riuscii
pi a sopportarlo e mi allontanai nella foresta. Le foglie stormivano, gli
aghi di pino tremolavano. Mai, come in quel momento, la valle m'era parsa
cos grande e cos vuota. In una radura mi girai a guardare; le luci di Cata-
lina ammiccavano e danzavano. Voltai loro le spalle e continuai. Non mi
fregava un accidente, anche se non avessi pi visto Catalina.
21
Di notte, la foresta  un luogo bizzarro. Gli alberi diventano pi grandi e
sembrano tornare alla vita, come se per tutto la giornata avessero dormito
o abbandonato il proprio corpo; e solo di notte si animano e vivono, forse
ritirano le radici e camminano per la valle. Se ti trovi nella foresta, a volte
quasi li sorprendi, proprio con la coda dell'occhio. Naturalmente, in una
notte senza luna, basta un leggero venticello a dare quest'impressione. I
rami si piegano ad accarezzare i capelli, gli sgocciolii delle foglie sembra-
no voci fioche che chiamino in lontananza. Due buchi diventano occhi;
una freccia incisa sul tronco  una bocca sorridente; i rami sono braccia; le
foglie, mani. Facile. Penso ancora che forse siano davvero una specie d'a-
nimale notturno. Sono vivi, in fin dei conti. Tendiamo a scordarcene. In
primavera germogliano gioiosamente; in estate, si crogiolano al sole; in
inverno, soffrono la nudit e il freddo. Proprio come noi. Quindi, se si vuo-
le avere a che fare con gli alberi, la notte  il momento giusto per starci in
mezzo.
I diversi alberi si svegliano in maniere diverse e ti trattano in modi di-
versi. Gli eucalipti sono amichevoli e chiacchieroni. I loro rami tendono a
crescere gli uni di traverso agli altri e nel vento scricchiolano in continua-
zione. E le foglie pendenti si agitano e si urtano, con un rumore d'acqua
cadente, una voce che si alza e si abbassa, che accarezza come un abbrac-
cio o un lieve tocco sulla fronte. L'eucalipto ha una grande voce. Ma non
viene voglia di toccarlo o di abbracciarlo, a meno di vederlo con chiarezza
per evitare la resina. La corteccia liscia e fresca, che emana come il resto
dell'albero il tipico aroma acuto e vago, non cresce con la stessa velocit
del legno interno, almeno immagino, e presenta quindi un mucchio di
screpolature e ferite che la lacerano completamente. Le screpolature trasu-
dano resina con la facilit con cui i cani sbavano, e nel buio non si pu evi-
tare di toccarle con le mani o con le braccia, che poi restano tutte appicci-
cose.
I pini sono conversatori pi arcigni. Nella brezza, il loro calmo uuuuuu
ha del soprannaturale e, sotto un forte vento, il loro frenetico ohhhhhhh fa
rizzare i capelli in testa. Ma i pini sono piacevoli al tocco e non ci si stanca
mai d'ammirare il loro profilo scuro contro il cielo. I pini di Torrey hanno
aghi pi lunghi di tutti e rametti piccoli, arricciati, che si dipartono a spira-
le da quelli pi grossi, sembrano pezzi delle molle che Rafael tiene in bot-
tega, e formano graziosi disegni. E la corteccia scabra e friabile procura
una sensazione piacevole contro la pelle, come la lingua di un enorme gat-
to. La corteccia delle sequoie  anche migliore, crepata e lanosa; si posso-
no infilare le dita nelle crepe e reggersi come se ne andasse della vita:
sembra quasi di abbracciare un orso, o di stringersi alla propria madre e
piangerle fra i capelli. Amici fantastici, i pini; anche se per scoprirlo tocca
ignorare la loro voce severa e toccarli.
Naturalmente ci sono vere creature viventi, nella foresta, di notte; crea-
ture mobili, voglio dire, animali come noi. Ce n' un mucchio, in realt:
coyote e donnole, moffette e procioni, daini e felini selvatici, conigli e o-
possum, orsi e chiss cos'altro. Ma figuriamoci se ci si accorge della loro
presenza solo a camminare fra gli alberi. Anche un essere umano seduto
tutto solo nella foresta per ore potrebbe non scorgere neppure di sfuggita
una singola creatura... a maggior ragione uno che cammina con fracasso
rasentando alberi e simili. Un tipo del genere non vedr mai un solo ani-
male, n lo sentir, a parte le rane. Le rane non si spaventano facilmente,
hanno il fiume in cui saltare e se ne fregano. Solo perch tacciano, bisogna
rischiare di pestarle, altrimenti nemmeno si muovono. Tutti gli altri anima-
li per ti sentono arrivare o ti fiutano da lontano; si tolgono di mezzo e non
saprai mai che c'erano, a meno di non udire un fruscio in lontananza. Certo
i grossi felini possono decidere di mangiarti, ma ti auguri che siano abba-
stanza prudenti da starsene lontano dalla valle. In genere evitano la gente e
in autunno non sono molto affamati. Perci, se vai in giro, non vedi anima-
li; ed  questo lo strano, perch sai che sono dappertutto, a bere, a mangia-
re germogli o prede morte, a cacciare o a nascondersi l'uno dall'altro.
Ma ho scordato gli uccelli. Di tanto in tanto si scorge di sfuggita la sa-
goma nera di un gufo in volo senza il minimo rumore. Oppure, pi in alto,
anatre e aironi in migrazione, con la testa spinta avanti su quel collo lun-
ghissimo, in una formazione a V che si modifica di continuo. A volte sem-
bra che giochino a "cambia il capofila", facendo a turno. (I corvi invece
giocano a "segui il capofila", quasi ogni bella serata, al tramonto.)
Quella notte vidi uno stormo di anatre diretto a sud: due paia di ampie V
sopra la valle nell'ora che precede l'alba, quando il cielo si schiariva e riu-
scivo a distinguerle con buona chiarezza. Lenti e decisi colpi d'ala e una
vispa conversazione a base di richiami striduli e rauchi...
Ovviamente non fanno parte della foresta vera e propria, ma li si vede lo
stesso, se si  fra gli alberi. E io li vidi, quella notte. All'inizio dormii con-
tro una sequoia; poi, per un poco, rannicchiato fra due radici nodose. Ma
per lo pi andai in giro. Avevo trascorso un mucchio di tempo nella fore-
sta, di giorno e di notte, senza badarle minimamente. Era una casa, niente
di speciale. Ma quella notte non volevo pensare a niente. Ero fermamente
deciso a non pensare a niente; e per lunghi tratti ci riuscii. Studiai un albe-
ro dopo l'altro, vissi con loro e imparai davvero a conoscerli, li toccai, mi
arrampicai su qualcuno... cercai anche gli animali che sapevo in giro l at-
torno; ma, come ho detto, non amano che la gente li guardi. Udii rumori di
baruffa, alcune volte, ma non vidi neppure uno scoiattolo.
Nel punto in cui il torrente dello Swing Canyon si unisce al fiume, c' un
piccolo prato sul quale non mancano mai orme d'animali. Quando mi sve-
gliai e vidi in alto le anatre, girellai da quelle parti con la speranza di scor-
gere un fratello peloso farsi una bevuta. E infatti, dopo essere rimasto di-
steso un bel pezzo fra le felci dietro un tronco coperto di licheni a guardare
un ragno tessere la tela del mattino, una famiglia di daini venne ad abbeve-
rarsi. Maschio, femmina e cerbiatto. Il maschio si guard intorno e annus
l'aria; cap che ero l, ma non se ne preoccup, mostrandosi buon giudice.
La femmina faceva la schizzinosa nel fango lungo il torrente, ma il cerbiat-
to vi si muoveva a passo incerto. Aveva circa tre mesi, quindi avrebbe do-
vuto camminare perfettamente, ma sembrava voler infastidire la madre.
Terminato di bere, la famiglia si allontan nel prato e poi fuori vista.
Mi alzai, tutto irrigidito; andai al torrente e bevvi anch'io. Avevo ancora
i calzoni umidi e le gambe infreddolite; ero indolenzito, sporco, pieno di
tagli, affamato, sfinito... ma in linea di massima mi sentivo bene. Cammi-
nai lungo la riva occidentale, deserta come una tazza vuota. Ormai non a-
vrei ricominciato a piangere neanche se avessi pensato a Mando e Steve.
Era finita cos, e non sentivo quasi niente. Se n'erano andati. E mi sentivo
vuoto.
Ma poi, superala la curva sopra il ponte, scorsi una figura pi a valle,
sulla mia stessa riva, in fondo ai campi di granturco. Era ancora primo
mattino, quando il mondo  fatto solo di sfumature di grigio... mille sfuma-
ture di grigio, ma non un filo di colore. La rugiada inzuppava ogni foglia
grigia, ogni stelo, ogni felce, segno che il Santa Ana stava per terminare.
Un topolino squitt, quando passai accanto alla sua tana. Mi bloccai, ma
non a causa del topo.
La figura a valle era una donna. (Se una persona  visibile, per quanto
lontano sia ne capiamo subito il sesso... a volte non sono sicuro di come
accada, ma  cos.) E la scura sfumatura grigia dei capelli di quella donna
sarebbe stata castana al sole, castana con sfumature rosse. Gi in quel
mondo di grigi distinguevo il tocco di rosso. Si trattava di Kathryn, in fon-
do ai suoi campi. Dal ginocchio in gi, i calzoni erano pi scuri... bagnati,
quindi: significava che anche lei era stata fuori a gironzolare per un poco.
Forse tutta la notte pure lei. "Ecco un altro animale che non ho visto nella
foresta di notte" pensai. Mi voltava le spalle. Avrei potuto avvicinarmi, ma
un impulso mi trattenne. Ci sono volte in cui una schiena a cento metri 
altrettanto espressiva di un viso a un palmo. Kathryn cominci a cammina-
re lungo il fiume, verso il ponte. Al termine del campo, gir all'improvviso
a destra e diede un calcio violento all'ultima pianta di granturco. Kathryn
porta stivali grossi: la pianta si pieg, rimase inclinata. Kathryn non fu
soddisfatta. Continu a prenderla a calci finch non l'appiatt a terra. La vi-
sta mi si annebbi, incespicando mi rifugiai fra i boschi: tutte le nostre ca-
tastrofi erano di nuovo reali, per me.
Quindi non ero cos svuotato come credevo. La mia capacit di sentirmi
sconvolto era superiore a quella che avevo immaginato, molto superiore.
Scoprii che potevo sentirmi infelice per giorni interi; che l'infelicit e il
senso di vuoto potevano occupare ogni ora di ogni giorno. E cos fu, gior-
no dopo giorno. Era una sorpresa, per me, e nemmeno piacevole: ma non
potevo farci niente. Il nostro stato d'animo non dipende da noi.
Cominciai a trascorrere sulla spiaggia un mucchio di tempo. Non sop-
portavo la compagnia. Un giorno tentai di unirmi di nuovo ai pescatori, ma
fu un errore: erano troppo duri. Un'altra volta girellai dalle parti dei forni,
ma andai via subito: la povera Kristen aveva un aspetto che mi trafisse.
Anche a mangiare con Pa' mi sentivo male. E non potevo fare visita al
vecchio, era troppo malato, perdevo ogni speranza. Gli occhi di tutti m'in-
terrogavano, o mi condannavano, o mi fissavano, quando la gente non pen-
sava che me ne sarei accorto. Cercavano di consolarmi, o di fingere che
niente fosse cambiato, e questa era una menzogna. Era cambiato tutto. Co-
s non volevo avere niente a che fare con loro. La spiaggia era un buon po-
sto per starmene da solo. La nostra spiaggia  cos ampia, dalla scogliera
all'acqua, e cos lunga, dalla sabbia grossolana della foce alla confusione di
massi bianchi alla rinfusa di Concrete Bay, che ci si pu girare per giorni
senza mai calpestare le proprie tracce. Lunghi solchi lasciati da vecchie
maree, pieni d'acqua salmastra; grovigli di legna gettata a riva dal mare,
compresi vecchi tronchi che puntano in ogni direzione radici da piovra; al-
ghe infestate di pulci marine, simili a montagnole di concime nero; con-
chiglie intere e a pezzi; granchi della sabbia e le loro bollicine rivelatrici
nella rena bagnata; piccoli e tondi piovanelli bianchi, con le zampe artico-
late al contrario, che vanno alla carica su e gi per i ciottoli per evitare tutti
insieme l'acqua torbida; ogni cosa meritava di essere studiata per ore, per
giorni. Cos gironzolai avanti e indietro sulla spiaggia; ed ero infelice, o
vuoto come una zucca secca.
Capite, avrei potuto non dire niente. Certo, avrei anche potuto rifiutare
fin dall'inizio di partecipare al piano. Anzi, avrei dovuto fare proprio que-
sto. Ma, anche partecipando al progetto, avrei potuto tenere per me la sco-
perta del luogo dello sbarco: e non sarebbe accaduto niente. Invece no.
Avevo preso la decisione; e tutto quel che era accaduto in seguito... la mor-
te di Mando, la fuga di Steve... era solo la conseguenza. Perci era tutta
colpa mia. Ero io da biasimare, per la fuga di un amico, per la morte di un
altro amico. E per chiss quante altre morti di quella notte, gente che mi
era sconosciuta, ma che senza dubbio aveva famiglia e amici che piange-
vano per loro come noi per Mando. Tutto derivava dalla mia testa, dalla
mia decisione. Quanto ne soffrivo! Quanto rimpiangevo di non avere preso
una decisione migliore, contraria! Avrei dato qualsiasi cosa per cambiarla.
Ma niente  immutabile quanto il passato. Nel percorrere verso casa il sen-
tiero del fiume, ricordai le parole del vecchio: siamo come cunei infilati
dalla storia in una spaccatura, per cui le decisioni ci sono imposte. Ma ora
sapevo che, a confronto di come  fisso il passato, il presente  libero come
l'aria. Nel presente hai possibilit di scelta, ma nel passato hai fatto una so-
la cosa; per quanto la rimpiangi, non cambier mai. Lo sapevo, o iniziavo a
impararlo, ma questo non m'impediva di rimpiangere il passato, n di desi-
derare che fosse diverso.
Se fossi stato pi intelligente, Mando non sarebbe morto. Non solo pi
intelligente: pi onesto, anche. Avevo mentito, avevo tradito Kathryn,
Tom, Pa'... tutta la valle, a causa del voto. Tutti, tranne Steve: e lui era a
Catalina. Che stupido ero stato! Avevo creduto d'essere furbo, a farmi dire
da Add l'ora e il luogo dello sbarco, e avevo guidato quelli di San Diego a
tendere l'imboscata.
Ma eravamo stati noi a caderci. Bastava pensarci, era evidente. Quelli
non avevano improvvisato la difesa: erano pronti ad accoglierci. E chi li
aveva avvertiti, se non Addison Shanks? Lui sapeva che eravamo a cono-
scenza dello sbarco, doveva solo dire agli sciacalli che sapevamo e loro a-
vrebbero potuto prepararsi. Tenderci un'imboscata.
Bastava pensarci, era chiaro come il sole nel cielo, ma non mi era pro-
prio venuto in mente, fino a ora, mentre risalivo il sentiero del fiume e ri-
flettevo sull'accaduto. Avevamo teso la rete e ci eravamo finiti dentro noi.
E quelli di San Diego ci avevano assegnato una posizione pi a nord del-
la loro, perch se qualcosa fosse andato storto, saremmo stati gli ultimi a
traversare il ponte e avremmo attirato l'attenzione, mentre loro fuggivano.
Ci avevano gettati fra i piedi del nemico per farlo inciampare.
Eravamo stati traditi due volte. E io mi ero dimostrato d'una stupidit in-
credibile.
E la mia stupidit era costata a Mando la vita. Rimpiansi ferocemente (o-
ra che il funerale era passato) di non essere morto io al posto suo. Ma sa-
pevo che rimpiangere il passato  come tirare sassi alla luna (cos ero sal-
vo).
Un paio di giorni pi tardi, girando sulla spiaggia e continuando a riflet-
tere, divenni curioso e risalii il Basilone fino alla casa degli Shanks. Non
volevo parlare con loro, volevo solo vederli. Se li avessi visti in faccia, a-
vrei capito subito se avevo torto o ragione a pensare che fosse stato Add a
mettere in guardia gli sciacalli; e allora li avrei lasciati perdere per sempre.
La casa era bruciata. Non c'era nessuno, l intorno. Scavalcai le assi car-
bonizzate, i soli resti della parete meridionale; per un po' presi a calci il
mucchio di tizzoni, sollevando cenere e polvere. Erano andati via da un
pezzo. Mi fermai al centro di quello che era stato il magazzino, a guardare
i mucchietti neri per terra. Nessun oggetto metallico. A quanto sembrava,
avevano svuotato il locale di ogni cosa utile, prima di dargli fuoco. Senza
dubbio erano stati aiutati a trasferirsi a nord. Visto che avevo scoperto i
suoi traffici e che ero sopravvissuto, Add aveva certo preferito trasferirsi a
nord e unirsi totalmente agli sciacalli. Ed era logico che non ci lasciasse
una casa come la sua.
La parete nord esisteva ancora: assi annerite e consunte dal fuoco, pronte
a crollare; il resto era cenere, o tizzoni sparsi qua e l. I pali metallici del
traliccio elettrico, di nuovo visibili, sporchi di nero, si alzavano fino alla
piattaforma metallica che un tempo sorreggeva i cavi. Mi sentii vuoto co-
me sempre. Era stata una buona casa. Loro non erano brave persone, ma la
casa era buona. E in qualche modo, fermo fra i resti carbonizzati, non riu-
scivo a provare risentimento contro Add e Melissa, anche se un attimo
prima ci sarei riuscito facilmente. Non era divertente appiccare il fuoco a
una buona casa come quella e fuggire. Erano davvero in una situazione co-
s brutta? Lavoravano con gli sciacalli, certo. Ma tutti noi, in un modo o
nell'altro, facevamo affari con loro. Anche aiutare i giapponesi a sbarcare
era poi una cosa cos brutta? Glen Baum l'aveva fatto, in quel suo libro (se
c'era qualcosa di vero); e nessuno gli aveva dato del traditore. Add e Me-
lissa volevano solo qualcosa di diverso da quel che volevo io. Per certi a-
spetti, erano migliori di me. Almeno, mantenevano le promesse; conserva-
vano intatta la lealt.
Tornai nella valle, pi depresso che mai. Mi fermai da Doc: Tom dormi-
va, aveva l'aspetto di un morto; Doc, con gli occhi infossati, seduto da solo
al tavolo della cucina, fissava la parete. Mi affrettai a scendere al fiume, at-
traversai il ponte, mi fermai alla latrina dei bagni, mi liberai. Mentre usci-
vo, entr John Nicolin. Mi lanci un'occhiata astiosa e mi sfior senza dire
una parola.
Cos andai alla spiaggia. E il giorno dopo vi tornai. Cominciavo a cono-
scere l'esercito di piovanelli: quello con una zampa sola, quello nero, quel-
lo con il becco rotto. La marea venne avanti, sommerse il tavolo da pranzo
delle mosche. Si ritir, scopr di nuovo le alghe bagnate. I gabbiani volteg-
giavano e stridevano. Un pellicano atterr sulla sabbia bagnala e rimase a
guardarsi intorno con riserbo. Ma i frangenti erano grossi, quel giorno; e il
pellicano fu lento a sottrarsi all'onda in arrivo; fu colpito, s'allontan in
fretta, cadde, agit le lunghe ali, il becco, il collo, le zampe, in una compli-
cata capriola. Risi, mentre si rialzava, bagnato, scarmigliato, arruffato; ma
lui zampett con aria buffa, corse per prendere lo slancio e plan gi sulla
spiaggia; dopo le risa, piansi.
Tornarono le nubi. Una muraglia grigia era ferma all'orizzonte; il vento
ne staccava dei pezzi e li spingeva verso terra. Finalmente era cambiato. Il
Santa Ana aveva tenuto al largo le nubi per pi di una settimana; ora quelle
tornavano a reclamare il loro territorio. All'inizio erano in poche, sfrangia-
te e trasparenti, tranne al centro. Le nuvole generano nuvole, per; nel po-
meriggio avanzarono, pi scure e pi basse, finch tutta la muraglia non
prese velocit e avanz dall'orizzonte, acquistando un colore azzurro cupo
e coprendo il cielo, come un lenzuolo. L'aria divenne fredda, i gabbiani
sparirono, il vento di mare crebbe d'intensit. Le nubi divennero tempesto-
se, sputarono fulmini in mare e poi sulla terraferma, facendo sfrigolare le
onde e abbattendo alberi sui costoni. Seduto sopra un tronco grigio e con-
sunto, guardai le prime gocce butterare la sabbia. Sotto la pioggia, la su-
perficie color ferro dell'oceano perdette lucentezza. Mi strinsi nella giacca
e testardamente rimasi l seduto. La pioggia si mut in grandine. I chicchi
caddero fino a formare uno strato chiaro sopra i granelli rossicci: una
spiaggia di sabbia, coperta da una sabbia di vetro.
Abbandonai la spiaggia, risalii il sentiero della scogliera. La grandine si
mut in pioggia. Mani in tasca, percorsi il sentiero del fiume e lasciai che
la pioggia mi colpisse in faccia. Mi scorreva dentro la giacca, ma non im-
portava. Rimasi all'aperto, camminai di proposito nelle radure e nei tratti
privi d'alberi, ricavandone piacere proprio per la stupidit di quel compor-
tamento.
Continuai a risalire la valle finch non mi trovai ai margini della piccola
radura adibita a cimitero. La pioggia ruscellava da nuvole ferme proprio l
sopra; nella fioca luce grigia, gli alberi sgocciolavano rumorosamente. At-
traversai la piccola sezione accanto al fiume, dove erano sepolti i giappo-
nesi gettati a riva dal mare. Le croci di legno dicevano: Cinese ignoto.
Morto nel 2045, o quale che fosse la data. Nat aveva fatto un buon lavoro,
a intagliare lettere e numeri.
Nella radura vera e propria c'erano i nostri morti. Camminai nel fango
appiccicoso, da tomba a tomba, e contemplai i nomi. Vincent Mariani,
1992-2038. Un cancro se l'era portato via. Ricordavo che giocava a na-
scondino con Kathryn, Steve e me, quando Kathryn era piccolissima. Ar-
nold Kalinski, 1970-2026. Era giunto nella valle gi malato, diceva Tom;
Doc aveva temuto che ci contagiasse tutti, ma non era successo. Jane Ho-
ward Fletcher, 2002-2030. Mia madre, proprio qui. Polmonite. Strappai
qualche erbaccia alla base della croce, passai avanti. John Manley Morris,
1975-2029; Eveline Morris, 1989-2033. Cancro, per lui; lei era morta d'in-
fezione a seguito di un taglio al palmo. John Nicolin Junior, 2016-2022.
Caduto nel fiume. Matthew Hamish, 2034. Deforme. Mark Hamish, 2036.
Luke Hamish, 2039. Deformi entrambi. Francesca Hamish, 2044. Idem. E
Jo era di nuovo incinta. Geoffrey Jones, 1995-2040; Ann Jones, morta nel
2040. Morti entrambi nell'incendio della casa. Endeavor Simpson, 2039.
Deforme. Defiance Simpson, 2043. Deforme. Elizabeth Costa, 2000-2035.
Malattia imprecisata: Doc non era mai riuscito a scoprire quale. Armando
Thomas Costa, 2033-2047.
Ce n'erano altri, ma mi fermai ai piedi della tomba di Mando, guardai la
croce intagliata di recente. Anche la Bibbia dice che all'uomo tocca una vi-
ta di tre ventine e dieci; eppure era tanto tempo fa. Invece eccoci qui, a
morire in anticipo, come rane nel ghiaccio.
Il terriccio nella fossa di Mando si era assestato e si abbassava di pi sot-
to la pioggia. Andai alla buca aperta in fondo alla radura, presi la pala che
Nat lascia sempre l; cominciai a portare terra sulla tomba, una palata dopo
l'altra. Il fango si appiccicava alla pala, il terriccio si spargeva malamente,
non compattava bene. Pessima idea. Gettai la pala nella buca, sedetti sul-
l'erba accanto alla tomba, dove potevo stringere l'asta orizzontale della
croce. Rane nel ghiaccio. La pioggia diluiva il fango, creava pozze. Guar-
dai in giro la nostra messe di croci, tutte sgocciolanti nella grigia luce del
pomeriggio. Non  giusto, pensai. Non dovrebbe essere cos. Mando era l
sotto di me, eppure non c'era; era morto, svanito, non esisteva pi. Non sa-
rebbe tornato. Presi una manciata di fango, lo strizzai fra le dita. Mando
era cambiato, da persona viva a niente pi che fango nel mio pugno. E la
stessa cosa sarebbe accaduta a tutti quelli che conoscevo. E a me. Ogni no-
stra azione non avrebbe fatto differenza; niente sarebbe durato, qualsiasi
cosa dicessimo. Non capivo il punto. Era troppo strano che vivessi e lavo-
rassi sulla terra finch non mi spezzavo, e poi diventassi semplice fango.
Rimasi l, sotto la pioggia, a strizzare fango fra le dita. Squish squish.
Squish, squish.
22
Ma il vecchio sopravvisse.
Il vecchio sopravvisse. Non l'avrei mai creduto. Penso che tutti siano ri-
masti sorpresi, perfino Tom. So che Doc rimase stupito. Non l'avrei mai
creduto mi disse, allegro, quando andai a trovarli, un mattino nuvoloso.
Ho dovuto strofinarmi gli occhi e darmi pizzicotti. Ieri mi sono alzato e
lui era seduto qui al tavolo della cucina, lamentandosi: Dov' la colazio-
ne? Dov' la colazione? Certo, per tutta la settimana i polmoni gli si erano
ripuliti; ma a dire la verit non ero sicuro che bastasse. Eppure era l a tor-
mentarmi.
A proposito disse Tom, dalla stanza da letto dov' il t? Non rispetti
pi le misere richieste di un paziente?
Se lo vuoi caldo, chiudi il becco e sii paziente! lo rimbecc Doc, con
un sogghigno nella mia direzione. Cosa ne dici di un po' di pane per ac-
compagnarlo?
Logico, no?
Entrai nell'ospedale. Tom, seduto sul letto, batteva le palpebre come un
passerotto. Come ti senti? chiesi timidamente.
Affamato.
Buon segno disse Doc, dietro di me. Ritorno dell'appetito, buon se-
gno davvero.
A meno d'avere un cuoco come il mio replic Tom.
Doc sbuff. Non farti fregare, divora proprio come prima. Gli piace, 
evidente. Prima o poi vorr fermarsi qui solo per come cucino.
S, quando gli asini voleranno!
Oh, che ingratitudine! esclam Doc. E pensare che ho dovuto quasi
sempre cacciargli il cibo in gola. Sembravo mamma passerotto. Forse do-
vevo predigerirglielo...
Ah, sai che gioia gracchi Tom. Mangiare il vomito, puah! Porta via,
ho perso l'appetito. Bevve rumorosamente un poco di t, imprec perch
era troppo caldo.
Be',  stata dura farlo mangiare, te lo dico io. Ma guardalo, ora! Doc
guard con soddisfazione Tom divorare pezzi di pane, nel suo solito modo
da morto di fame. Alla fine Tom mi sorrise, mettendo in mostra i denti
mancanti. Le sue povere gengive avevano patito, durante la malattia, ma
gli occhi castani mi guardarono con lo stesso sguardo chiaro d'una volta.
Sentii che la faccia mi si allargava in un sorriso.
Ah, s disse Tom non c' niente di meglio di un sistema immunitario
mutazionale anomalo, te lo garantisco. Sono robusto come una tigre. Ro-
bustissimo! Comunque, scusatemi se schiaccio un pisolino. Toss un paio
di volte, scivol sotto le lenzuola e si addorment, con la rapidit con cui
si spegnevano i suoi accendini.
Questa era finita bene. Tom rest a casa di Doc un altro paio di settima-
ne, pi che altro per tenergli compagnia, immagino, visto che ogni giorno
riacquistava le forze e certo non amava molto l'ospedale. E un giorno Re-
bel buss alla porta e mi chiese se volevo dare una mano a riportare a casa
Tom e la sua roba. Volentieri, risposi; attraversammo il ponte, chiacchie-
rando e scherzando. Il sole giocava a nascondino fra le nuvole alte; dal
sentiero dalla casa di Doc scendevano Kathryn e Gabby, Kristen e Del e
Doc, ridendo ai saltelli di Tom in testa alla fila.
Unitevi alla folla ci grid Tom. Giovani e vecchi, un'alleanza natura-
le per una festa, statene certi.
Kathryn mi diede i libri del vecchio, pesanti nella sacca di tela; minac-
ciai di gettarli dal ponte mentre passavamo. Tom agit verso di me il ba-
stone da passeggio. Facemmo una bella camminata su per l'altro pendio
della valle. Non avevo mai osato pensare a un giorno come questo: eppure
era arrivato, proprio qui a portata di mano, dove potevo afferrarlo.
Arrivati in casa, il vecchio divenne davvero allegro e chiassoso. Con un
gesto teatrale, diede un calcio alla porta, che rimase chiusa.
Gran bella serratura, vedete come tiene?
Soffi via la polvere dal tavolo e dalle poltrone, fino a riempire l'aria.
Sul pavimento c'era una pozza, che indicava dove il tetto perdeva di nuo-
vo. Tom si accigli e mise il broncio.
La casa  stata trattata male, malissimo. Voi della manutenzione siete
tutti licenziati.
Oh-ho disse Kathryn. Adesso dovrai riassumerci e pagarci, se vuoi
che ti aiutiamo a fare le pulizie.
Aprimmo tutte le finestre, lasciammo entrare la brezza. Gabby e Del
strapparono un po' d'erbacce; Tom, Doc e io risalimmo la pista del costone
per dare un'occhiata agli alveari. Nel vederli, Tom imprec: ma non erano
poi in cattivo stato. Per un po' restammo a dare una pulita, ma all'ordine di
Doc tornammo a casa. Dal camino uscivano ondate di fumo bianco come
le nuvole; l'ampia finestra sul davanti era stata lavata; Gabby, in equilibrio
sul tetto, con martello chiodi e scandole, dava la caccia alla fessura e gri-
dava perch da sotto gli dessero indicazioni. Dentro, in piedi sopra uno
sgabello, Kathryn batteva il tetto servendosi di un manico di scopa.
Ecco disse Tom come spuntano le fessure!
Kathryn cerc di colpirlo con il manico di scopa, perse l'equilibrio e sal-
t a terra, mentre lo sgabello cadeva. Con uno strillo Kristen la scans e
smise di spolverare. Rebel tolse il bricco dal fornello. Ci riunimmo nel
soggiorno a bere un po' del t aromatico di Tom.
Salute! brind Tom, sollevando in alto il boccale fumante; lo imi-
tammo e brindammo con lui.
Quella sera, quando tornai a casa, Pa' mi disse che John Nicolin era ve-
nuto a chiedere come mai non andavo pi a pesca. La mia parte di pesce
era la nostra principale fonte di sostentamento e Pa' era turbato. Cos dalla
mattina seguente ripresi a uscire a pesca, un giorno dopo l'altro, se il tempo
lo permetteva. Sulle barche era evidente che l'anno continuava. Il sole ta-
gliava il cielo in un arco sempre pi basso; venne la corrente fredda e si
ferm. Spesso, di pomeriggio, grosse nubi scure rotolavano dal mare sopra
di noi. Le mani bagnate dolevano per il freddo e si arrossavano per la fati-
ca di tirare le reti; i denti battevano, la pelle si screpolava per i geloni. Ci
scambiavamo solo grida rauche riguardanti la pesca, perch ciascuno cer-
cava di risparmiare energie. La mancanza di chiacchiere mi andava bene.
Venti di burrasca ci logoravano, mentre remavamo per tornare a riva, nel
crepuscolo precoce. Sotto le nubi livide le scogliere assumevano una sfu-
matura marrone, i pendii montuosi mostravano il verde nerastro dei pini
pi scuri, l'oceano era grigio come il ferro. In quella desolazione, i fal
giallastri sulla spianata del fiume brillavano come fari, ed era un piacere
vederli, oltrepassata la prima curva. Dopo avere tirato le barche contro la
scogliera, mi rannicchiavo con gli altri attorno ai fuochi, finch non mi ero
riscaldato abbastanza da far ritorno a casa. Mentre si scaldavano (mani
praticamente sulle fiamme), gli uomini scambiavano le solite chiacchiere,
ma io non vi prendevo parte. Ero contento che il vecchio stesse bene e fos-
se tornato a casa; ma la verit  che fino a quel momento la cosa non mi
rallegr poi tanto la vita d'ogni giorno. Mi sentivo male gran parte del
tempo e vuoto sempre. Quando ero fuori a pesca e lottavo per obbligare le
dita gelate e disobbedienti a tenere strette le reti, pensavo alle imprecazioni
di Steve in simili occasioni e desideravo ardentemente che fosse con noi. E
poi, al termine della pesca, sulla scogliera non c'era nessuna banda ad a-
spettarmi. Per evitare d'arrampicarmi e di sentire l'assenza degli amici,
spesso giravo attorno al promontorio, fino alla spiaggia, e vagavo su quella
distesa ben nota. Il giorno dopo respiravo a fondo, m'infilavo gli stivali,
andavo ancora a pesca. Ma erano solo azioni automatiche.
E neppure posso dire che i pescatori si mostrassero poco amichevoli nei
miei confronti. Anzi, al contrario: Marvin mi dava da portare a casa il pe-
sce migliore e Rafael parlava con me pi di quanto non avesse mai fatto,
scherzava sui pesci, descriveva i suoi ultimi progetti (che erano interessan-
ti, lo ammetto), m'invitava a vederli... Si comportavano tutti cos, perfino
John, di tanto in tanto. Ma niente aveva significato, per me. Ero vuoto. Il
mio cuore era nello stesso stato delle dita al termine della pesca: freddo e
disubbidiente, intirizzito anche accanto al fuoco.
Tom in qualche modo lo intu. Forse Rafael gliene parl, forse se ne ac-
corse da solo. Un giorno, dopo la pesca, risalivo a fatica il sentiero della
scogliera, con l'impressione di trascinare sulle gambe un peso tre volte su-
periore: in cima c'era Tom.
Giri parecchio, di questi tempi dissi.
Lui ignor le mie parole e agit un dito nodoso verso di me. Cosa ti ro-
de, ragazzo?
Mi ritrassi. Niente, cosa vuoi dire? Abbassai lo sguardo sulla bisaccia
di pesce; ma lui m'afferr per il braccio e mi stratton.
Cosa ti tormenta?
Ah, Tom. Che cosa potevo rispondergli? Sapeva anche lui cos'era.
Dissi: Lo sai. Ti avevo promesso di non andare lass, e invece ci sono
andato.
E chi se ne frega.
Ma guarda cos' successo! Avevi ragione. Se non ci fossi andato, non
sarebbe successo niente.
Come lo sai? Sarebbero andati senza di te, ecco.
No. Potevo fermarli. Gli spiegai cos'era accaduto, la parte che avevo
recitato... tutto, fino all'ultimo. A ogni frase, annuiva.
Al termine, disse: Be',  un guaio. Avevo i brividi. S'incammin con
me su per il sentiero del fiume. Ma  facile sputare sentenze a cose fatte.
Il senno di poi, eccetera. Non potevi prevedere cosa sarebbe avvenuto.
S, invece. Me l'hai detto tu. E poi, me lo sentivo.
Be', ascolta, ragazzo... Lo guardai; si blocc. Corrug la fronte, annu
una volta per riconoscere che era giusto da parte mia rigettare una cos fa-
cile negazione delle mie responsabilit. Per un poco camminammo, poi lui
schiocc le dita. Hai gi iniziato a scrivere il libro?
Per l'amor di Dio, Tom!
Mi diede una spinta in pieno petto, con forza, tanto da farmi barcollare
fuori del sentiero. Ehi!
Forse stavolta proverai a darmi retta.
Era un colpo basso. Spalancai gli occhi, mentre lui continuava: Non so
ancora per quanto riuscir a sopportare i tuoi piagnistei. Mando  morto, la
colpa  in parte tua, d'accordo. Ma ti avvelener il sangue e ti far stare
male, finch non metterai tutto per iscritto, come t'ho detto.
Ah, Tom...
E mi assal, mi spinse di nuovo! Era un atteggiamento in cui indulgeva
solo con Steve; mi veniva voglia di dargli un pugno, ma nello stesso tempo
mi sentivo lusingato.
Ascoltami, per una volta! grid. D'un tratto mi resi conto che era tur-
bato.
Ti ascolto, lo sai.
Allora fa' come t'ho detto. Scrivi la tua storia. Tutto quel che ricordi.
Scriverla t'aiuter a capire. E al termine avrai anche la storia di Mando. La
cosa migliore che puoi fare per lui, ora. Capisci?
Annuii, con un groppo in gola. Mi schiarii la voce. Ci prover.
Non provarci: scrivi e basta! Mi scostai, per impedirgli di darmi un'al-
tra spinta. Ah! Fai bene: scrivi, oppure te le suono. Sar il tuo compito di
scuola. Non ti dar pi lezioni, finch non l'avrai terminato.
Agit il pugno contro di me. Il braccio era un fascio di tendini a fior di
pelle, magro come una fune. A momenti mi mettevo a ridere.
Cos ci pensai. Tolsi il libro dallo scaffale su cui era rimasto appoggiato
per sostenere una vaschetta per la cote con due sole gambe. Sfogliai le pa-
gine bianche. Ce n'era un mucchio. Era chiaro quant' brutto uno scorfano
che non sarei mai riuscito a riempire tutte quelle pagine. Per dirne una, ci
sarebbe voluto troppo tempo.
Ma continuai a pensarci. Il senso di vuoto non smetteva di tormentarmi.
E con l'accorciarsi delle giornate, nella baracca le notti diventavano sem-
pre pi lunghe; i ricordi li avevo gi in mente, scoprii. E il vecchio era sta-
to davvero veemente, al proposito...
Prima che alzassi anche solo una matita, tuttavia, Kathryn dichiar che
era tempo di raccogliere il granturco. Quando lei decideva, tutti noi che la-
voravamo per lei c'impegnavamo dall'alba al tramonto, ogni giorno. All'al-
ba ero gi fuori con gli altri a recidere con la falce i gambi, a portare le
piante ai carri, a tirare i carri al di l del ponte fino alle alture e ai magaz-
zini dietro la casa dei Mariani, a strappare le foglie, a staccare le pannoc-
chie scartocciate.
A causa dei violenti temporali estivi, il raccolto fu misero e termin in
fretta. E fu la volta delle patate. Kathryn e io ce ne occupammo insieme.
Non ci eravamo visti spesso, da quella notte in casa di Doc; sulle prime ero
a disagio, ma sembrava che Kathryn non avesse niente da rimproverarmi.
Ci limitammo a lavorare, a parlare di patate. Aiutare Kathryn era estenuan-
te. La mattina sembrava che tutto andasse bene, perch lei lavorava con
tanto accanimento da fare pi della sua parte; ma il guaio era che conti-
nuava con quel ritmo per tutta la giornata, per cui ero costretto ogni giorno
a fare pi del normale lavoro, per quanto ne lasciassi a lei. E raccogliere
patate  un lavoro che sporca, che spezza la schiena, in qualsiasi modo si
proceda.
Festeggiammo la conclusione del raccolto con una piccola bevuta allo
stabilimento dei bagni. Nessuno era particolarmente felice, perch era stato
un raccolto scarso; ma almeno era in magazzino. Kathryn sedette accanto a
me sulle seggiole nel prato dello stabilimento, a guardare il tramonto; Re-
bel e Kristen si unirono a noi. Dall'altra parte del cortile, Del e Gabby si
lanciavano un pallone. Le fiamme del fal erano a malapena visibili contro
lo sfondo del cielo color salmone. Rebel era sconvolta dalla raccolta di pa-
tate, quasi piangeva; Kathryn parlava parecchio, per tirarla su di morale.
I parassiti sono una maledizione che bisogna sopportare. L'anno pros-
simo proveremo un po' di quella roba che ho avuto dagli sciacalli. Non
preoccuparti, ci vuole un bel po' di tempo per imparare a coltivare la terra.
I germogli non crescono come i figli, sai.
A queste parole, Kristen sorrise: il primo sorriso che le vedevo dalla
morte di Mando.
Nessuno patir la fame dissi.
Ma sono gi stufa di mangiare pesce protest Rebel. Le ragazze risero
di lei.
Non si direbbe, da quanto ne mangi replic Kristen.
Kathryn sorseggi pigramente il whisky. Cos'hai fatto ultimamente,
Hank?
Mi sono messo a scrivere quel libro che Tom m'ha dato mentii, per
vedere l'effetto della notizia.
Ah, s? Scrivi della valle?
Certo.
Kathryn inarc le sopracciglia. Della...
Gi.
Uhm. Fiss il fuoco. Be',  una buona idea. Forse da questa estate
nascer qualcosa di buono, dopotutto. Ma scrivere un intero libro? Sar
dura davvero.
Oh, s le assicurai. Quasi impossibile, a essere sinceri. Comunque,
m'impegno.
Tutt'e tre le ragazze parvero impressionate.
Allora ci pensai ancora un poco. Tolsi di nuovo il libro dallo scaffale e
lo misi sul ripiano accanto al letto, vicino alla lampada, alla tazza e al libro
delle tragedie di Shakespeare che Tom mi aveva regalato per Natale. E
pensai. A quando la storia era iniziata, molto tempo fa... le riunioni con gli
altri della banda, i progetti per l'estate. Non si tratta proprio di saccheggia-
re una tomba, aveva detto Steve, e mi svegliai di scatto...
Cos cominciai a scrivere.
Era un lavoro lento. Cercare di scrivere era per me come cercare di par-
lare per Roger lo Strambo. Ogni notte giuravo di smettere per sempre. Ma
la notte seguente, o quella dopo ancora, ricominciavo.  incredibile quanti
ricordi tornino alla mente, se strizzi la memoria. Certe notti, terminato di
scrivere, tornavo di nuovo in me ed ero sorpreso di essere nella nostra ba-
racca, con il sudore che mi colava lungo le costole, le mani irrigidite, le di-
ta doloranti, il cuore che batteva per emozioni di giorni passati. E lontano
dal lavoro, in una barca sollevata dai marosi violenti, mi ritrovavo a pensa-
re a quel che era avvenuto, al modo di raccontarlo. Capivo che avrei termi-
nato il libro, senza badare al tempo necessario. Ero preso all'amo.
Le serate d'autunno assunsero uno schema. Quando i pesci erano sui
banchi di pulitura, mi arrampicavo sulla scogliera. Nessuna banda ad ac-
cogliermi. Con fermezza ignoravo i fantasmi che vi si radunavano e anda-
vo a casa, in genere durante il primo buio della sera. A casa, Pa' metteva
l'olio nella casseruola e friggeva un po' di pesce e cipolle, mentre io accen-
devo la lampada, preparavo la tavola e parlavo come al solito degli avve-
nimenti della giornata. Fritto il pesce, ci sedevamo a tavola; Pa' diceva la
preghiera di ringraziamento, poi mangiavamo pesce e pane, o patate. Dopo
cena, lavavamo i piatti, sparecchiavamo, bevevamo il resto dell'acqua della
cena, ci pulivamo i denti servendoci di uno spazzolino recuperato dagli
sciacalli.
Poi Pa' sedeva al tavolo da cucito e io a quello da pranzo; lui cuciva stof-
fa, io cucivo parole, finch eravamo d'accordo che era l'ora d'andare a let-
to.
Non so quante serate siano trascorse in questo modo. Nei giorni di piog-
gia era la stessa cosa, solo durava per tutta la giornata. Circa una volta alla
settimana andavo da Tom. Poich gli avevo promesso che avrei scritto il
libro, aveva acconsentito a darmi ancora lezioni. Mi faceva studiare l'Otel-
lo. Ero sicuro di sapere perch. Credevo d'avere molto da rimproverarmi,
ma Otello! L'unico personaggio di Shakespeare pi stolto di me.
... O stolto! stolto! stolto!
Quando riferirai queste imprese sfortunate,
parla di me come sono. Non attenuare nulla,
non scrivere nulla in malizia. Allora devi parlare
di uno che am non saggiamente, ma troppo bene;
di uno non facile alla gelosia, ma, manipolato,
confuso all'estremo; di uno le cui dita
(come il misero indiano) gettarono una perla
pi preziosa della sua trib; di uno i cui occhi sottomessi,
per quanto non adusi a sciogliersi,
lascian cadere lacrime, veloci come gli alberi d'Arabia
la resina medicinale. Scrivi di questo...
Allora c'erano alberi d'eucalipto, nell'Arabia dissi a Tom, al termine.
Lui rise. E quando, prima d'andarmene, gli chiesi altre matite, sghignaz-
z follemente e and a recuperarmele.
Trascorsero i giorni. Pi m'inoltravo nella storia dell'estate, pi questa
era lontana nel tempo e meno la capivo. Confuso all'estremo. Un giorno di
pioggia, Pa' e io lavoravamo di pomeriggio e cercavamo di tenere aperta la
porta per avere luce; ma faceva troppo freddo, anche con la stufa accesa, e
la pioggia continuava a entrare quando il vento cambiava direzione. Fum-
mo costretti a chiudere la porta e ad accendere le lampade. Pa' era chino
sulla giacca che confezionava in quel momento. Muoveva le mani con la
rapidit di uno schiocco delle dita, mentre faceva le asole; eppure le asole,
perfettamente spaziate, seguivano una linea che pareva quasi tracciata con
il righello. Pa' s'infil il ditale e prese a cucire. Infilava l'ago e tirava, infi-
lava e tirava... i punti a croce comparivano come X perfette, il filo si muo-
veva sotto una tensione costante... non avevo mai fatto attenzione al lavoro
di cucito. Le dita callose si muovevano con la leggerezza di ballerine.
Sembrava quasi che fossero pi intelligenti di lui... e mi dispiacque pensa-
re una cosa del genere. E poi, era sbagliata. Pa', non un altro, diceva alle
dita cosa fare. Da sole, non avrebbero fatto niente. Era pi giusto dire che
l'intelligenza di Pa' stava nel modo in cui cuciva, o qualcosa di simile. Da
quel punto di vista, Pa' era intelligente davvero. Mi piacque quel modo di
esprimere il concetto e lo misi per iscritto. Punti di pensiero. Intanto le sue
abili dita dominavano l'ago e lo spingevano a scivolare fra i pezzi di stoffa
e a tenerli insieme, a tendere il filo, girare, forare di nuovo.
Pa' sospir. Non ci vedo pi bene come una volta disse. Vorrei che
fosse una giornata di sole. L'estate mi manca moltissimo.
Schioccai la lingua. Era irritante sedere in una scatola buia in pieno
giorno, sprecando del buon olio di lampada. Pi che irritante, in verit. Mi
sentii cadere le braccia, mentre facevo l'inventario delle pareti spoglie del-
la baracca.
Merda borbottai, disgustato.
Cosa?
Ho detto: Merda.
Perch?
Ah... Come potevo spiegarglielo, senza che ci restasse male anche lui?
Aveva sempre accettato senza un lamento la nostra misera condizione.
Scossi la testa. Mi scrut curiosamente.
D'un tratto mi venne un'idea. Balzai sulla sedia.
Che c'? disse Pa', guardandomi.
Ho un'idea. M'infilai gli stivali e la giacca.
Piove che Dio la manda disse Pa', dubbioso.
Non vado lontano.
Va bene. Stai attento.
Ero gi alla porta. Tornai indietro, gli diedi un colpetto sul braccio. S.
Non sto via molto, continua a cucire.
Attraversai il ponte e risalii il Basilone fino alla casa degli Shanks. Presi
a calci i mucchi di legno bruciato. Avevo ragione: sotto la cenere zuppa
d'acqua, contro la parete nord, c'era un pezzo rettangolare di vetro, lungo
un paio di metri e quasi altrettanto largo. Una delle loro numerose finestre.
Un angolo era ondulato ai bordi e un po' butterato - pareva che si fosse fu-
so un poco nell'incendio - ma non m'importava. Lanciai al cielo un grido di
gioia, leccai le gocce di pioggia e con grande cautela tornai nella valle,
reggendo davanti a me il vetro gocciolante. Come il parabrezza di un'au-
tomobile, eh? Mi fermai a bussare alla porta della bottega di Rafael. Lui
era dentro, nero di grasso, intento a martellare come Vulcano.
Rafe, ti dispiace aiutarmi a mettere questo vetro alla nostra baracca?
Figuriamoci rispose, guardando la pioggia. Vuoi metterlo subito?
Be'...
Aspettiamo una bella giornata. Dovremo andare dentro e fuori parec-
chio.
Con una certa riluttanza acconsentii.
Mi sono sempre chiesto perch non hai mai fatto una finestra a quella
casa disse.
Non ho mai avuto il vetro! risposi allegramente. E me ne andai.
Due giorni dopo avevamo una finestra alla parete sud; la luce entrava a
illuminare ogni cosa, a inargentare la polvere nell'aria. Ce n'era un muc-
chio, di polvere.
Grazie a Rafael, avevamo anche un bel davanzale. Rafael scrut l'angolo
ondulato del vetro. Ehi, pare quasi che si sia fuso disse. Annu d'appro-
vazione e se ne and fischiettando, arnesi in spalla. Pa' e io girammo per la
casa, facendo pulizia e guardando fuori, uscendo fuori per guardare dentro.
 fantastico disse Pa', con un sorriso beato. Henry, hai avuto davvero
una bella idea. Posso sempre contare su di te, per le belle idee.
Celebrammo con una stretta di mano. Sentii la forza della sua destra, mi
diede un senso di calore. Bisogna avere l'approvazione del proprio padre.
Continuai a muovere la mano su e gi, finch lui non scoppi a ridere.
Mi ricord Steve. Lui non aveva mai avuto l'approvazione di suo padre e
non l'avrebbe avuta mai. Doveva essere come andare in giro con una spina
nella scarpa. Lo sento nel piede della mia mente, Horatio. Cominciai a cre-
dere di capirlo meglio, e nello stesso tempo sentivo di non capirlo affatto...
il vero, autentico Steve, voglio dire. Riesco a ricordarne bene il viso solo
nei sogni, quando mi ritorna perfettamente. Ed era dura descriverlo esat-
tamente nel libro; il modo come riusciva a farti ridere, a farti sentire sicuro
di vivere davvero. Mi sedetti a lavorarci, alla luce della nostra finestra
nuova.
Dovr cucire un bel paio di tendine disse Pa'; guard assorto la fine-
stra, prendendo nella mente le misure.
Qualche tempo dopo mi unii al piccolo gruppo che andava all'ultimo ra-
duno di scambio dell'anno. I raduni invernali erano assai diversi da quelli
estivi; c'era meno gente e si concludeva un numero minore di scambi. Sta-
volta c'era una pioggerella continua; tutti non vedevano l'ora di scambiare
quel che avevano portato e di andarsene. Le discussioni sui prezzi si muta-
rono rapidamente in litigi e a volte in zuffe. Gli sceriffi avevano il loro bel
da fare. Parecchie volte udii uno di loro gridare: Fate lo scambio e slog-
giate! Allora, cosa c' da litigare?
Passai frettolosamente da un tendone all'altro; al riparo della pioggia,
cercai di fare del mio meglio per scambiare stoffa o abiti vecchi per Pa'.
Potevo offrire solo alcune orecchie di mare e un paio di canestri: era dura.
In un campo di sciacalli avevano acceso un fal versando benzina sopra
la legna umida; sotto quel tendone si era riunita parecchia gente. Mi unii
alla piccola folla; dopo un poco, trovai finalmente una donna disposta a
cedere un mucchio di abiti strappati in cambio delle mie cose.
Contato tutto pezzo per pezzo, lei disse: Ho sentito che voi di Onofre
avete fatto davvero un bello scherzo, a quella gente del sud.
Come sarebbe? chiesi, con un lieve sobbalzo.
Lei rise, mettendo in mostra i denti rotti e scuri; bevve un sorso da una
bottiglia. Non fare il furbo con me, zappaterra.
No, certo dissi. Mi offr la bottiglia, ma scossi la testa. Che cosa a-
vremmo fatto a quelli di San Diego?
Ah! Avremmo fatto. Vedremo come ve la caverete, quando verranno a
chiedervi perch avete ucciso il loro sindaco.
Il gelo di quel fosco pomeriggio mi penetr nelle ossa. Mi sedetti per
terra. Presi dalla donna la bottiglia e bevvi qualche sorso di aspra acquavi-
te di granturco. Su, raccontami cos'hai sentito dissi.
Be' attacc lei, felice di spettegolare la gente dell'interno dice che
avete portato il sindaco e i suoi uomini dritti in un'imboscata dei musi gial-
li.
Annuii, perch continuasse.
Ah-ha! Ora lo ammette, il furbastro. Cos la maggior parte  rimasta
uccisa, compreso quel loro sindaco. E sono furiosi, per questo. Se non si
fossero messi a combattere aspramente fra loro per stabilire chi ne prende-
r il posto, ve la farebbero pagare cara. Ma ora ogni uomo di San Diego
vuole diventare sindaco, almeno cos dice la gente dell'interno, e io ci cre-
do. A quanto pare, laggi tira aria di burrasca, in questo periodo.
Bevvi un altro sorso del terribile liquore: mi col nello stomaco come un
grosso piombo da lenza. Intorno a noi la pioggerella si condens in nebbia
fra gli alberi; gocce pi grosse caddero dal bordo del tendone.
Ehi, zappaterra, stai bene?
S, s. Raccolsi in un pacco gli stracci, la ringraziai e me ne andai. A-
vevo fretta di tornare a Onofre per dare a Tom la notizia.
Durante un altro pomeriggio piovoso, mi rilassavo, seduto nell'officina
di Rafael. Avevo riferito a Tom le notizie apprese al raduno; lui ne aveva
parlato a John Nicolin e a Rafael, ma nessuno dei due pareva essersene
preoccupato, e questo mi sollevava il morale. Ora la faccenda non era pi
nelle mie mani e mi limitavo a passare il tempo. Kristen e Rebel sedevano
a gambe incrociate davanti alla doppia fila di finestre; facevano cestini e
spettegolavano. Rafael, seduto su uno sgabello basso, armeggiava con una
batteria. Utensili e pezzi di macchinario erano disseminati sul pavimento
tutto macchie; intorno a noi c'erano i prodotti dell'inventiva e dell'operosit
di Rafael: tubi per portare nella stanza vicina il calore della stufa, una pic-
cola fornace, un generatore elettrico posto su ceppi e collegato a una bici-
cletta, e cos via.
Il liquido si rovina disse Rafael, in risposta a una mia domanda. Tut-
te le batterie che quel Giorno erano piene, ormai sono scomparse da tem-
po. Corrose. Ma per nostra fortuna nei magazzini ce n'erano alcune vuote.
Non servono a niente, quindi  facile procurarsele con uno scambio. Alcu-
ni sciacalli di mia conoscenza usano batterie; se glielo chiedo, portano gli
acidi ai raduni. Poca gente ne fa richiesta, perci faccio scambi vantaggio-
si.
Ed  cos che fai funzionare il carrello l fuori?
Infatti. Ma non serve a niente. Di solito.
Per un poco restammo in silenzio a ricordare. Cos quella notte ci hai
uditi? chiesi.
Sulle prime, no. Ero sul Basilone, ho visto le luci. Poi ho udito la spara-
toria.
Dopo un poco scossi la testa per schiarirmi le idee e cambiai argomento.
Non hai mai pensato a una radio, Rafael? Non hai mai provato a ripararne
una?
No.
Come mai?
Non so. Troppo complicate, immagino. E gli sciacalli chiedono un
mucchio di roba per una radio. Che sembra sempre un rottame.
Come gran parte della roba che prendi.
Be', s.
Potresti imparare da un manuale come funzionano, no?
Non sono molto bravo a leggere, Hank, lo sai.
Ma ti aiuteremmo noi. Io leggerei le parole e tu ne troveresti il signifi-
cato.
Pu darsi. Ma dovremmo avere una radio e un mucchio di ricambi; an-
che cos, niente garantisce che riuscirei a ripararla.
Per ci proveresti?
Oh, certo, certo. Rise. Sei incappato in una miniera d'argento, gi al-
la spiaggia che ispezionavi con tanta attenzione?
Diventai rosso. Ma va'.
Rafael si alz e and a frugare nella grossa credenza contro la parete.
Tornai a sedermi pigramente per terra, contro il cuscino. Sotto la finestra,
Kristen e Rebel lavoravano. Confezionavano cestini con aghi secchi di pi-
no di Torrey, macerati nell'acqua perch tornassero flessibili. Rebel prese
un ago e con cura riun le cinque lamine, in modo da formare un cilindret-
to. Poi pieg l'ago in modo da renderlo una piccola ruota piatta e vi leg
vari pezzi di lenza da pesca, allargandoli come raggi di una ruota. Un altro
ago di pino fu sottoposto allo stesso trattamento e legato all'esterno del
primo. E cos via, fino a formare un fondo piatto. Ben presto gli aghi furo-
no messi direttamente uno sull'altro e cominciarono a formare i lati del ce-
stino.
Ne raccolsi uno gi terminato e lo esaminai, mentre Rebel continuava a
legare il filo attorno agli aghi. Il cestino era solido, ogni ago sembrava un
pezzetto di fune in miniatura, tanto le cinque lamine combaciavano per be-
ne. Le quattro file di protuberanze che ornavano quel particolare cestino si
alzavano a forma di S, mostrando solo quanto il cesto sporgeva e s'incava-
va. Che pazienza, a sistemare tutti quegli aghi! Che abilit, a legarli al po-
sto giusto! Picchiai il cestino per terra ed esso rimbalz elegantemente,
mostrando flessibilit e robustezza. Guardando Rebel spingere il filo a
passare fra due aghi e in un complicato piccolo occhiello, mi venne in
mente che avevo un compito in un certo senso simile al suo. Quando scri-
vevo il libro, legavo insieme le parole come lei legava gli aghi di pino e
speravo di disporle secondo un certo disegno. Per un attimo desiderai di
fare un libro preciso, solido, bello come i cestini che Rebel intrecciava. Ma
era un'impresa pi grande di me e lo sapevo.
Rebel alz gli occhi, vide che la guardavo e rise, imbarazzata. Certo
che  una noia disse. Kristen annu, un ago di pino fra i denti.
Un altro giorno, le nuvole ci avrebbero concesso qualche ora di pesca,
ma il mare era talmente alto da non permetterci di portare fuori le barche.
Terminato di scrivere, andai alle scogliere e vi trovai il vecchio, seduto so-
pra una sporgenza alla base della scogliera, al riparo dal vento.
Ehi! lo salutai. Cosa ci fai quaggi?
Guardo le onde, ovviamente. Come qualunque persona assennata.
Secondo te bisogna essere assennati per scendere quaggi a guardare a
bocca aperta le onde, eh? Mi sedetti accanto a lui.
Buon senso o sensibilit, eh, eh!
Non capisco.
Lascia perdere. Guarda quella!
Le onde avanzavano da sud, si frangevano in muraglie enormi che anda-
vano da un capo all'altro della spiaggia. Erano gi visibili molto al largo;
potevo sceglierne una a met strada fra la riva e l'orizzonte, e seguirla per
tutto il percorso. Verso la fine, diventavano sempre pi alte, fino a sembra-
re dirupi grigi che si precipitavano a incontrare la nostra scogliera rossic-
cia. Un uomo in piedi alla base di un'onda del genere sarebbe sembrato una
bambola. Quando la cima torreggiante dell'onda cadeva in avanti e tutta la
massa d'acqua le rotolava dietro, gli spruzzi esplodevano nell'aria, pi in
alto ancora, con un rombo e un brontolio che faceva vibrare distintamente
la scogliera sotto di noi. L'acqua torturata si lanciava su se stessa in una
corsa ribollente fino alla spiaggia. Qui ondate d'acqua bianca spazzavano
la sabbia ed erano risucchiate indietro a sbattere contro l'onda successiva.
Solo una striscia di sabbia, alla base della scogliera, restava asciutta; ne
andava della vita, camminare sulla spiaggia quel giorno. Tom e io sedem-
mo in una nebbiolina di spruzzi bianchi e salati; per parlare, dovevamo su-
perare l'intenso fragore dei frangenti.
Guarda quella! continuava a gridare Tom. Guarda quella! Sar alta
dieci metri, scommetto.
Al di l dei marosi, l'oceano si estendeva all'orizzonte nella foschia con-
fusa. Una bassa coltre di nubi irregolari, bianche e grigie, ricopriva il cielo,
schivando a malapena le montagne alle nostre spalle. Agli squarci delle
nubi corrispondevano chiazze pi vivide sulla superficie plumbea dell'ac-
qua; e queste chiazze formavano una linea irregolare fino all'orizzonte.
Sembravano la pista di uno sciacallo ubriaco con un buco in tasca, che se-
minava monete d'argento da l al confine del mondo. Qualcosa, in quello
spettacolo... la presenza di quella distesa d'acqua, la dimensione, la poten-
za delle onde... m'indusse ad alzarmi e a percorrere avanti e indietro la
scogliera, alle spalle di Tom; a fermarmi a fissare il crollo di una montagna
d'acqua particolarmente mostruosa; a scuotere la testa per lo stupore o per
la disperazione; ad andare avanti e indietro e a darmi manate sulle cosce,
cercando il modo di dirlo, a Tom o a qualsiasi altro. Inutilmente. Il mondo
si riversa e trabocca dal cuore, finch la parola diventa inutile,  un fatto.
Vorrei sapermi esprimere meglio. Cominciai a dire cose... pronunciai paro-
le e le troncai a mezzo... andai avanti e indietro, sempre pi agitato, mentre
cercavo di pensare con esattezza cosa sentivo e come esprimerlo.
Era impossibile. E se avessi cercato davvero la precisione, sarei rimasto
l tutto il giorno a guardare quelle valanghe d'acqua, muto e stupefatto. Ma
la mia mente pass a un altro mistero. Posai la mano sul fianco. Tom mi
guard curiosamente. Sbottai: Tom, perch ci hai raccontato tutte quelle
menzogne sull'America?
Si schiar la gola. Ehm. Chi ha detto che sono menzogne?
Mi fermai davanti a lui, lo fissai.
E va bene. Tom batt la mano sulla sabbia, accanto a s: ma rifiutai di
sedermi. Facevano parte delle lezioni di storia disse. Se la tua genera-
zione dimentica la storia di questo paese, non avrete alcuna direttiva. Non
avrete niente a cui riferirvi. Capisci, c'era un mucchio di cose dei vecchi
tempi che ci serve ricordare, che dobbiamo riavere.
L'avevi fatta sembrare l'et dell'oro. Come se ci limitassimo a esistere
fra le rovine.
Be', in un mucchio di sensi  vero. Meglio saperlo...
Schioccai le dita. Ma no! No! Hai anche detto che i vecchi tempi erano
orribili. Che viviamo una vita migliore adesso. Hai detto proprio questo,
quando discutevi con Doc e con Leonard, ai raduni, e a volte anche quando
parlavi con noi. Ce l'hai detto tu.
Be' ammise a disagio anche in questo c' del vero. Cercavo di dirvi
com'era. Non ho mentito... non molto, voglio dire; e mai su cose importan-
ti. Solo di tanto in tanto, per darvi l'idea di come fossero, di quali senti-
menti provocassero.
Ma ci hai detto due cose differenti replicai. Due cose contraddittorie.
Onofre era primitivo e degradato, ma non dovevamo neppure augurarci
che tornassero i vecchi tempi, perch erano male. Non ci resta niente che
sia nostro, niente di cui essere orgogliosi, ci hai confusi!
All'improvviso guard al di l di me, il mare. D'accordo disse. Forse
hai ragione. Forse ho fatto un errore. Divenne querulo. Non sono poi
quel gran saggio d'un uomo, ragazzo. Sono solo un altro stolto come te.
Goffamente mi girai e ripresi per un poco a camminare avanti e indietro.
Non aveva nessun buon motivo per mentirci in quel modo. L'aveva fatto
per divertimento. Perch le sue storie sembrassero pi belle. Per divertire
se stesso.
Tornai a sedermi accanto a lui. Guardammo le secche ridurre in fanghi-
glia altre onde. Sembrava che l'oceano volesse spazzare via l'intera valle.
Tom tir dei ciottoli sulla spiaggia. Sospir con aria cupa.
Sai dove vorrei essere, quando morir?
No.
Sulla cima di monte Whitney.
Eh?
S. Quando sentir arrivare la fine, vorrei tornare verso l'interno, per-
correre la 395 e poi salire in cima a monte Whitney.  solo una passeggia-
ta, arrivare in cima; ma  la montagna pi alta degli Stati Uniti. Scusa, la
seconda, in ordine d'altezza. C' una piccola capanna di pietra, lass; potrei
starmene l a guardare il mondo fino alla morte. Come facevano gli antichi
pellirosse.
Ah. Sembra un bel modo d'andarsene.
Non sapevo cos'altro dire. Lo guardai... lo guardai sul serio, intendo.
Buffo: ora che aveva ammesso di avere ottant'anni e non centocinque, mi
pareva pi vecchio. Certo, la malattia l'aveva sciupato non poco. Ma credo
che il motivo fosse un altro: vivere fino a centocinque anni era una sorta di
miracolo che poteva prolungarsi all'infinito, mentre arrivare all'ottantina
rientrava nel normale ordine delle cose. Tom era solo un vecchio, un vec-
chio bizzarro, ecco tutto; e ora me ne accorgevo. Ero pi colpito adesso
che fosse arrivato agli ottanta, di quando pensavo che ne avesse centocin-
que. E sembrava giusto.
Quindi era vecchio, sarebbe morto presto. Oppure avrebbe fatto il tenta-
tivo di andare sul Whitney. Un giorno sarei salito sul costone e avrei trova-
to vuota la casa. Forse sul tavolo ci sarebbe stato un biglietto con una fra-
se: "Sono andato sul Whitney"; ma era pi facile che non ci fosse niente.
Per io avrei capito lo stesso. Avrei immaginato il suo viaggio da l. Sa-
rebbe riuscito a percorrere sessanta chilometri verso nord, fino alla natia
Orange?
Non puoi partire in questo periodo dell'anno dissi. Ci sar neve,
ghiaccio, eccetera. Dovrai aspettare.
Non ho nessuna fretta.
Ci mettemmo a ridere e il momento pass. Cominciai a pensare al nostro
viaggio disastroso nell'Orange County. Non riesco a capacitarmi di come
abbiamo potuto agire cos stupidamente dissi, con voce scossa per la rab-
bia e per il dolore.
Una vera stupidata convenne. Voi ragazzi avete la scusa della giovi-
nezza e del cattivo insegnamento; ma il Sindaco e i suoi uomini... loro s
che sono stati maledettamente stupidi.
Ma non possiamo cedere dissi, battendo il pugno sull'arenaria. Non
possiamo girarci dall'altra parte e fare il morto.
 vero. Riflett per qualche momento. E forse impedire le intrusioni
nel paese  il primo passo.
Non ce la faremo mai. Non con quello che hanno loro e con quel poco
che abbiamo noi.
E allora? M' sembrato di sentirti dire che non dobbiamo fare il mor-
to.
Gi. Sollevai i piedi da terra, mi dondolai avanti e indietro. Dobbia-
mo escogitare un altro sistema di resistenza, un sistema che funzioni. O
facciamo qualcosa che funziona, o aspettiamo finch non sia possibile far-
lo. Senza simili stronzate nel frattempo. Tutti i villaggi che vengono ai ra-
duni, se agissero di comune accordo, potrebbero imbarcarsi e assalire di
sorpresa Catalina. Impadronirsene per un certo periodo.
Tom mand un fischio, debole e sdentato.
Per un breve periodo, voglio dire continuai. L'idea m'era venuta di re-
cente e mi entusiasmava. Con le attrezzature radio dell'isola, diremmo al
mondo intero che siamo qui, che non ci piace essere tenuti in quarantena.
Pensi in grande.
Ma non  impossibile. In un prossimo futuro, comunque, quando ne sa-
premo di pi su Catalina.
Forse non farebbe differenza, sai? Comunicarlo al mondo, intendo. Il
mondo potrebbe essere ormai una sola, enorme Finlandia; e in questo caso
al massimo potrebbe rispondere: Vi sentiamo, fratelli. Siamo nella stessa
barca. E poi i russi sciamerebbero su di noi.
Ma vale la pena fare il tentativo insistetti. Come hai detto tu, in real-
t non sappiamo cosa succede nel mondo. E non lo sapremo mai, finch
non tenteremo una cosa del genere.
Scosse la testa, mi guard. Costerebbe un mucchio di vite umane, sai.
Vite come quella di Mando... persone che avrebbero vissuto la loro parte,
per rendere migliori le cose nelle nostre nuove citt.
La loro parte! replicai, sprezzante. Per mi aveva scosso. Mi aveva
fatto ricordare che piani militari grandiosi come il mio si riducevano in ca-
os e sofferenza e morti insensate. In un attimo tornai nell'incertezza com-
pleta e l'idea ardita mi parve solo stupidit all'ennesima potenza. Certo
Tom me lo lesse in faccia, perch ridacchi e con il braccio mi circond le
spalle.
Non crucciarti, Henry. Siamo americani: per molto, molto tempo non 
mai stato chiaro cosa ci si aspetta da noi.
Un'altra bianca montagna d'acqua, scagliandosi contro di noi, si frantu-
m in una miriade di spruzzi. Un altro progetto si sbriciolava, era spazzato
via. Immagino di no replicai, scontroso. Fin dai tempi di Shakespeare,
eh?
Ehm! Tom si schiar la gola un paio di volte, ritrasse il braccio, si sco-
st un briciolo da me. Uh, a proposito disse, guardandomi con ansia
mentre parliamo di storia e, uh, di menzogne, dovrei fare una rettifica.
Be', ah... Shakespeare non era americano.
Oh, no mormorai. Vuoi scherzare.
No. Eh...
E l'Inghilterra, allora?
Be', non era lo stato guida dei primi tredici.
Ma me l'hai mostrata sulla carta geografica!
Quella era solo l'isola Martha's Vineyard, purtroppo.
Ero rimasto a bocca aperta. Me ne accorsi, la chiusi di scatto. Tom bat-
teva i talloni, a disagio. Non gli avevo mai visto un'aria cos infelice. Evi-
tava di guardarmi negli occhi. Poi indic qualcuno e disse, con sollievo:
Sembra John, no?
Mi girai a guardare. Lungo la cresta della scogliera, dalle parti di Con-
crete Bay, scorsi una sagoma tozza che camminava mani in tasca. Era pro-
prio John Nicolin: per quanto lontano, lo si riconosceva subito. Veniva ra-
pidamente nella nostra direzione e guardava il mare. Nei giorni in cui non
era possibile uscire a pesca, quando non lavorava alle barche, stava quasi
sempre sulla scogliera, in particolare se il tempo era buono ma il mare
grosso ci bloccava. In queste occasioni sembrava vittima di un grave af-
fronto personale: andava avanti e indietro per la scogliera, cupo in volto, e
guardava le onde; trattava scorbuticamente chiunque fosse tanto sfortunato
da avere a che fare con lui. Il mare grosso ci avrebbe tenuti a riva per due
giorni almeno, forse quattro; ma lui fissava le muraglie bianche e fumanti,
come se cercasse un segno di giunzione o una corrente di risucchio che of-
frissero una via per uscire in mare. Mentre veniva vicino, le gambe dei cal-
zoni gli sbattevano e i riccioli sale e pepe gli sventolavano sulle spalle co-
me una criniera. Guard dalla nostra parte; nel vederci, esit; poi prosegu
con il suo solito passo. Tom agit la mano a salutarlo, gli imped di fingere
di non averci visti.
John si ferm a qualche metro da noi, le mani sempre in tasca; ci scam-
biammo un cenno e un borbottio di saluto. Venne pi vicino. Sono con-
tendo di vedere che ti sei ripreso disse a Tom, in tono spiccio.
Grazie. Mi sento benissimo. Fa piacere essere in piedi e muoversi.
Tom sembrava a disagio quanto John. Bella giornata, vero?
John alz le spalle. Il mare grosso non mi va.
Una lunga pausa. John strisci il piede come se stesse per andarsene.
Non ti ho visto, negli ultimi due giorni disse Tom. Sono passato da
casa tua a salutare; la signora N. mi ha detto che eri via.
Infatti rispose John. Sedette sui talloni accanto a noi, gomito sul gi-
nocchio. Volevo parlartene. Anche a te, Henry. Sono andato a dare un'oc-
chiata alla ferrovia che usano quelli di San Diego.
Le ispide sopracciglia di Tom parvero arrampicarglisi sulla fronte.
Come mai?
Be', da quanto dice Gabby Mendez, pare che abbiano usato i nostri ra-
gazzi come copertura, dopo l'imboscata. E adesso salta fuori che il sindaco
 rimasto ucciso. Sono andato a chiedere conferma ad alcuni amici sui
Pendleton, dicono che  vero. Dicono che laggi c' una guerra vera e pro-
pria, fra tre o quattro gruppi che vogliono il potere del defunto sindaco.
Gi questa storia suona male; e se vince il gruppo sbagliato, forse saremo
nei guai. Cos Rafe e io ci siamo detti che bisognerebbe distruggere le ro-
taie una volta per tutte. Sono andato a esaminare il primo attraversamento
su ponte: Rafe potrebbe far saltare i piloni, con i suoi esplosivi. E dice pure
che  facile far saltare le rotaie ogni centinaio di metri.
Caspita! disse Tom.
John annu. Una mossa drastica, d'accordo, ma penso che sia quella
giusta. Se vuoi il mio parere, quella gente gi a San Diego  pazza! Co-
munque, volevo chiederti cosa ne pensi. Stavo gi per dire a Rafe di pro-
cedere, ma...
Ma sarebbe stata un'azione assai simile a quella fatta da Steve e da me.
Tom si schiar la voce. Non vuoi indire una riunione a questo proposito?
chiese.
Be', s. Ma prima vorrei conoscere il parere di alcuni di voi.
Per me  una buona idea disse Tom. Se ci ritengono colpevoli del-
l'imboscata, e se la spunta il gruppo di super-patrioti... s,  una buona ide-
a.
John annu, parve soddisfatto. E tu, Henry?
Mi colse di sorpresa. Direi di s. Forse un giorno o l'altro vorremo uti-
lizzare anche noi quelle rotaie. Ma non accadr tanto presto aggiunsi
(John aveva socchiuso gli occhi) e per prima cosa dobbiamo preoccuparci
di tenerli lontano. Sono d'accordo.
Bene. Probabilmente dovremmo cercare di discutere con loro, al radu-
no di scambio, se ce ne sar l'occasione. E mettere in guardia gli altri, an-
che.
Un momento disse Tom. Devi ancora indire la riunione e ottenere
voto favorevole. Se cominciamo a fare di testa nostra, come i ragazzi qui,
diventeremo della forza di quelli di San Diego.
Giusto.
Mi sentii arrossire. John mi lanci un'occhiata. Non intendo fartene una
colpa.
Con un ciottolo graffiai l'arenaria. La colpa ce l'ho anch'io come qua-
lunque altro.
No. Si alz, si morse il labbro. Era un piano di Steve, c' il suo segno
dappertutto. La voce gli divenne pi tesa, sal di tono.
Quel ragazzo ha sempre voluto tutto alla sua maniera, fin dall'inizio.
Come strillava, se la madre non scattava a ogni suo capriccio! Con una
scrollata lasci perdere i ricordi, mi guard di traverso. Ma secondo te,
sono io quello da biasimare, immagino. Sono stato io a spingerlo via.
Scossi la testa, anche se una parte di me pensava proprio quello. Ed era
vero, in un certo senso. Ma non del tutto. Non riuscivo a rendere chiaro il
concetto neppure a me stesso.
John spost lo sguardo su Tom, ma il vecchio si limit a stringersi nelle
spalle. Non so, John, non so proprio. Ognuno ha il suo carattere, no? Chi
ha spinto Henry a desiderare tanto di leggere i libri? Nessuno di noi. E chi
ha spinto Kathryn a coltivare il grano e a farne pane? Nessuno di noi. E chi
ha spinto Steve a voler vedere il mondo? Nessuno. L'avevano dentro dalla
nascita.
Mmm disse John, serrando le labbra. Non era convinto, anche se re-
stava assolto, anche se un attimo prima aveva detto le stesse cose. John
credeva sempre che le sue azioni avessero un effetto. E con suo figlio, che
per una vita era stato sotto le sue cure... gli leggevo in viso che pensava
proprio questo, con la stessa chiarezza con cui si interpreta la faccia di un
bambino. Fu attraversato da un'ondata di dolore, ma si scosse subito e con
un cupo schiocco di lingua contro i denti ricord a se stesso che eravamo
l. Si richiuse in s.
Be', ormai  passato disse. Non sono capace di filosofare, sai.
Cos la faccenda fu chiusa. Ai forni, pensai, una conversazione del gene-
re fra le donne si sarebbe svolta in ben altro modo: rimugini su ogni par-
ticolare degli eventi e delle motivazioni, discussioni, strilli, lacrime e via di
seguito; mi veniva da ridere. Noi uomini siamo gente parca di parole,
quando si tratta di cose importanti. John si era messo a camminare in cer-
chio, come avevo fatto io poco prima; ben presto il suo nervosismo ci con-
tagi, tanto da farci alzare a sgranchirci. Dopo un poco giravamo tutt'e tre
come gabbiani, mani in tasca, guardando i marosi e segnando a dito le on-
de particolarmente alte.
Nel guardare indietro verso la valle, ora piena di alberi gialli fra i sem-
preverdi, mi fermai. Ci serve una radio dissi. Come quella di San Die-
go. Una radio funzionante. Riescono a captare trasmissioni da centinaia di
chilometri di distanza, giusto?
Alcune, s disse Tom. Anche lui e John si fermarono.
Se ne avessimo una, potremmo captare le navi giapponesi. Anche senza
capire la lingua, sapremmo dove si trovano. E ascolteremmo Catalina, for-
se, o anche altre parti del paese, altre citt.
Le radio pi potenti ricevono e trasmettono a mezzo mondo commen-
t Tom.
Lontano, comunque lo corressi; e Tom sogghign. Avremmo orec-
chie, capite: cos scopriremmo cosa succede l fuori.
Mi piacerebbe avere una radio del genere ammise John. Per non
vedo come procurarcela.
Ne ho parlato a Rafael. Gli sciacalli, dice lui, portano sempre ai raduni
radio e parti di ricambio. Al momento lui non sa niente di radio, ma pensa
di riuscire a produrre l'energia necessaria a farne funzionare una.
Sicuro? chiese Tom.
Gi. Lavora un mucchio sulle batterie. Gli ho detto che gli avremmo
procurato un manuale e l'avremmo aiutato a leggerlo; e che gli avremmo
dato roba da scambiare con parti di radio, ai raduni di questa estate; era en-
tusiasta dell'idea.
John e Tom si scambiarono un'occhiata, come se condividessero un pen-
siero che non seppi interpretare. John annu. Dovremmo farlo. Non pos-
siamo scambiare pesce per questo genere di roba, naturalmente, per tro-
veremo altro... crostacei, forse, o i cestini.
Un'altra serie di onde gigantesche rotol verso di noi, inond la spiaggia
fino alla base della scogliera, riport la nostra attenzione sui marosi.
Saranno alte almeno dieci metri ripet Tom.
Credi? disse John. Pensavo che questa scogliera fosse alta solo dodi-
ci.
Dodici rispetto alla spiaggia. Ma il cavo dell'onda  pi basso. E la cre-
sta  alta quasi quanto noi! Era vero.
John disse che voleva far uscire le barche anche in giornate cos.
Allora pensavi a questo, mentre camminavi qua sotto dissi.
Certo. Vedi, seguendo la corrente del fiume durante l'alta marea...
Niente da fare! esclam Tom.
Guarda la turbolenza alla foce obiettai. Anche le onde morte saranno
alte quattro metri.
Basterebbe la prima a rovesciarti e sommergerti disse Tom.
Mmm. John era riluttante... forse aveva negli occhi un bagliore ironi-
co. Pu darsi che tu abbia ragione.
Girammo ancora intorno alla sporgenza, parlammo delle correnti e della
possibilit di un inverno pi mite. Al largo, raggi di luce trafiggevano an-
cora le nubi e indoravano la superficie ondulata dell'oceano. Tom indic
l'orizzonte. Dovresti invece ritentare la pesca delle balene. Fra poco co-
minceranno a passare.
John e io mandammo un gemito.
No, sul serio, avete rinunciato troppo presto. O ne avevate arpionata
una fuori del comune, oppure Rafael l'ha colpita in un punto non vitale.
Facile a dirsi obiett John. Ma tanto non sar mai in grado di piazza-
re l'arpione dove vorrebbe.
No, non intendo questo; solo, la maggior parte delle volte l'arpione fa-
rebbe pi danno e non le lascerebbe andare tanto a fondo.
Se  vero intervenni e se aumentassimo la lunghezza della fune...
Non c' spazio sufficiente, sulle barche disse John.
Ma io pensavo a quando ne avevo discusso con Steve. Potremmo lega-
re il capo a una fune che corra sopra un verricello posto in un'altra barca,
cos ne avremmo il doppio.
Gi disse John, piegando di lato la testa.
Se entrassimo nel giro delle balene, avremmo davvero un successone,
al raduno disse Tom. Offriremmo olio, cibo per animali, tonnellate di
carne.
Ammesso di riuscire a conservarla disse John. Ma l'idea gli piaceva:
in fin dei conti, era solo un altro tipo di pesca, no? Sarebbe davvero pos-
sibile fare in modo che la fune dell'arpione passi da barca a barca?
Facile! disse Tom. S'inginocchi, raccolse un ciottolo, si mise a dise-
gnare sulla sabbia. John si accucci accanto a lui. Guardai l'orizzonte ed
ecco che cosa vidi: tre raggi di sole, simili a enormi colonne bianche, cia-
scuno inclinato da una parte, misuravano la distanza fra le nubi grigie e il
mare grigio.
23
Mentre l'anno s'avvicinava alla fine, le tempeste divennero pi frequenti,
al punto che pi o meno ogni settimana ce n'era una a spingere a riva le
onde e a devastarci, lasciando la valle a brandelli e rendendo il mare di un
marrone pallido e spumoso per tutto il terriccio che vi si riversava. Quando
facevamo uscire le barche, si moriva di freddo e la pesca era scarsa. Tra-
scorsi molte giornate seduto al tavolo sotto la finestra, a leggere, o a scri-
vere, o a guardare l'arrivo minaccioso di nubi nere. Erano l'avanguardia:
dopo, uno schiaffo di vento, a volte un basso brontolio di tuono, annuncia-
va il grosso della tempesta. Le gocce di pioggia scivolavano sul vetro della
finestra in mille rivoli che si univano e tornavano a dividersi lungo il vetro.
Il tetto ticchettava o picchiettava o tamburellava sotto l'assalto. Dietro di
me, Pa' lavorava alla nuova macchina per cucire: il rn, rn, rn rn rnnnnn!
rimproverava la mia pigrizia, a volte con tanto successo da spingermi a
scrivere un paio di frasi. Ma era un progresso difficile; e c'erano mucchi di
ore in cui mi accontentavo di masticare la matita (scrivendo sui denti poe-
mi epici), di riflettere e guardare la pioggia, cullato dal vento e dal rumore
ritmato sul tetto, dal fischio del bricco e dal rn rn, snip snip di Pa'.
La prima tempesta di dicembre port la neve. Era un piacere starsene se-
duti nel tepore di casa a guardare dalla finestra i fiocchi che planavano in
silenzio fra gli alberi. Pa' guard da sopra la mia spalla.
Sar un inverno duro disse.
Non ero d'accordo. Avevamo cibo a sufficienza, anche se si trattava solo
di pesce; e ogni giorno, nello stabilimento, asciugavano sempre pi legna
da ardere. Dopo tutta quella pioggia ero felice di vedere la neve, anche so-
lo per il modo in cui cadeva... lentamente, sulle prime, tanto da non sem-
brare nemmeno vera. E poi di correre fuori, ad ammucchiarla e a fare palle
di neve da tirare ai vicini... mi piaceva, la neve.
Il giorno seguente, il sole spunt sotto un cielo azzurro chiaro (nubi a
spina di pesce nella parte pi alta) e la neve si sciolse prima di mezzogior-
no. Ma la tempesta successiva port altra neve, aria pi gelida, una coda
pi lunga di nubi alte; ci vollero quattro giorni prima che il sole aspro
spuntasse e la spolverata di bianco si sciogliesse e scorresse nel fiume. Di-
ventava uno schema: valle prima biancoverde sotto cielo nero, poi nero-
verde sotto cielo bianco. Di settimana in settimana il freddo aument.
Di settimana in settimana la mia storia divenne pi penosa da scrivere.
Mi ci persi... smisi di crederci... scrissi dei capitoli e fui costretto a fare una
passeggiata nei boschi, sul tappeto di foglie zuppo d'acqua, addolorato e ir-
ritato con me stesso. Eppure, scrissi. Pass il solstizio, pass Natale, pass
Capodanno; e andai a tutte le feste, ma mi sembrava di essere nella nebbia
e dopo non ricordavo con chi avessi parlato n di che cosa. Per me esisteva
solo il libro... eppure era cos difficile! A volte consumavo la matita pi a
morderla che a usarla per scrivere.
Ma venne il giorno il cui il racconto fu sulla pagina, in gran parte. Tutta
l'azione conclusa, Mando e Steve scomparsi. Allora mi fermai e mi presi
un giorno di riposo per leggere quanto avevo scritto. Ne rimasi cos insod-
disfatto che a momenti davo fuoco a quelle maledette pagine. Qui tutte
quelle cose erano accadute davvero, ci avevano cambiati per tutta la vita,
tuttavia quella miserabile stringa di parole non conteneva neppure met
degli eventi... come erano sembrati, quali pensieri avevano generato, come
avevo reagito io. Come pisciare per far vedere com' fatta una tempesta.
Non c'era, nel libro, una parte maggiore dell'estate precedente di quanta
non ce ne sia, di un albero, in una vecchia scheggia di legno gettata a riva
dalla marea. E il lavoro che ci avevo messo... be', era scoraggiante.
Uscii a fare due passi per riprendermi. In alto, alcune nubi bianche ve-
leggiavano come galeoni, ma la giornata era in gran parte assolata, per
quanto l'aria fosse fresca. Dappertutto c'era neve marcia. Pani di neve sta-
vano in equilibrio su ogni ramo, gocciolavano e risplendevano dei colori
dell'arcobaleno. Per terra, la neve si frantumava in grossi grani chiari sotto
il bagliore del sole; e i grani si mutavano in gocce d'acqua che imperlavano
la coperta bianca. Coni di sole si scioglievano in ciuffi d'erba; sui ruscelli
che riempivano i sentieri, ponticelli di neve crollavano e lasciavano nel
fango pezzi di ghiaccio sporco e ai lati creste di neve nera per gli aghi di
pino. Camminai fra queste creste e scavalcai i ponti residui (quelli in om-
bra), fino alla scogliera; battevo gli stivali nelle pozze, facevo cadere dai
rami i pani di neve e li riducevo in schizzi e poltiglia.
Mi sedetti sulla punta della scogliera che sporge sul fiume. Niente maro-
si; solo minuscole onde lambivano la riva, come se l'intero oceano si mo-
vesse su e gi di una spanna. Sulla spiaggia la neve era scomparsa del tut-
to, ma la sabbia era umida e sconvolta; dappertutto c'erano pozze blu e
bianche. Le sparse nubi simili a galeoni non ostacolavano molto il sole, ma
conferivano alla sua luce una sfumatura, tanto che lunghi tratti della sco-
gliera erano del colore della corteccia del legno del ferro. Niente marosi,
aria immobile, oceano simile a una lastra di vetro azzurro, i galeoni librati
in alto senza cambiare posizione.
Notai una cosa mai vista prima. Nel mare azzurro e piatto c'era il riflesso
perfetto delle nubi alte, chiaramente contornato, tanto da pensare che fos-
sero sempre quelle, capovolte. Sembrava che galleggiassero sott'acqua, in
un cielo azzurro cupo. Guarda quelle! dissi ad alta voce, alzandomi. Le
nuvole scarrocciavano lentamente a riva sopra la valle e le loro gemelle
capovolte scomparivano sotto la spiaggia. Mi fermai a guardare tutta la
giornata, sentendomi come riempito da oceani di nuvole. Pi tardi nel po-
meriggio la brezza da terra scompigli le nubi specchiate e il sole scese
troppo in basso e si riflett sull'acqua. Ma tornai a casa soddisfatto.
Durante l'inverno, gli sciacalli si rintanano in qualche vecchia casa in
rovina, una decina e pi per casa, come volpi nel covo. Di notte usano le
case vicine come legna da ardere e accendono grossi fal nel cortile ante-
riore, bevono, ballano al ritmo della vecchia musica, s'azzuffano, ululano,
scagliano monili alle stelle e nella neve. Un uomo solo, scivolando su lun-
ghe racchette sopra i mucchi di neve, pu spostarsi senza difficolt fra
questi rumorosi insediamenti. Pu acquattarsi fra gli alberi come un lupo e
guardare indisturbato, finch ne ha voglia, gli sciacalli saltellare nelle loro
vesti sgargianti. I loro ritrovi estivi sono aperti alla sua ispezione. E lass
ci sono libri, s, mucchi di libri. Agli sciacalli piace quel libro piccolo e
spesso con il sole arancione sulla copertina, ma nelle rovine ne esistono
molti altri a cui nessuno fa caso, intere biblioteche, a volte. Uno pu cari-
carsi di libri finch con le racchette non affonda nella neve fino alla cavi-
glia, e poi tornare, sciacallo di diversa natura, nel suo villaggio, nella sua
tana invernale.
Alla fine di gennaio, una tempesta particolarmente violenta scalz un la-
to della tettoia nel giardino dei Mendez (loro la chiamavano rimessa); ap-
pena spiovuto, tutti i vicini - i Mariani, i Simpson, Pa' e io, pi Rafael
chiamato come consulente - uscirono a dare una mano per puntellare la pa-
rete pericolante. L'orto dei Mendez era gelido e fangoso come il fondo del-
l'oceano; non c'era un tratto di terreno solido su cui sistemare i travi per te-
nere sollevata la parete mentre ci lavoravamo sotto. Alla fine Rafael ci
sugger di legare la tettoia alla grossa quercia che cresceva sul lato oppo-
sto.
Mi auguro che l'intelaiatura sia stata inchiodata bene scherz Rafael,
mentre eravamo tutti sotto la parete inclinata. Kathryn e io lavoravamo da
un lato, Gabby e Del scavavano l'altro, in pratica eravamo tutti sommersi
dal fango. Quando infine mettemmo sotto la parete i travi incrociati perch
facessero da fondamenta, tutt'e quattro le famiglie erano pronte per i bagni.
Rafael ci aveva preceduti, quindi trovammo il fuoco acceso e l'acqua fu-
mante. Ci spogliammo e ci tuffammo nel bagno "sporco", lanciando grida
di gioia.
Secondo me, ti conviene lasciare la fune l dov' disse Rafael al vec-
chio Mendez. Cos non ti toccher mai scoprire se i travi reggono o no.
Mendez non si divert molto all'idea.
Rotolai nel bagno "pulito" e galleggiai con lui e la signora Mariani e gli
altri. Kathryn e io ci sedemmo su una delle isole di legno a chiacchierare.
Lei mi chiese se continuavo a scrivere. Avevo quasi terminato, risposi, ma
poi avevo piantato l perch il libro era brutto.
Non sta a te giudicare disse lei. Finiscilo.
Prima o poi.
Parlammo delle tempeste, della neve, delle condizioni dei campi (protetti
da teloni per l'inverno), dei marosi che battevano la spiaggia, del cibo.
Chiss Doc come se la passa dissi.
Tom va spesso da lui. Ormai sembrano fratelli.
Bene.
Kathryn scosse la testa. Anche cos... Doc  saltato, sai. Mi fiss.
Non durer a lungo.
Ah. Non sapevo che cosa dire. Per un bel pezzo rimasi a guardare i
mulinelli d'acqua. Pensi mai a Steve? chiesi poi.
Certo. Mi guard negli occhi. E tu no?
Gi. Ma ci sono costretto, con il libro.
Sotto il mio sguardo di rimprovero, lei scroll le spalle: i capezzoli bal-
lonzolarono sulla superficie piena di bolle. Ci penseresti, anche senza li-
bro. Se mi assomigli. Ma ormai  il passato, Henry. Ecco cos': il passato.
Le parlai del giorno in cui il mare era cos piatto da riflettere le nuvole;
lei si appoggi allo schienale e rise. Sembra fantastico.
Non ho mai visto uno spettacolo pi bello.
Lei allung la mano sopra l'isola di legno, mi pass il dito lungo la piega
dei muscoli nella parte posteriore del braccio. Inarcai le sopracciglia, con
un sogghigno mi lasciai scivolare dal sedile e cominciai a stuzzicarla. Mi
afferr per i capelli.
Henry! disse ridendo; mi tenne con la testa sott'acqua, dandomi pro-
blemi pi immediati a cui pensare, tipo soffocare e annegare. Riemersi
sputacchiando. Kathryn rise di nuovo e indic gli amici intorno.
E allora? dissi; tornai sotto per un approccio subacqueo, ma lei si mise
in piedi e si allontan spruzzandomi e guidandomi verso i sedili contro la
parete, dove c'erano gli altri. Chiacchierammo con Gabby e con Kristen, e
pi tardi con il vecchio Mendez, che ci ringrazi per l'aiuto.
Ma quando Rafael dichiar che la razione quotidiana di legna era ormai
bruciata tutta, uscimmo dal bagno, ci asciugammo e ci rivestimmo; allora
mi guardai intorno: Kathryn, sulla soglia, guardava me. La seguii fuori.
All'istante l'aria fredda mi gel la testa e le mani. Kathryn era l, nel sentie-
ro fra due alberi. La raggiunsi e la strinsi in un abbraccio. Ci baciammo. Ci
sono baci che hanno in s un intero futuro: lo imparai quella volta. Quando
ci staccammo, la madre e le sorelle di Kathryn uscivano chiacchierando
dallo stabilimento. La lasciai. Parve sorpresa, pensierosa, compiaciuta. Se
fosse stata estate... ma era inverno, c'era neve dappertutto. E l'estate era in
arrivo. Kathryn mi sorrise; con una carezza si allontan a raggiungere la
famiglia, girandosi una volta a incrociare il mio sguardo. Quando fu fuori
vista, tornai a casa nel crepuscolo (neve bianca, alberi neri) con in mente
un'idea del tutto nuova.
Certi pomeriggi mi limitavo a stare seduto alla finestra e a guardare il li-
bro, chiuso, al centro della tavola. Un pomeriggio di quelli, i fiocchi di ne-
ve volteggiavano fra gli alberi e cadevano a terra lentamente come pappi di
soffione; ogni ramo, ogni ago, avevano la punta di un bianco nuovo. In
questo scenario avanz una figura in racchette da neve, vestita di pelliccia.
L'uomo aveva un bastone per mano, per tenersi meglio in equilibrio; quan-
do sfiorava gli alberi, faceva precipitare piccole valanghe, sulla sua testa e
lungo la schiena. Il vecchio va in giro a tendere trappole, pensai. Ma lui
venne dritto alla finestra e gesticol.
M'infilai gli stivali e uscii. Faceva freddo.
Henry! chiam Tom.
Che succede? dissi, girando l'angolo.
Ero fuori a controllare le trappole, quando mi sono imbattuto in Neville
Cranston, un mio vecchio amico. Lui passa l'estate a San Diego e l'inverno
a Hemet; era appunto diretto a Hemet, perch quest'anno  partito in ritar-
do.
Peccato commentai cortesemente.
No, stammi a sentire! Ha lasciato da poco San Diego, non mi ascolti? E
sai cosa mi ha detto? Che il nuovo sindaco  Frederick Lee!
Cosa?
Il nuovo sindaco di San Diego  Lee. Neville dice che Lee non  mai
andato d'accordo con quel Danforth, perch non approvava i suoi piani bel-
licosi, capisci.
Ecco perch non l'avevamo pi visto.
Infatti. Be',  chiaro che c'era un mucchio di gente che appoggiava Lee,
ma che non poteva fare niente, finch Danforth e i suoi avevano il control-
lo delle armi. Neville dice che laggi si sono azzuffati per tutto l'autunno;
ma un paio di mesi fa i sostenitori di Lee hanno organizzato libere elezioni
e Lee ha vinto.
Be', immagina un po'. Ci fissammo e mi trovai a sorridere.  una
buona notizia, no?
Buona davvero.
Peccato che ormai abbiamo fatto saltare le rotaie.
Non so se arriverei a quel punto, ma  una buona notizia, non c' dub-
bio. Bene agit in alto un bastone  un tempo schifoso per stare fuori a
chiacchierare. Me ne vado. Con un lieve fischio s'inoltr fra gli alberi, la-
sciando una pista di orme profonde. Capii che potevo terminare il libro.
Il libro era posato sul tavolo. Una notte (il 23 febbraio) si era alzata la
luna piena. Andai a letto senza guardare il libro, ma non riuscivo a dormi-
re. Continuavo a pensarci, a parlare dentro di me alle pagine. Una voce,
dentro di me, diceva tutto perfettamente, molto meglio di quanto non avrei
mai potuto fare io: questa voce declamava lunghi brani immaginari, nar-
randoli con i massimi particolari e con la massima eloquenza, facendoli ri-
vivere. Ne udivo i ritmi, con la stessa chiarezza del russare di Pa' (anche se
il significato era assai meno chiaro) e mi faceva male tanto era bella. Pen-
sai,  il fantasma di un ignoto poeta venuto a farmi visita, forse a mostrar-
mi come raccontarlo.
A lungo andare la voce m'indusse ad alzarmi e a terminare il libro. La
casa era fredda, nella stufa il fuoco si era ridotto a un velo di braci grigie.
Indossai calzoni e calze, una camicia spessa, una coperta sulle spalle. Dalla
finestra entrava il chiaro di luna, simile a una barra d'argento, e mutava i
mobili di legno nudo in oggetti finemente intagliati, quasi vivi. Era una lu-
ce cos chiara da permettermi di scrivere. Sedetti al tavolo sotto la finestra
e scrissi con tutta la velocit che la mano mi consentiva, anche se le frasi
non sembravano affatto quella della voce udita mentre ero disteso a letto.
Neppure per sbaglio.
Trascorse la maggior parte della notte. La sinistra mi doleva per il troppo
scrivere ed ero irrequieto. La luna si tuffava fra gli alberi, togliendomi la
luce. Decisi di uscire a fare due passi. M'infilai gli stivali e la giacca pesan-
te, cacciai nell'ampia tasca il libro e alcune matite.
Fuori faceva ancora pi freddo. Sull'erba la rugiada scintillava sotto i
raggi della luna. Sul sentiero del fiume mi fermai a guardare su per la val-
le, che s'allontanava nell'aria densa, a chiazze di nero e di bianco. Non c'e-
ra traccia di vento. Tutto era calmo e immobile, tanto che udivo la neve
sciogliersi intorno, gocciolare con una musica liquida, plink plonk, pip pip
pip pip, gurgle gorgle plop tik tik plop, plop plop plink plop pip pip pip...
Un coro acquatico della foresta, s, che mi accompagnava mentre sciaguat-
tavo lungo il sentiero, mani in tasca. Fiume nero fra alberi sale e pepe.
Sul sentiero della scogliera fui costretto a procedere con cautela, perch i
gradini erano per met neve marcia, per met fanghiglia. Gi sulla spiaggia
il frangersi di ogni singola onda risuonava chiaro e netto. Nell'aria brillava
la nebbiolina salata: per gli spruzzi e per il chiaro di luna non si vedeva
nemmeno una stella, solo un confuso cielo nero, bianco intorno alla luna.
Camminai fino al promontorio accanto alla foce, dove si era formata una
graziosa collina di sabbia, tagliata ai lati dal fiume e dall'oceano. Mi sedetti
nel punto in cui quei due piccoli promontori di sabbia s'incontravano, at-
tento a non far crollare la montagnola. Presi di tasca il libro, lo aprii; e l
sono seduto proprio in questo momento, catturato infine, a scribacchiare
alla luce della vecchia, grassa luna.
So bene che questa  la parte della storia in cui l'autore tira le fila in un
elegante svolazzo che spiega il significato; ma per fortuna qui nel libro re-
sta solo un paio di pagine bianche, quindi non ho spazio. Ne sono lieto. Ho
fatto bene a prendermi la briga di copiare quei capitoli di Un americano
intorno al mondo, visto il risultato. Il vecchio mi disse che, terminato di
scrivere, avrei capito che cos'era accaduto, ma sbagliava di nuovo, il bu-
giardo. Ho fatto la fatica di mettere tutto per iscritto; ora che ho finito, non
ho la minima idea del significato. A parte il fatto che quasi tutto quel che
conosco  sbagliato, soprattutto quel che ho appreso da Tom. Devo ripas-
sare quel che so e indovinare dove ha mentito e dove ha detto la verit. Ho
gi cominciato, con i libri trovati e con quelli che ho preso in prestito da
lui di nascosto; ho scoperto un mucchio di cose. Ho scoperto che l'impero
americano non ha mai incluso l'Europa, come diceva lui... che non seppel-
livano i morti in un'armatura d'oro... che non siamo stati la prima e unica
nazione ad andare nello spazio... che non abbiamo costruito automobili che
volavano e che galleggiavano sull'acqua... che non ci sono mai stati draghi
da queste parti (non credo, almeno, anche se forse non sarebbero citati in
un manuale d'ornitologia). Tutte menzogne... queste, e cento altri fatti an-
cora che Tom mi ha raccontato. Tutte bugie.
Vi dir che cosa so davvero: la marea  cessata e le onde rotolano su per
la foce. Sulle prime sembra che ogni onda spinga verso terra tutta l'acqua
del fiume, perch qualsiasi movimento visibile avviene in questa direzio-
ne. Piccoli rimorchi d'onda rotolano sulla riva, s'infrangono sulla sabbia
dura e aggiungono il loro morso al tratteggio incrociato e puntinato della
spianata. Per un po' sembra che l'onda debba spingere a monte fino alla
prima curva. Ma sotto il suo rimescolio bianco, il fiume continua ugual-
mente a scorrere verso il mare; e alla fine l'onda si ferma all'apice della
spinta, si spezza in una confusione di frammenti, di colpo l'intera turbolen-
za  riportata al mare... finch non viene spazzata dall'onda successiva e il
movimento su per il fiume riprende. Ogni onda ha diverso formato e in-
contra una diversa resistenza; ne risulta un'infinita variet d'increspature, di
frangenti, di spezzettamenti, di scivolate... Lo schema non  mai uguale.
Capite che cosa voglio dire? Mi capisci, Steve Nicolin? Dovresti piuttosto
attenerti a quel che si pu fare perch duri, che non andare a caccia di no-
vit. Ma buona fortuna a te, fratello. Cerca di fare qualcosa di buono per
noi, l fuori.
In quanto a me, la luna distende una strada di scaglie a specchio fino al-
l'orizzonte. La neve sulla spiaggia si  sciolta ieri; ma questa potrebbe es-
sere ugualmente una spiaggia di neve, da come appare sotto questa luce,
contro il bordo del mare nero. Sopra le scogliere s'alzano le montagne scu-
re della valle, strette a coppa, inclinate per riversare nell'oceano. Onofre.
Quest'ultima, umida pagina  quasi piena. E la mano sente freddo... diventa
cos rigida che non riesco a tracciare le lettere, le parole sono grosse e in-
certe, occupano l'ultima parte della pagina, grazie a Dio. Per fortuna ho
terminato. C' un gufo che svolazza sul fiume. Rester qui e riempir un
altro libro.
...
.
...
FINE.